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Lo scorso 5 marzo, l’Unione europea ha lanciato un severo monito al governo, spiegando che tutte le cifre con le quali gigioneggiava Renzi erano in realtà fasulle.


Il debito pubblico italiano è inchiodato al 133,7% del Pil (era il 132,7 nel 2013); il deficit strutturale (depurato del ciclo economico e dei provvedimenti una tantum tesi a ridurlo) è allo 0,6%, mentre avrebbe dovuto azzerarsi quest’anno.
Più importante di tutti gli altri numeri, la crescita del Pil nel 2014 sarà dello 0,6% e solo nel 2015 supererà (forse) l’1%.
Riportato alla dura realtà, Renzi ha abbandonato per qualche giorno il suo sorriso stampato e ha dichiarato: “ora dobbiamo correre senza scherzare” (se lo dice lui...).
Presentatosi all’incontro con la Merkel dichiarando a tutti che gliene avrebbe dette quattro, Renzi ha strappato la concessione di portare il deficit sul Pil dal 2,6 al 2,9% e avanzato timidamente la richiesta di non conteggiare nel deficit gli investimenti che aumentano il Pil. Ha sfoderato poi l’asso nella manica che ha veramente convinto la Merkel che questo governo è di grana buona (per lei ovviamente): il Jobs act che renderà i giovani di questo paese precari a vita.
Il Documento di economia e finanza, approvato al Consiglio dei ministri dell’8 aprile e poi passato con un decreto all’antivigilia di Pasqua, contiene la programmazione economica da qui al 2016 e le coperture per i famosi 80 euro di minore Irpef che entreranno in busta paga dal mese di maggio.
Certificato che il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione avverrà con l’aiuto della Cassa depositi e prestiti (la gallina dalle uova d’oro che ormai sta finendo le sue covate) e che non vi sarà nessun taglio sostanziale al piano di acquisto degli F-35, il Def spiega come verranno reperiti i 6,7 miliardi necessari per gli sgravi Irpef in busta paga su cui il governo Renzi ha impostato tutta la sua propaganda.
Un miliardo di euro arriva dall’aumento delle imposte che pagano le banche sulle plusvalenze garantite loro dalle quote che possiedono della Banca d’Italia; 1,2 miliardi dall’Iva che lo Stato risparmia sui pagamenti della pubblica amministrazione, mentre il resto dei soldi arriverà da una revisione complessiva della spesa pubblica (il tetto agli stipendi dei manager pubblici, massimo 240mila euro all’anno, vale tra 350 e 400 milioni di euro). Una coperta comunque corta se è vero, come è vero, che all’ultimo minuto dalla platea dei dipendenti che beneficeranno degli 80 euro sono rimasti fuori quelli che guadagnano fino a 8mila euro.
La revisione della spesa pubblica sembra sempre qualcosa di avvincente, soprattutto se si dice spending review. In realtà, ben mascherati da parole docili, lì dentro ci sono 2,1 miliardi di euro di tagli ai trasferimenti agli enti locali che si mangeranno, con il conseguente aumento delle tasse locali, più della metà dello sgravio Irpef in busta paga.
Almeno la metà dei soldi che servono per coprire gli 80 euro vengono da sgravi fiscali una tantum. Mentre si scrivono sulla sabbia cifre di crescita economica che non esistono, con la legge di stabilità in autunno arriverà la copertura di 10 miliardi di euro per il bonus 2015 e saranno sforbiciate pesanti alla spesa per lo stato sociale. I tagli veri e propri alla spesa pubblica sono solo rimandati ai prossimi due anni e qui il Def non lascia spazio a illusioni e sorrisi magici: i tagli di spesa da qui al 2016 saranno di 32 miliardi di euro.
Solo per le pensioni i tagli saranno di 1,8 miliardi di euro nel 2014, 2,6 miliardi nel 2015 e 3,8 miliardi nel 2016 (la Repubblica del 20 marzo 2014).
Grave dimenticanza: proprio il giorno prima del decreto attuattivo del Def, la Banca d’Italia ha pubblicato i dati aggiornati sull’evasione fiscale in Italia: gli imprenditori hanno una differenza del 56% tra quanto dichiarato e quanto realmente percepito. Per chi percepisce redditi da fabbricati la differenza sale all’83%.
Una ingiustizia che non saranno né Renzi né gli 80 euro in busta paga a sanare.

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