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fm267 smallL'editoriale del nuovo numero di FalceMartello

Alla Leopolda, un festino padronale che trasudava disprezzo verso qualsiasi cosa ricordasse lontanamente il movimento operaio.
In Piazza San Giovanni, un fiume rosso di orgoglio operaio che si mette in marcia.
Nessun regista avrebbe potuto rappresentare in modo più plastico la voragine dello scontro di classe che si è aperto nel nostro paese. Camicie bianche e rolex da 15mila euro contro lavoratori e pensionati che non ce la fanno più ad arrivare a fine mese.

“Coi sindacati non tratto”, “le manifestazioni non ci fermano”, le storielle sull’Iphone e i gettoni telefonici… il catalogo delle idiozie sparate dal “reuccio” è inesauribile e dove non basta Renzi, arrivano gli zelanti cortigiani di cui si è circondato. Benissimo! Continuate, cari signori, continuate coi finanzieri alla Serra che dall’alto dei loro patrimoni invocano “più durezza nel Jobs act” o la limitazione del diritto di sciopero. Continuate coi ministri alla Alfano che risolvono le crisi industriali a manganellate, con le varie Picierno, Boschi, Madia, Giannini…
Dietro questa poco attraente brigata i padroni applaudono entusiasti. Il presidente di Confindustria Squinzi ha detto a chiare lettere che la legge di bilancio avvera “i sogni” degli industriali.
Da oltre Atlantico arriva per Renzi l’incoraggiamento del Wall Street Journal, in un editoriale che il giorno dopo la manifestazione della Cgil si scaglia con violenza contro il sindacato. Ecco un florilegio: “Potete chiamare questo movimento il movimento per la rovina economica d’Italia. Le imprese in Italia non crescono per non dover avere a che fare con sindacati radicali come la Cgil, rapidi a lottare e lenti a fare accordi. Chi è sceso in piazza non rivendica delle tutele ragionevoli, ma chiede un futuro di disoccupazione per milioni di concittadini, in primo luogo giovani. Per il loro bene dobbiamo augurarci che Renzi tenga duro”.

Di fronte alla minaccia del segretario della Fiom di occupare le fabbriche, Renzi non si è trattenuto dal rispondere che “bisogna creare occupazione, non occupare le fabbriche”. Due giorni dopo, le manganellate contro gli operai di Terni scesi a Roma.
Se questa è la portata dello scontro, l’imperativo è uno solo: interpretarlo con altrettanta chiarezza e decisione. Alla concentrazione delle forze padronali, tutte schierate dietro a Renzi per tentare lo sfondamento, dobbiamo opporre la concentrazione di tutte le forze del movimento operaio.

Primo comandamento: unire le forze! Lo sciopero generale è necessario e urgente, ma anche questo potrebbe non bastare a fermare il governo. I momenti di lotta nazionali vanno inseriti in una piano di lotta complessivo, che mobiliti tutti i settori della classe lavoratrice. Bisogna lottare per una piattaforma che raccolga anche quei settori, spesso i più sfruttati, che negli anni scorsi sono stati completamente ignorati dai sindacati confederali; bisogna coordinare le principali aziende che lottano contro chiusure e licenziamenti e fare di ciascuna di esse un punto di riferimento per tutte le vertenze di lavoro nei rispettivi territori; bisogna che queste vertenze confluiscano nel movimento generale con una parola d’ordine unificante, ossia difendere il patrimonio produttivo attraverso l’esproprio delle aziende che chiudono o licenziano; bisogna allargare il fronte verso i possibili alleati, dai giovani, ai disoccupati, ai pensionati, ai lavoratori autonomi rovinati dalla crisi.

Secondo comandamento: nessuna delega in bianco! La Cgil e la Fiom sono le organizzazioni protagoniste di questa mobilitazione, ma questo non significa rilasciare cambiali a nessun dirigente. Al contrario, dobbiamo incalzare costantemente i gruppi dirigenti, promuovere sistematicamente il protagonismo dei lavoratori, dei delegati, della base. A Roma Susanna Camusso ha detto parole impegnative quando ha parlato di estendere i diritti, di una lotta di lunga durata, quando ha detto che la concertazione non è proponibile. Bisogna prendere in parola questi dirigenti ed esercitare una pressione costante e crescente affinché alle parole seguano i fatti.

C’è infine un punto cruciale, la questione “politica”. La rottura col Pd e la necessità del partito di classe erano questioni che balzavano fuori da Piazza San Giovanni come un pugno in un occhio. La questione non può essere elusa: da questo scontro emerge più che mai la necessità di un partito dei lavoratori, per i lavoratori, che traduca questo conflitto in un programma di reale alternativa a questo sistema marcio e ai suoi rappresentanti.
La domanda da porci è: possiamo lottare contro questo governo e contro il padronato che lo sostiene senza avere un partito? O per essere più precisi: da questo movimento può scaturire una vera alternativa senza un partito che incarni nel suo programma e nei suoi obiettivi la rappresentanza della classe lavoratrice, oggi non rappresentata da alcuno?
Un movimento di milioni di persone ha bisogno di un partito di massa e può creare le condizioni per la sua nascita. Da militanti comunisti e rivoluzionari quali siamo, dobbiamo porre apertamente la questione nel movimento, a partire dai suoi settori più consapevoli. Non si tratta di aspettare che la sinistra Pd sciolga i suoi tormenti parlamentari decidendo se votare o meno il Jobs Act e la legge di stabilità. Neppure si tratta di rimescolare per l’ennesima volta le carte nell’ambito sempre più ristretto della “sinistra radicale”.
Dalla Cgil, dalla Fiom, dai militanti della sinistra può nascere il processo di aggregazione che apra una nuova fase nel movimento operaio italiano. In questo processo si potranno e dovranno confrontare ed eventualmente scontrare le diverse ipotesi, programmi e strategie per condurre questa lotta fino in fondo.

La cosa più importante è che il processo si è avviato, e non a caso l’aria si fa subito più respirabile. Non si parla più di “Berlusconi sì o Berlusconi no”, di “casta contro cittadini”, di “nuovo contro vecchio”. Lavoratori contro padronato, diritti contro sfruttamento selvaggio, profitto contro salario: la lotta di classe chiarifica in pochi giorni i veri termini dello scontro e ci chiama a nuove responsabilità!

3 novembre 2014

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