C’è bisogno di una rivoluzione - Falcemartello

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Il 2015, settimo anno dallo scoppio della crisi economica, è cominciato con una familiare revisione al ribasso delle stime di crescita. Questa volta è stata la Banca d’Italia a correggere il troppo ottimista (!) +1,5 per cento del Pil previsto per quest’anno, a un risicato +0,4. Di questa crescita asfittica, pare che “ben” la metà, ossia uno 0,2 per cento, possa ascriversi alle brillanti scelte economiche del governo Renzi.

L’economia capitalista è un organismo minato da una malattia cronica e i medici chiamati a curarlo somigliano a quelli di qualche secolo fa, che a forza di salassi ammazzavano molti più pazienti di quanti ne salvassero.

Non si tratta, ripetiamolo una volta di più, di una normale crisi ciclica, di un punto percentuale in più o in meno. Gli effetti di questa crisi prolungata stanno portando a un profondo deterioramento dell’intero tessuto sociale. La disoccupazione di massa, anch’essa non è più il semplice “esercito industriale di riserva”, espulso dal ciclo produttivo durante la crisi e riassorbito durante la successiva fase di crescita. Un settore crescente della popolazione è cacciato in una condizione di marginalità non solo lavorativa, ma sociale. Ai 3,4 milioni di disoccupati si sommano in Italia circa 3,6 milioni di altre persone definite “scoraggiate”, ossia disponibili a lavorare ma che non cercano più impiego. Parte consistente sono le donne, particolarmente nel Mezzogiorno.

Nel frattempo, senza grandi titoli sui giornali, si alza di altri quattro mesi l’età per andare in pensione grazie ai meccanismi della Legge Fornero.

È una vera e propria regressione sociale. Coldiretti stima il calo dei consumi alimentari in Italia fino ai livelli di 33 anni fa. Ci si cura meno e peggio, si studia di meno, dal futuro la maggior parte della popolazione si attende solo peggioramenti.

Per generazioni ci hanno detto che il capitalismo, la gestione privata dell’economia, era il sistema più efficiente e capace di generare ricchezza per tutti. Oggi questa pretesa si dimostra falsa da cima a fondo. Il sistema capitalista sopravvive solo distribuendo povertà, degrado, distruzione di tutte le conquiste sociali del passato, e concentrando le risorse esistenti in un numero di mani sempre più ristretto.

I paesi europei più colpiti dalla crisi sono anche quelli nei quali le differenze sociali si sono allargate di più. La società sprofonda, ma il capitale sa bene come difendere i propri privilegi.

Un sistema che non ha nulla da offrire alla gran maggioranza della popolazione non può contare sul consenso; la democrazia, anche quella falsa e truffaldina (l’unica possibile) concessa in questa società, diventa un optional. “Gli elettori rischiano di essere l’anello debole dell’eurozona (…) il rischio (è) che gli elettori si rivoltino contro l’austerità economica e depongano il voto a favore dei partiti ‘antisistema’ che rifiutano le opinioni correnti su come mantenere assieme la moneta unica. Se questo consenso inizia a rompersi, tutto il delicato castello di carte fatto di debiti, salvataggi e austerità comincia a barcollare”. Lo ha scritto il Financial Times a proposito della Grecia, ma riflette la vera opinione della classe dominante di tutti i paesi: le “opinioni comuni” (dei padroni) e il “consenso” (dei padroni) non si accordano facilmente con l’espressione democratica della maggioranza della popolazione!
Per questo anche la facciata politica del sistema marcisce a velocità impressionante. Chiunque governi si scredita rapidamente e il successore per farsi avanti deve mettere in campo dosi ancora più massicce di demagogia, ipocrisia e false promesse. Berlusconi è stato defenestrato dai veri padroni d’Europa per mettere Monti. “Austero, rigoroso, serio”, il Professore, che invece che andare a escort andava a messa, ha fatto tali rovine che nel giro di un anno o poco più era già ridotto a ferro vecchio da rottamare. Ci ha poi provato Bersani, distribuendo tranquillanti e frasi vuote in dosi massicce: non è arrivato neppure a Palazzo Chigi. Poi è stato il turno di Letta, affondato senza lasciare traccia né rimpianti (tranne i suoi, si suppone…).

E infine fu Renzi: più ignorante di un frate, più cinico di Andreotti, più ballista di Berlusconi, ha meritatamente guadagnato la tolda di comando a forza di coltellate nella schiena di nemici e (soprattutto) amici: “Enrico stai sereno”…, “non andrò al governo senza il voto popolare”…, “una riforma al giorno”…

Ma la situazione è troppo seria e i giochi durano poco. Lo ha imparato a sue spese anche il movimento di Grillo, in cui le espulsioni e i continui conflitti interni non sono altro che il sintomo dello stesso male. Non si promette impunemente una rivoluzione a milioni di persone per poi uscire di strada alla prima curva, e non sono pochi i giovani e i lavoratori che avevano votato 5 stelle e che oggi cercano una proposta coerente di cambiamento della società.

Renzi sta rapidamente bruciando il suo consenso e a bordo campo si scaldano già i demagoghi del prossimo turno, a partire da Matteo Salvini. Questo caleidoscopio di leader e di partiti non è casuale, è la dimostrazione del crollo di credibilità di tutto il sistema e della disperata ricerca di una alternativa reale da parte di milioni di persone.
Ognuno di questi salvatori della patria si presenta con la sua rivoluzione di cartapesta, e non è un caso: solo promettendo di cambiare tutto si può cercare di conquistare un consenso.

Ma il punto ineludibile è il seguente: nessuna politica economica alternativa è possibile se non viene spezzato il potere di chi si avvantaggia dell’austerità. Per salvare i posti di lavoro, la scuola e la sanità pubbliche, per riconquistare il diritto a una pensione decente, per creare posti di lavoro, per lottare contro la corruzione e gli sprechi, per vivere in un ambiente dignitoso, per garantire il diritto alla casa, è necessario impadronirsi dei centri del potere economico reale. Non si tratta di cambiare un ministro o un presidente, ma di prendere in mano le leve decisive dell’economia. I patti capestro imposti dall’Unione europea vanno stracciati. Le grandi banche e assicurazioni, la grande proprietà immobiliare, i principali gruppi industriali, le reti dei trasporti, energia, telecomunicazioni, vanno tolte dalle mani dei privati e dei loro manager e messe sotto il controllo democratico dei lavoratori.

Un governo dei lavoratori potrebbe indirizzare queste risorse al soddisfacimento dei veri bisogni collettivi, che non sono il pagamento del debito o il “risanamento dei conti”, bensì una vera e propria ricostruzione sociale nell’interesse della grande maggioranza.

Nessuna sinistra verrà ricostruita in Italia se non sarà in grado di porsi all’altezza di questo compito.

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