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Fermiamo l’assedio padronale a partire dallo sciopero dei metalmeccanici

Sono passati solo tre mesi dalla nascita del governo D’Alema, e già lo vediamo cadere nella stessa paralisi che ha condannato il governo Prodi. La nomina di D’Alema era stata vista come l’ultima possibilità di creare un governo politico sulla base di questo parlamento, e l’autorità personale del primo ministro e del suo partito avrebbero dovuto garantire quella stabilità che tutti invocavano.

Ma i fatti hanno dimostrato, già in pochi mesi, che questi erano solo sogni.

Nessun problema si è risolto, e nessuno si risolverà.

La situazione economica, innanzitutto, volge al peggio. Nonostante tutti gli esorcismi di Ciampi, che si ostina a dipingere tutto in rosa, il 1999 sarà peggiore del 1998 e gli obiettivi di crescita posti dal governo non verranno nemmeno sfiorati: la cifra del 2,5% del Pil potrebbe essere dimezzata, se non peggio. A ruota seguiranno tutti gli altri problemi: calo dei profitti delle imprese (come dimostra il caso Fiat, che già nel 1998 ha dimezzato i suoi utili), calo delle entrate fiscali e conseguenti problemi sul bilancio pubblico, ecc.

La disoccupazione rimane inchiodata oltre il 12%. La crisi che si prepara porterà inevitabilmente a una nuova ondata di ritrutturazioni, fusioni, chiusure di aziende. Tutte le promesse demagogiche fatte ai disoccupati non tarderanno a ritorcersi contro il governo e i partiti che le hanno sparse a piene mani.

La crisi istituzionale, infine, sta per riesplodere con forza raddoppiata. L’approvazione del referendum sulla legge elettorale ha avviato un processo inarrestabile di scomposizione in tutti i partiti e tutti gli schieramenti. Qualunque cosa faccia il governo, sia che riesca a varare una legge elettorale prima del referendum, sia che lo faccia dopo, non potrà impedire la crescita della frantumazione dei partiti parlamentari.

L’alleanza di centrosinistra sta ormai percorrendo la parte discendente della sua parabola, e sprofonda sempre di più nella palude. Il bilancio di questi tre anni per il movimento operaio è disastroso: Pds, sindacato e in parte anche il Prc hanno dilapidato il loro capitale politico, la loro autorità presso i lavoratori, per far accettare l’inaccettabile. Su tutti i terreni, da quello sindacale, a quello dello stato sociale, a quello dei diritti democratici, a quello della scuola, il centrosinistra non ci ha portato altro che arretramenti e sconfitte.

Inutile, e anzi negativo per i lavoratori, il centrosinistra rischia di trovarsi in futuro scaricato anche dalla borghesia. I padroni hanno applaudito Prodi e D’Alema, quando per bocca di Agnelli hanno dichiarato che per fare una politica di destra bisogna mandare al governo la sinistra. Ma questa luna di miele non durerà all’infinito: i padroni usano la sinistra al governo fintanto che mantiene la pace sociale e fintanto che porta avanti i loro interessi. Il problema è che questi due obiettivi sono in contrasto frontale fra loro e presto o tardi, questo contrasto esploderà. Il giorno in cui i lavoratori comincino a reagire in modo massiccio alla politica del governo, o in cui D’Alema si dimostri troppo sensibile alle richieste del sindacato,quello sarà per lui l’inizio della fine.

Le divisioni nei Ds crescono a vista d’occhio. Dopo aver corteggiato per anni tutti i possibili "democratici", D’Alema sta ricevendo il giusto compenso, e tutti quelli che in passato hanno guadagnato potere grazie all’appoggio dei lavoratori che votano ds oggi gli voltano le spalle: Di Pietro, Prodi, i sindaci, ecc. La parte più apertamente liberale del gruppo dirigente diessino intuisce che la barca comincia a fare acqua e si prepara ad abbandonare la nave saltando sul carro di Prodi. Significativo è il caso dell’ex roccaforte emiliana, dove queste divisioni stanno paralizzando i Ds al punto da non riuscire a scegliere un candidato sindaco per Bologna.

Dall’altra parte le continue uscite di D’Alema sulla flessibilità preoccupano sempre di più i dirigenti della Cgil, che hanno fatto da scudo al governo per tre anni e cominciano a sentirne il logoramento. Su questo terreno può avanzare la destra. Il Polo oggi vede una crisi della sua direzione e anche una divisione crescente, ma non dobbiamo farci ingannare: la destra può crescere nella società, non per la sua forza intrinseca, ma per la confusione, la passività e la demoralizzazione seminate fra i lavoratori dal centrosinistra. Il referendum elettorale sarà una prova generale di questo, così come lo saranno le elezioni europee. Se, come sembra probabile, i risultati confermeranno la crisi del centrosinistra che abbiamo già visto nelle ultime amministrative, potrebbero aprire il conto alla rovescia per D’Alema e probabilmente anche per la legislatura.

I lavoratori che hanno votato il centrosinistra nel ’96 lo vedevano come un muro per sbarrare la strada alla destra. Oggi vediamo la realtà: il centrosinistra è stato un muro sulla strada dei lavoratori, che ha impedito al movimento operaio di avanzare. Rifondazione è stata pesantemente coinvolta in questo meccanismo, e solo oggi, dopo la rottura, possiamo con fatica cominciare a risalire la china e domandarci come poter intervenire affinché quel muro cada e il movimento possa riprendere ad avanzare. Questo è uno dei punti centrali del congresso del Prc, su questo il nostro partito cerca indicazioni e proposte.

Chi dice che il centrosinistra ha "narcotizzato" i lavoratori, dice solo una mezza verità; è falso dire che la pace sociale che ha regnato in gran parte dei posti di lavoro in questi tre anni sia dovuta alla soddisfazione dei lavoratori, o al fatto che le condizioni siano migliorate. C’è una pressione sotterranea che si accumula da almeno due anni, che cresce ma non trova sbocchi. E come potrebbe esprimersi? Tutte le porte sono sbarrate. Il governo marcia come un carro armato e ogni giorno apre un nuovo varco alla confindustria; il sindacato ha blindato tutti gli accessi e soffoca qualsiasi voce critica; il nostro stesso partito, dopo essere stato corresponsabilizzato della politica di Prodi, oggi appare come più coerente, ma anche come un partito indebolito, e molti lavoratori si domandano se sapremo incidere realmente sulla situazione.

Grazie a tutti questi motivi; la "politica ufficiale" può oggi permettersi di ignorare il malcontento e la frustrazione che crescono nei posti di lavoro.

Ma il fatto che la tensione accumulata non trovi sbocchi per esprimersi non significa che questa non esista.

Quanto più verrà soffocata, tanto più esploderà in modo dirompente quando il limite verrà raggiunto.

La crisi delle trattative per i contratti (metalmeccanici, bancari, scuola) costringerà i dirigenti sindacali a chiamare i lavoratori in piazza, così come devono farlo con la manifestazione antirazzista convocata a Milano il 13 febbraio per rispondere all’offensiva delle destre sull’immigrazione. Sono i primi piccoli varchi attraverso i quali possiamo riprendere il dialogo con i lavoratori.

I comunisti lavorano oggi per riconquistare il terreno perduto e per aprire la strada a questo movimento. Dalla crisi del "riformismo senza riforme" e dall’esperienza delle condizioni sempre più precarie che il capitalismo sta diffondendo nascerà la richiesta di soluzioni radicali e rivoluzionarie. Oggi il primo compito dei comunisti è lavorare per far avanzare queste idee e per conquistare ad esse quei militanti che in futuro saranno al centro delle mobilitazioni.

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