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 Bilanci sul congresso del lingotto

L’Unità del 13/1, giorno d’apertura del congresso, tesseva le lodi dei quattro anni del centrosinistra: i profitti sono aumentati, la borsa ha moltipicato per quattro il livello di capitalizzazione, ci sono state privatizzazioni per 110mila miliardi e via di questo passo.

Complimenti, non si poteva pretendere di meglio! E infatti Agnelli ha "onorato" il partito facendo una visita di cortesia. La Stampa ha dedicato uno speciale di 4 pagine al Congresso dei Ds e mentre essa aveva uno stand dentro il Lingotto, i Giovani comunisti che vendevano Libe-razione sulla via Nizza, venivano allontanati dal servizio d’ordine nonostante fossero su un suolo pubblico. Solo dopo la protesta della compagna Gagliardi gli veniva concesso di vendere Liberazione, ma fuori al freddo.

Nel precedente numero di Falcemartello abbiamo parlato della crisi dei Ds; ci pare che il congresso nazionale confermi l’analisi lì evidenziata.

Lo scioglimento dei Ds nel Partito democratico, richiesto a gran voce da Parisi, è stato sostenuto solo da una piccola minoranza di delegati (meno del 10%) che corrispondono alla corrente "ulivista". La scarsa attenzione ricevuta da Occhetto, nel suo intervento dimostra l’isolamento in cui è relegata quest’area.

D’Alema, nonostante gli applausi che ha ricevuto, si trova ad essere obiettivamente più debole nell’apparato di quanto fosse due anni fa quando aveva un controllo quasi illimitato nel partito. L’esigenza di tenere assieme la coalizione governativa, facendo concessioni a destra e a manca (soprattutto a destra) ha aperto delle crepe nella sua corrente, come mostra l’elezione di diversi veltroniani nei posti di segreteria in federazioni importanti e la composizione della direzione nazionale che vede un equilibrio sostanziale tra la corrente del segretario e quella del presidente del consiglio.

Per andare incontro alle necessità dell’apparato del partito e dei sindacalisti il presidente del consiglio ha preso formalmente una posizione contraria ai referendum della Bonino, vedremo come sarà poi applicata. Ma è probabile che il governo si metta sulla strada proposta da Amato, che è quella di fare delle leggi sulla flessibilità che facciano decadere i referendum.

Troverà certamente la disponibilità della destra del partito, che per quanto poco significativa nel congresso in numero di delegati, sul terreno parlamentare è certamente più rilevante.

"L’ulivista Franco Debenedetti è intervenuto per ricordare di avere lui stesso presentato un progetto di legge che pur non intaccando il principio della giusta causa consente agli imprenditori di trasformare il reintegro obbligatorio sul posto di lavoro dei licenziati in una serie di indennità pecunarie. Ma se questa legge non si riuscirà a fare, come voterà al referendum sui licenziamenti il senatore Debenedetti? Naturalmente voterò sì". (Manifesto 15/1/2000).

La meteora Cofferati e la sinistra interna

Difatto solo l’intervento del segretario generale della Cgil ha impedito alla destra del partito di presentare un ordine del giorno (su cui si erano raccolte le firme di 250 delegati) perchè i Ds non si schierassero per il No ai referendum.

Cofferati ha fatto da mattatore, senza mai parlare di pensioni che ovviamente rappresentavano un argomento un pò imbarazzante per lui, si è smarcato da Veltroni rivendicando a gran voce il carattere riformistico e socialdemocratico del partito, riprendendo le posizioni che erano state espresse dalla sinistra interna (no allo scioglimento dei Ds, costruzione di comitati contro i referendum della Bonino).

La sinistra è uscita obiettivamente oscurata dall’assise, incapace di offrire una reale alternativa strategica. Fulvia Bandoli, leader della minoranza, che ha preso 35mila voti nei congressi delle unità di base, a differenza di Veltroni ha parlato nel suo intervento di capitalismo (per meglio dire ha usato il termine società occidentale), ma si è limitata a parlarne, non ha affatto proposto una strategia antagonista, tanto meno anticapitalista. Piuttosto che incalzare Cofferati, la sinistra ha deciso di sdraiarsi sulle sue posizioni.

La loro battaglia si è limitata a contrastare la proposta dell’elezione diretta del segretario (posizione plebiscitaria che poi si è imposta comunque in Commis-sione politica), e a fare una critica blanda sulla partecipazione del governo ai bombardamenti contro la federazione Jugoslava.

Giorgio Mele, coordinatore della sinistra, ha dichiarato che si costituiranno come area programmatica, questo è certamente un passo in avanti, ma è altrettanto vero che su queste basi politiche la sinistra Ds continuerà ad essere fondamentalmente un gruppo di pressione all’interno dell’apparato.

Ds: partito liberale?

Buona parte della stampa borghese, ma anche il Manifesto e Liberazione il giorno dopo la relazione del segretario dei Ds, hanno presentato Veltroni come l’artefice della definitiva trasformazione dei Ds da partito dei lavoratori a partito del progressismo liberale.

La verità non è così semplice, c’è una resistenza a tutti i livelli dell’apparato, che si esprime non solo con l’esistenza di una minoranza socialdemocratica che vede militare al proprio interno sindacalisti di un certo peso (Sabbatini, Terzi, Rinaldini, Magni), ma anche attraverso l’apparato sindacale e di partito che ha sostenuto il documento di maggioranza.

Non ci riferiamo solo a Cofferati, ma anche a quei segretari di federazione di fede dalemiana che sono a disagio di fronte al nuovo ceto dirigente che Veltroni sta cercando di imporre a livello nazionale.

Questa polemica è arrivata sui giornali quando il Corriere della Sera ha pubblicato un’intervista, ad alcuni anonimi delegati del Lingotto con posizioni di responsabilità locale nel partito, che criticavano Passuello, storico dirigente delle Acli, messo da Veltroni a fare il segretario di organizzazione e che viene visto come un intruso dall’apparato.

Il ceto dirigente dei Ds ha mostrato al Lingotto di non poterne più delle svolte, ed è emerso invece un profondo spirito di conservazione che si oppone a scioglimenti e vuole tenere i piedi ben piantati nell’Inter-nazionale socialista, nell’alveo della tradizione storica di quella parte del movimento operaio non comunista, che secondo D’Alema era dalla parte della ragione. Bontà sua.

La situazione comunque era e resta in rapido mutamento, il partito nel prossimo anno e mezzo (ammesso che si arrivi alla fine della legislatura) si troverà ad esprimere il presidente del consiglio di un governo di minoranza, con una pressione costante da parte della borghesia che pretenderà attacchi ancora più duri contro il movimento operaio.

L’ala "ulivista" si farà portatrice di queste pressioni, ma ci sarà anche chi opporrà resistenza, soprattutto se ci fosse un risveglio delle lotte operaie.

Il partito sottoposto a queste pressioni contrastanti potrebbe anche rompersi e non necessariamente la maggioranza, come sembra mostrare questo congresso seguirà la Confindustria, an-dando ad affollare il ceto politico borghese.

Una volta che si esaurisse miseramente l’esperienza del D’Alema bis non è escluso che potremo trovarci di fronte a una scissione di destra minoritaria, con il resto dei Ds che spingono a sinistra alla ricerca di una identità socialdemocratica.

In questo contesto l’interlocuzione che sapranno aprire i comunisti fin da ora con la base dei Ds è fondamentale. Parlando alla base ovviamente si parla anche ai vertici; dobbiamo rigettare ogni concezione del "fronte unico dal basso" di matrice bor-dighiana.

Il terreno per aprire questo dialogo non è però quello delle segrete stanze, fatto di accordi puramente istituzionali, che è la logica che guida il Prc alle regionali.

Bisogna avviare un’interlocuzione di massa sui referendum della Bonino, la legge Rsu, la questione salariale, l’occupazione, sollevando le contraddizioni che esistono tra la politica confindustriale del governo D’Alema e le necessità materiali della base sociale dei Ds.

Base sociale che resta fondamentalmente proletaria, anche se obiettivamente in questi anni si è alleggerito il peso specifico della classe operaia in quel partito, come era abbastanza evidente a giudicare dalla composizione dei delegati al Lingotto.

La natura dei Ds di partito socialdemocratico non è necessariamente residuale, nè il passaggio al campo borghese è un processo irreversibile. Tutt’altro.

Dipenderà in primo luogo dallo sviluppo del conflitto di classe ma è probabile che i Democratici di sinistra continueranno ad essere in futuro (con inevitabili scissioni di destra di carattere liberal-democratico) un partito di riferimento dei lavoratori con il quale è ovviamente necessario rapportarsi sul piano politico e sociale.

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