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Le alluvioni delle scorse settimane a Genova e in Emilia Romagna hanno riaperto la discussione sulla fragilità idrogeologica del territorio italiano. A parte le ipocrisie degli amministratori locali e del governo, che come al solito giocano a scarica barile per assolvere se stessi, quello che emerge è lo stato di vera e propria emergenza in cui versa il nostro territorio. I dati sono inequivocabili: sette comuni italiani su dieci sono a rischio (1.700 per frana, 1.285 per alluvione e 2.596 sia per frane sia per alluvioni); in Calabria, Umbria e Valle d’Aosta il 100 per cento dei comuni è a rischio; in zone ad alto rischio vivono circa 6 milioni di persone, mentre in quelle a rischio medio sono 22 milioni; gli edifici a rischio sono 1.260.000, di questi 6mila sono scuole e 532 ospedali.

Le cause di questa situazione sono molteplici: la diminuzione progressiva delle superfici coltivate; l’aumento delle superfici impermeabili, ovvero quelle occupate da edifici e infrastrutture che impediscono al terreno di assorbire le acque; l’assenza di manutenzione del territorio.

 

Il responsabile è il sistema

Al netto degli innegabili cambiamenti climatici le responsabilità vanno quindi ricercate nelle scelte politiche di chi ha governato negli ultimi decenni e continua a governare. La cementificazione e la distruzione del territorio infatti non solo non si è fermata ma continua ancora oggi con speculazioni immobiliari, “grandi opere”, disboscamenti, copertura dei torrenti per farne strade e parcheggi. Il caso di Genova, praticamente da sempre governata dalla sinistra Pci-Pds-Ds-Pd, è emblematico di come queste scelte non hanno colore politico e sono condotte, in nome del profitto, indistintamente dalla destra e dalla sinistra. Dopo le alluvioni del 2010 e del 2011 si è continuato a costruire in maniera insensata pur di garantire profitti e coltivare clientele, in questo la giunta “arancione” di Marco Doria in nulla si è distinta dalla precedente. Il caso specifico del treno Frecciabianca Genova-Torino, deragliato a causa di una frana staccatasi dai cantieri del Terzo Valico, è a sua volta emblematico di un sistema incapace di concepire qualunque forma di progresso senza causare contestualmente morte e distruzione.

Nei giorni che hanno seguito l’ultima alluvione a Genova, il governo e le amministrazioni locali, nel tentativo di assolvere se stessi, hanno lanciato una campagna contro la “burocrazia” che avrebbe rallentato o bloccato i lavori di “messa in sicurezza” del torrente Bisagno. Il problema non sono quindi le politiche di cementificazione e consumo del suolo bensì le leggi che rallenterebbero queste politiche. Quello che infatti da sempre si nasconde dietro “la messa in sicurezza” del territorio sono quasi sempre opere che lo distruggono. Vale la pena ricordarne una: quando si dice “mettere in sicurezza” un torrente quasi sempre vuol dire tombinarlo in un canale di cemento armato! E i milioni di euro spesi nell’interramento del Bisagno e nelle inutili opere successive sono andati alle grandi imprese che ci hanno lucrato sopra...

Come tre anni fa, i genovesi, con in testa i giovani, si sono mobilitati dal primo momento per portare il proprio appoggio alla popolazione colpita dall’alluvione, spesso sfidando le allerte e gli inviti del Comune a non uscire di casa. A differenza di tre anni fa però una parte di questi giovani ha deciso di rifiutare l’etichetta di “Angeli del fango” perché, come hanno più volte ribadito in quelle giornate, “gli angeli non si incazzano” mentre loro sono arrabbiati e quotidianamente lottano nei propri luoghi di studio e di lavoro contro un sistema che li priva del proprio futuro.

 

Esplode la protesta

è stato così che in quei giorni, presso il circolo Prc Bianchini di Marassi, che ha fornito sostegno ai volontari come tre anni prima, si è passati dalla solidarietà attiva alla consapevolezza della necessità di mobilitarsi per dare una risposta politica a quanto successo. Il dibattito a sinistra in quelle giornate oscillava tra la necessità di fare cordone a difesa del sindaco e l’individuazione delle responsabilità negli aspetti tecnici di gestione dell’allerta meteo oppure nella burocrazia che blocca i lavori. Se, da ambienti piuttosto ambigui, se non chiaramente di destra, si chiedevano le dimissioni del sindaco, cavalcando la rabbia e cercando di dare ad essa una risposta populista e reazionaria, le caratteristiche della mobilitazione popolare hanno avuto connotati decisamente opposti.

Dalla “meglio gioventù” (è così che quei giovani hanno deciso di chiamarsi) è partita infatti una chiara risposta politica di sinistra che individuava nelle politiche di distruzione del territorio, nella privatizzazione dei servizi e nella logica delle “grandi opere” le vere cause del disastro e chiamava i genovesi a mobilitarsi contro il governo centrale e contro l’amministrazione comunale e regionale. La mobilitazione ha in seguito avuto un’ottima partecipazione e ha visto scendere in piazza il 18 ottobre circa duemila giovani, lavoratori, militanti di sinistra e comitati territoriali che lottano nei propri quartieri in difesa del territorio.

Se il dibattito nella sinistra istituzionale è stato deludente, quello a sinistra e nel Prc è stato delirante. Dopo giorni di silenzio, allo scopo di non disturbare il manovratore (vale a dire il sindaco Doria) e i rapporti con il Pd, è infatti cominciato l’attacco telematico (sui social network) contro i compagni che lavoravano alla costruzione della manifestazione etichettata come fascista e con le minacce di espulsione per chi avesse partecipato. Dopo qualche ritrattazione da parte dei “massimi dirigenti” cittadini, in cui affermavano di essersi informati meglio dimostrando di non avere idea di quanto succedeva in città, si è giunti alla conclusione che il Prc non partecipava alla manifestazione per ragioni politiche!

Noi invece rivendichiamo con orgoglio di essere stati protagonisti della mobilitazione contro Doria contro chi affoga, letteralmente, Genova. Come sosteniamo da tempo, nel nostro paese manca la rappresentanza politica delle classi subalterne, a Genova questo vuoto è stato ricoperto da tutti quei giovani che si sono sostituiti ai gruppi dirigenti della sinistra oramai inadeguati e troppo impegnati a coltivare ambizioni politiciste lontane anni luce dalle reali problematiche dei giovani e dei lavoratori. Ma questo non basta, bisogna dare forma a questa partecipazione, per questo va costruito nel nostro paese un’alternativa di classe che nel suo programma abbia un piano straordinario di riassetto del territorio e che veda proprio in quei giovani e nei lavoratori i protagonisti.

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