D’Alema accetta l’abbraccio mortale di Cossiga - Falcemartello

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D’Alema accetta l’abbraccio mortale di Cossiga

L’unica alternativa è riprendere la strada della lotta

Con la caduta del governo Prodi si è esaurita la "spinta propulsiva" del movimento del 1994 contro Berlusconi, che aveva portato alla sconfitta elettorale del Polo nelle elezioni del 1996. Questo è il bilancio che dobbiamo trarre dagli avvenimenti dell’ultimo mese.

La prima dimostrazione la vediamo nella natura del governo D’Alema, nella sua composizione e nei suoi programmi. Il fatto che il capo dei Ds sia oggi primo ministro ha fatto sì che molti vedano questo governo più "a sinistra" del governo Prodi. Ma è veramente così?

Vediamo innanzitutto alcuni nuovi entrati nel governo.

Rosa Russo Jervolino, ministro dell’Interno: chi andava a scuola qualche anno fa la ricorda come ministro della Pubblica Istruzione, posizione dalla quale presiedette al taglio selvaggio di 56mila classi, che portò in piazza 300mila studenti, e per l’isteria bigotta con la quale si oppose a una campagna di educazione anti aids nelle scuole in quanto incoraggiava i giovani a usare il preservativo.

Carlo Scognamiglio, ministro della Difesa: ex golden boy del Polo berlusconiano nel 1994, messo da Berlusconi a fare il presidente del Senato; in precedenza una carriera in “prestigiosi” istituti di studi economici.

Ortensio Zecchino, ministro dell’Università: un signor nessuno regalato ai Popolari per placare la campagna furiosa della Chiesa contro il governo dell’“ateo” D’Alema. Doveva andare alla Pubblica istruzione, dove sarebbe stato l’uomo giusto per proseguire a tappe forzate verso la parificazione delle scuole pubbliche e private.

Evidentemente i popolari e Cossiga considerano solo rimandato il progetto, e nell’attesa eserciteranno su Berlinguer le dovute pressioni, convinti che si muoverà su questa strada.

Tiziano Treu, ministro dei Trasporti: dopo aver fatto spazzatura di molte conquiste dei lavoratori nei due anni in cui è stato ministro del lavoro si è ritenuto che in quella posizione fosse un po’ “bruciato” e lo hanno mandato ai trasporti, al posto dell’altrettanto “bruciato” Burlando. L’uomo giusto per varare nuove leggi antisciopero in un settore che si prevede turbolento (privatizzazioni ferrovie, trasporto aereo, ecc.). Il suo posto al ministero del Lavoro è andato a Antonio Bassolino, secondo l’antica tradizione di mettere l’uomo che ha l’immagine più popolare nel ministero in cui si prevede di dover fare ingoiare molte pillole amare ai lavoratori.

Giuliano Amato, ministro delle Riforme istituzionali: il suo governo nel 1992-93 è incancellabile nella mente dei lavoratori per il taglio della scala mobile, i famigerati accordi di luglio 1992 e l’avvio della politica di “risanamento” che ci è costata in questi anni circa 500mila miliardi. Come è stato scritto, la sua nomina è “una garanzia” per il Polo.

La composizione del governo e della sua maggioranza parlamentare rappresentano un chiaro passo indietro rispetto al già pessimo governo Prodi, di cui rimangono in carica diverse figure chiave, e in particolare Ciampi, Dini, Visco, Berlinguer e Bersani, quest’ultimo definito una volta dagli industriali come il “migliore (per loro!) ministro dell’Industria mai avuto”.

Ci sono alcune speranze che la presenza di D’Alema come primo ministro possa fare da contrappeso a sinistra contro l’allargamento a destra della maggioranza. Purtroppo sono solo illusioni. Se si taglia il vino con l’acqua, serve a poco metterci poi una bella etichetta di un vino d’annata: il contenuto sarà sempre imbevibile.

Lo dimostra anche il programma del nuovo governo. Nelle poche pagine di impegni vaghi, scritte per non scontentare nessuno, alcune cose sono chiare. Non si torna indietro su nessuna delle controriforme passate in questi anni; privatizzazioni, “rigore” finanziario, precarizzazione del mercato del lavoro, ecc. proseguiranno. La scuola pubblica sarà particolarmente bersagliata grazie al potere di ricatto che useranno i popolari e l’Udr, facendo da sponda all’offensiva dei vescovi in favore delle scuole private.

Il governo si prepara a un nuovo “patto sociale” con sindacati e Confindustria, un patto che potrebbe farci rimpiangere perfino i disastrosi accordi di luglio 1992-93.

La crisi del governo Prodi ha anche fatto piazza pulita di molte favole che ci avevano raccontato. La più grossa era quella che l’Ulivo era stato il fattore determinante per sconfiggere la destra nelle elezioni del 1996. L’eclissi rapidissima di Prodi dimostra quanto abbiamo sempre sostenuto: l’Ulivo non era altro che un parassita, una formazione politica che pareva avere successo solo in quanto si appoggiava sui partiti dei lavoratori.

Nel 1996 i lavoratori mandarono al governo l’Ulivo sperando di poter consolidare col voto la sconfitta che Berlusconi aveva subìto nelle piazze nell’autunno del 1994. La “speranza” del 1996 si è progressivamente logorata in questi due anni, lasciando il posto alla disillusione, all’apatia, all’incertezza. Il movimento operaio è stato messo sempre più ai margini della scena, ingabbiato dalla concertazione, dalle favole sul “governo amico”, dalla decisione del sindacato e in particolare della Cgil di sorreggere a tutti i costi il governo Prodi. C’è forse da stupirsi se in questo scenario a guadagnare terreno sono i vari Cossiga, Marini e compagnia?

Il governo D’Alema intende presentarsi come “governo per le riforme”, riprendere il filo della bicamerale e soprattutto cambiare la legge elettorale, rendendola ancora più antidemocratica. E veramente c’è qualcosa di impressionante nella crisi e nella corrosione di tutte le istituzioni, a partire dal Parlamento. Sono ormai sette anni che la classe dominante tenta di “mettere ordine” nelle istituzioni. I risultati che hanno ottenuto sono stati l’esatto contrario di quanto speravano, e ogni volta che gli avvenimenti ne danno una nuova conferma, la risposta di lorsignori è sempre la stessa: ci sono troppi partiti, troppa frantumazione, dunque… riduciamo gli spazi democratici. In un modo o nell’altro dobbiamo costringere gli italiani a votare solo due schieramenti, il più possibile simili fra loro; tutti gli altri devono sparire, e tanto meglio se questo porterà il 30 o il 40% degli elettori a non votare.

Ma a cosa si deve la crisi continua del parlamento e la sua frantumazione? Il motivo è molto semplice. In un’epoca di difficoltà economiche che dura ormai dal 1991, tutti i partiti borghesi si sono logorati nel far passare politiche antipopolari, e si sono frantumati nel tentativo di spartirsi un piatto sempre più magro. Dal 1993 in poi, con l’eccezione del periodo del governo Berlusconi, il Pds è stato decisivo per formare tutti i governi che si sono susseguiti; ma la collaborazione al governo dei partiti dei lavoratori ha un suo prezzo, come dimostra il calo di circa 200mila iscritti al Pds durante i due anni di governo dell’Ulivo e come soprattutto ha dimostrato questa crisi. Ora, è chiaro che se i maggiori partiti sono instabili, lo sarà anche il parlamento in cui sono rappresentati, e nessuna regola istituzionale potrà risolvere questo problema.

Di qui la crisi cronica della democrazia parlamentare, a cui la classe dominante risponde tentando di rendere meno democratica la rappresentanza elettorale.

La stabilità politica che i padroni invocano ogni giorno non può reggersi sul nulla. Alla lunga, questa può durare solo se esiste una situazione di pace sociale, di conciliazione fra i diversi interessi nella società, che a sua volta permetta una vita tranquilla ai maggiori partiti. Apparentemente il governo Prodi era andato molto avanti su questa via, riuscendo a far passare le sue politiche quasi senza opposizione sociale, come dimostra il calo degli scioperi in questi anni. Ma a quale prezzo? La pace sociale non si fondava sulla crescita economica, su un maggior benessere da distribuire, ma sul fatto che il Pds, Rifondazione e il sindacato si rendevano garanti presso i lavoratori, facendo da scudo a Prodi. La crisi e la caduta di Prodi significano che questo meccanismo ha cominciato a entrare in crisi.

In questa prima fase è stato il Prc a pagare il prezzo più alto, sia perché è un partito più piccolo, sia perché essendo il partito più a sinistra è stato maggiormente messo sotto pressione per la contraddizione fra le sue richieste e la politica di Prodi. Ma la storia non finisce qui: il logoramento che abbiamo subìto si farà sentire nei prossimi mesi sempre di più anche nei Ds e nel sindacato. Gli equilibri interni dei Ds sono cambiati in peggio, a conferma del fatto che questo nuovo governo non è affatto più a sinistra di quello di Prodi. La destra ulivista di Veltroni e Occhetto, che da due anni era impegnata in uno scontro sotterraneo con D’Alema, oggi fà un fronte con lo stesso D’Alema e mette Veltroni a capo del partito; in compenso la sinistra interna, negli anni scorsi pressoché inesistente, è costretta a distinguersi da D’Alema e nella Direzione dei Ds si astiene sul nuovo governo. Questi spostamenti non sono che i primi, timidi sintomi delle fratture che inevitabilmente si approfondiranno sempre di più fra i democratici di sinistra.

Per consolarsi alcuni difensori del nuovo governo tentano di descriverci una destra allo sbando, riferendosi in particolare alla crisi strisciante di Forza Italia, dove molti deputati sono chiaramente tentati di avvicinarsi a Cossiga. Tuttavia parlare di una destra in crisi sarebbe estremamente pericoloso e fuorviante. La destra è cresciuta in questi anni, sia elettoralmente, sia perché con l’uscita della Lega dal Polo ha trovato maggiore omogeneità, come dimostra il successo della manifestazione che ha tenuto a Roma il 24 ottobre. Il fatto che vi sia una crisi di direzione non significa molto. Ricordiamoci che, una volta che si erano create le giuste condizioni, Berlusconi ci mise poco più di sei mesi per mettere in piedi Forza Italia, mettere d’accordo la Lega e Fini e diventare capo del governo. Oggi la parte più decisa della destra potrebbe trovare un facile terreno di offensiva con il referendum promosso da Di Pietro, che propone di abolire la quota proporzionale rendendo ancora più antidemocratica la legge elettorale. Questo referendum è un vero e proprio cavallo di troia all’interno della maggioranza di governo e degli stessi Ds, tanto che Occhetto ne è uno dei più convinti sostenitori. Di Pietro ha già iniziato le manovre di sganciamento dal governo, con il chiaro intento di uscirne quando questo entri in crisi. In ogni modo, sia Di Pietro, sia Fini o sia qualcun altro, è del tutto evidente che si stanno creando le condizioni perché sulle rovine del nuovo governo si faccia avanti nuovamente qualche avventuriero che tenti di raccogliere il malcontento e il disgusto per il pantano parlamentare e di canalizzarlo verso destra.

In tutto questo è fin troppo chiaro che le esigenze reali dei lavoratori, dei disoccupati, degli studenti, dei pensionati saranno sempre più messe ai margini della politica “ufficiale”.

Nei giorni scorsi si è fatto un gran polverone, tentando di accusare Rifondazione di aver “rovinato tutto”, proprio mentre tutto andava per il meglio sotto il migliore dei governi possibili. Ma ora che il polverone comincia a calare, è possibile e necessario mettere da parte le illusioni degli anni scorsi e guardare in faccia la realtà: il fallimento dell’Ulivo è il fallimento di una politica sciagurata che per oltre due anni ha incatenato il movimento operaio al carro degli interessi avversari. È necessario che l’esperienza degli ultimi quattro anni, a partire dal governo Berlusconi, venga analizzata sotto questo punto di vista. Ad ogni svolta, in ogni momento importante, di fronte allo scetticismo, alla diffidenza istintiva, o anche all’ostilità aperta di tanti militanti del movimento operaio, si è sempre levata una voce, fosse quella di D’Alema, di Cofferati, e purtroppo a volte anche di Bertinotti, che ammoniva “o accettate questa strada, oppure sarà il disastro”. Fu così nel 1994, quando si impedì che il movimento contro Berlusconi arrivasse fino in fondo, fino alla caduta di quel governo, fu così nel 1995 con l’assalto alle pensioni del governo Dini, fu così nel 1996, di fronte al carattere evidentemente ostile ai lavoratori di gran parte della coalizione dell’Ulivo, fu così negli ultimi due anni, di fronte a 150mila miliardi di sacrifici e a tutte le altre misure che abbiamo dovuto ingoiare.

La collaborazione con partiti del centro borghese come i popolari, i diniani o l’Udr, e con i diretti rappresentanti del capitale come Prodi o Ciampi, non può che portare a subordinare gli interessi vitali di milioni di lavoratori alle esigenze del capitalismo. L’ostinazione di D’Alema nel perseguire questa strada, disposto a pagare prezzi ancora più pesanti a Cossiga e compagnia, può portare il movimento operaio ad un autentico disastro. Se c’è una critica che si può rivolgere a Bertinotti semmai è proprio quella di aver accettato questo meccanismo anziché combatterlo fin dall’inizio.

Ma allora, ci si dirà, non c’è nessuna via d’uscita? No, la via d’uscita c’è, ma è la più complicata e difficile da percorrere. È la via di riprendere il filo interrotto delle lotte del 1994, di rimettere all’ordine del giorno le necessità fondamentali della classe lavoratrice e di riprendere in mano noi stessi, in prima persona, la difesa dei nostri interessi.

Se il Prc trarrà questo bilancio dall’esperienza di questi anni, se saprà metterlo al centro della propria discussione interna, per poi riversarlo sul terreno più ampio del dibattito fra i lavoratori, nel movimento sindacale, ecc., allora dalla crisi che oggi noi comunisti attraversiamo usciremo rafforzati, e con noi si rafforzerà l’insieme del movimento operaio. Se questo però non avviene, non passeranno degli anni prima che a farsi avanti per risolvere a suo modo l’infinita crisi italiana sia una nuova destra più aggressiva e più compatta di quella che arrivò al governo con Berlusconi quattro anni fa.

Milano, 28/10/98