Contro l’esercito professionale - Falcemartello

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Diritti democratici per i soldati

I tragici fatti di agosto, che hanno comportato la morte di un parà della Folgore, sono stati l’occasione per proporre l’abolizione della leva con la formazione di un esercito fatto interamente di professionisti. La riforma entrerà a regime dal 2005.

Secondo Scognamiglio per la copertura finanziaria, ci vorranno 88 miliardi per il 2000, 360 miliardi per il 2001, 600 miliardi nel 2002. Ma considerando solo gli aumenti degli stipendi, stime più realistiche parlano di un aumento dei costi di almeno 2.400 miliardi l’anno. Inoltre a chi porterà a termine il servizio (almeno 5 anni di ferma volontaria) verranno riservati dei posti di lavoro nell’impiego pubblico, polizia, vigili del fuoco, personale civile della difesa, ecc.

Il messaggio del governo è chiaro: "Se sei disposto a rischiare la tua vita nelle prossime avventure imperialiste in cui sarà impegnata l’Italia, alla fine verrai premiato con la gallina dalle uova d’oro: un posto di lavoro".

Tanti giovani del Sud, in preda alla disperazione, vedranno nell’esercito l’unica via d’uscita all’incubo della disoccupazione e se qualcuno di loro dovesse morire in missione per "difendere la patria" si dirà che in fondo la loro "era una scelta di vita", un po’ come per i piloti della Formula 1.

La borghesia italiana da tempo preme in questa direzione, vuole allinearsi alle altre potenze europee e agli Usa che da tempo hanno un esercito di professionisti, che si presta meglio ad essere utilizzato in ogni angolo del pianeta per imporre con le armi gli interessi economici del grande capitale.

L’escalation militare che, dopo il crollo dell’Urss, ha visto gli eserciti della Nato impegnati in guerra contro l’Irak, in Somalia, in Mozambico, in Bosnia, e infine in questa sporca guerra nel Kosovo, dimostra come l’epoca in cui siamo entrati ha un carattere molto diverso da quella di relativa pace che ha seguito la seconda guerra mondiale. La tendenza alla stagnazione nell’economia mondiale obbliga sempre più la classe dominante ad imporre le proprie merci con l’uso della forza.

Come risultato di questa politica nei paesi del cosiddetto terzo mondo sta crescendo a dismisura l’odio contro gli Usa e l’imperialismo e questo a sua volta obbliga le potenze occidentali ad inviare sempre più soldati per mantenere lo status quo.

Si determina così il dramma che degli oppressi in Occidente, siano costretti per sopravvivere a massacrare degli oppressi nei paesi sottosviluppati e a rischiare la loro vita per difendere i profitti di una piccola minoranza di capitalisti.

Gli obiettori e le associazioni?

Curiosamente gli unici che si oppongono con veemenza al disegno di legge, sono coloro che in questi anni (associazioni, leghe di obiettori, cooperative sociali, ecc.) hanno lucrato sul servizio civile che forniva loro manodopera a costo zero. Se non esiste più l’esercito di leva, non esiste più l’obiezione di coscienza e come faranno allora le Acli, la Caritas, l’Arci o chi per loro a sfruttare il lavoro sottopagato di 70mila giovani ogni anno? Quanti giovani hanno fatto il servizio civile negli uffici delle associazioni o nei bar svolgendo funzioni lavorative senza essere retribuiti?

Ci si può rispondere che questo lavoro serviva anche a portare avanti cause nobilissime, ma non si capisce perché questi servizi lo Stato non debba retribuirli normalmente.

Sentiamoli come si lamentano: Paolicelli, portavoce nazionale dell’Associazione obiettori non violenti ha dichiarato al Manifesto che "l’obbligo di difesa secondo la Costituzione è da estendersi a tutti i cittadini e non solo a quelli pagati per farlo e che un’esercito professionale taglia in maniera netta qualsiasi possibilità altra di difesa del paese" (evidenziatura nostra).

Dichiarazioni di tono simile sono state rilasciate da Don Cecconi della Caritas, Palazzini dell’Arci, Ferrante di Lega Ambiente e Bobba delle Acli.

Così il paradosso è che a difendere la leva militare oggi ci siano tutti quelli che per decenni hanno organizzato con la scusa della non violenza la fuga dalla naja verso il servizio civile. Adesso vogliono la difesa "altra". Ci tratteniamo per non ridere.

Una posizione di classe sulla leva

I comunisti devono opporsi con forza all’esercito professionale ma per tutt’altre ragioni; la prima cosa da cui partire è chiedersi a cosa servono gli eserciti.

In una società divisa in classi sociali l’esercito è innanzitutto un apparato di repressione contro gli oppressi: i lavoratori, gli studenti, gli immigrati e chiunque si opponga al dominio del grande capitale.

Se si guarda alla storia dell’Italia, si vedrà come le gerarchie militari siano state coinvolte in ogni tipo di complotto reazionario: dalle stragi di operai e contadini agli albori del movimento socialista, alle stragi di stato negli anni ‘70, dai tentativi di colpi di Stato (Rosa dei Venti, P2, ecc.), ai massacri indiscriminati contro gli innocenti per "ragioni di Stato" (Ustica).

Cosa sono questi "rispettabili signori" con le divise piene di stellette? Golpisti, depistatori, insabbiatori, collusi con la mafia, il terrorismo nero, i trafficanti d’armi.

Ogni volta che si inasprisce il conflitto sociale, che sorge un movimento rivoluzionario, essi inevitabilmente si scontrano con il potere militare. Per questa ragione diventa fondamentale lottare contro l’esercito di professionisti, mantenere la leva obbligatoria riducendola a 3 o 6 mesi.

Anche noi siamo per la riforma della leva garantendo in primo luogo il controllo popolare sull’esercito, l’eleggibilità e la revocabilità degli ufficiali, i diritti democratici dei soldati, il diritto a percepire un salario decente garantito contrattualmente.

La verità scomoda che mai nessuno a sinistra vuole riconoscere è che la gran parte di quelli che fanno il servizio civile sono giovani del Nord (70% del totale), di ceto medio alto, con istruzione di livello superiore. Mentre a fare la naja sono soprattutto giovani del Sud (solo l’8% al sud sceglie di obiettare), proletari e dei livelli di istruzione più bassi, forse per pregiudizio o perché sono poco informati, hanno "pochi agganci" o vivono in zone dove ci sono poche strutture o enti che si fanno carico di tutelare l’obiezione. Resta il fatto che la gran parte dei potenziali referenti di una politica comunista, normalmente, fanno il servizio militare e che con questa realtà bisogna fare i conti.

Chi scrive ha sempre difeso il servizio civile, la parificazione di diritti con il servizio militare, ma non ha mai pensato che questa fosse la soluzione contro il militarismo; per il semplice fatto che l’altra faccia del servizio civile è l’esercito professionale.

A differenza di quello che potevano pensare gli obiettori, non è vero che se tutti rifiutassero di andare alle armi, si abolirebbe la violenza. Fino a quando la società sarà divisa in classi, non ci sarà mai la pace e i capitalisti troveranno sempre qualcuno che in cambio di soldi è disposto a imbracciare un fucile per sparare contro qualcun’altro. Per questo l’unica strada è difendere la leva e il diritto a fare propaganda nell’esercito da parte dei comunisti e chiunque altro voglia difendere democraticamente le proprie idee.

L’unico antidoto contro il nonnismo, di cui si è parlato molto in questi giorni è rafforzare i legami tra l’esercito e la società, il controllo delle organizzazioni democratiche e dei lavoratori su quanto avviene nelle caserme, abolendo il divieto, previsto dal codice militare, per i soldati di organizzarsi sindacalmente e di partecipare alla vita politica nel paese. Il nonnismo non verrà abolito in un esercito professionale, tutt’altro, l’oppressione contro il soldato, la "spina" sarà solo più nascosta ma non per questo sarà meno dura. Il nonnismo è un sistema congeniale per mantenere il controllo sulla truppa e verrà non solo tollerato, ma sempre e comunque fomentato dagli ufficiali come dimostra il comportamento tenuto dai comandanti della Folgore.

Diceva una volta un grande rivoluzionario che le rivoluzioni non si fanno contro gli eserciti, ma si fanno con gli eserciti, conquistando i soldati a un programma di trasformazione della società, contro i difensori più tenaci dell’ordine esistente, tra cui nelle prime file ci sono proprio le gerarchie militari.

Per questo non facciamo un sospiro di sollievo quando si parla di esercito professionale, ma ci preoccupiamo perché questo sottrae ancor più l’esercito dal controllo sociale e rafforza la casta dei generali reazionari, nemici dei lavoratori.