Fermiamo l’attacco ai nostri diritti - Falcemartello

Breadcrumbs

Contro i referendum della Bonino, contro la minaccia alle pensioni

La destra e i padroni sono passati all’offensiva su tutti i fronti. Dopo averci spremuto con la "concertazione", e sfruttando il credito e la fiducia che i lavoratori avevano verso i dirigenti sindacali e il governo di centrosinistra, vogliono andare oltre e preparano una vera e propria dichiarazione di guerra contro i nostri diritti e contro le nostre organizzazioni.

In primo piano, ancora una volta le pensioni. A cinque anni dalla caduta del governo Berlusconi, che si era rotto la testa proprio sul problema delle pensioni, ci troviamo esattamente da capo.

Tutte le promesse fatte dai dirigenti sindacali nel 1995 si stanno dimostrando essere false. Si diceva che fino al 2012 non si sarebbero più toccate le pensioni, e ora tutto viene rimesso in discussione. La legge promessa nel 1997 per i lavori usuranti si è tradotta in una farsa che copre solo 60mila lavoratori, quando sono invece milioni quelli che per condizioni disagiate e pericolose di lavoro avevano legittimamemente sperato di poter ottenere una seria tutela.

L’uguaglianza e l’equità di cui tanto parlano i dirigenti sindacali e il governo si riducono a questo: che poiché c’è chi sta peggio e chi sta meglio, per essere tutti uguali dobbiamo uniformarci alle condizioni peggiori, e poi chi può permetterselo si pagherà la pensione integrativa. La polemica fra i dirigenti della Cgil e quelli della Cisl si riduce a una corsa a chi fa la proposta peggiore, fra chi propone di bastonare i lavoratori anziani (Cofferati che è disposto a passare al sistema contributivo per tutti) e chi propone di colpire prima i giovani, i neoassunti e il meridione (D’Antoni, che propone gabbie salariali e di fatto la distruzione dei contratti nazionali).

A spingere questa corsa al disastro c’è la campagna martellante di tutti i massmedia controllati dal grande capitale, del Fondo monetario internazionale, della Banca europea, dei "famosi" economisti, che per tutta l’estate si sono sbizzarriti in infinite variazioni su un unico tema: per salvare l’Italia bisogna affossare le pensioni.

Ma per quale motivo parte proprio ora questa campagna? Dietro alla propaganda condotta dalla grande stampa non c’è un semplice "cambiamento d’umore". Sono motivi economici e politici che inducono i capitalisti italiani a tentare di cambiare passo e a passare più decisamente all’offensiva.

L’economia italiana va a rilento e non riesce ad approfittare della ripresa che pure continua, per quanto modesta, nel resto d’Europa. Soprattutto è la perdita di competitività ad allarmare il padronato.

Agnelli ha dichiarato che in sette anni l’economia italiana avrebbe perso il 9% di competitività rispetto ai concorrenti europei. L’inflazione italiana è tre o quattro volte più alta di quella francese e tedesca, e questo rischia di mettere fuori mercato le merci italiane.

A conferma di questo vediamo come la bilancia commerciale, che a partire dal 1993 aveva segnato un record dopo l’altro grazie alla svalutazione, negli ultimi due anni vede questo attivo ridursi in modo drastico. Solo nei primi 5 mesi del ’99 c’è stato un calo del 2,5% nell’export verso i paesi europei.

In passato la risposta classica a questi problemi era da un lato svalutare la lira, per esportare di più, e dall’altro aumentare la spesa pubblica per creare più mercato all’interno. Oggi entrambe queste strade sono impedite dagli accordi di Maastricht, e se da un lato questo spinge alcuni imprenditori come Romiti a chiedere di rimettere in discussione quegli accordi, dall’altro, rende evidente che i padroni potranno recuperare quello che hanno perso verso l’esterno con un’offensiva verso l’interno, cioè tornando ad attaccare diritti e salari dei lavoratori italiani.

Non ci sono però solo le preoccupazioni per l’economia. I circoli che contano nella classe dominante capiscono che il centrosinistra è ormai logorato. Punito duramente nelle elezioni europee e amministrative di giugno, D’Alema teme, e a ragione, che qualsiasi scossone possa mandare in pezzi la sua coalizione, e si limita a tirare a campare.

Se non fosse per l’appoggio di Cofferati e del gruppo dirigente della Cgil, il governo sarebbe già al capolinea. Difficilmente questo governo potrà portare a termine una finanziaria d’urto come quelle dei governi Amato e Ciampi, o come la prima del governo Prodi.

Così, a nemmeno quattro anni dalla nascita del centrosinistra, la parabola si avvia alla conclusione. Tutte le "speranze", tutta la retorica e tutte le migliaia di parole spese allora per convincerci che era giusto metterci nelle mani dei vari Prodi, Dini, Amato e compagnia si sono ridotte a questo esito: abbiamo avuto una specie di tregua, e ora i padroni e la destra tornano all’offensiva più aggressivi e più forti di prima.

Di questa offensiva, i radicali e la Bonino, con i loro venti referendum, sono la punta di lancia e l’espressione più completa. Se questi referendum venissero approvati significherebbe la distruzione di 100 anni di conquiste del movimento sindacale.

Nei loro referendum i radicali hanno compendiato i sogni più cari e quasi inconfessabili che il padronato italiano accarezza da trent’anni: libertà di licenziare, completa deregolamentazione del mercato del lavoro, distruzione della sanità e delle pensioni pubbliche, legge elettorale ancora più antidemocratica, emarginazione del sindacato.

La campagna della Bonino per la prima volta sta portando in piazza pubblicamente le proposte che per anni sono state discusse sulle riviste specializzate, nei convegni riservati, nei "pensatoi" della classe dominante.

Certo, non è detto che i radicali raggiungano le firme richieste, e non è affatto detto che riescano a raccogliere attorno a loro tutta la borghesia, che ancora oggi appare politicamente divisa fra molti partiti e incerta su quale strada seguire per applicare il proprio programma. Alla Bonino i padroni assegnano per ora il ruolo di rompighiaccio, e vedono i suoi referendum come un utile "stimolo" per tenere sotto pressione il governo e per accelerarne la crisi.

Tuttavia sarebbe pericoloso sottovalutare questa campagna reazionaria.

Dietro alla Bonino, o dietro a qualche altra figura che in una seconda fase raccolga i frutti della sua azione, possono raccogliersi ed esprimersi le tendenze e gli umori più reazionari della classe dominante, la voglia di rivincita verso i lavoratori, l’aspirazione a tagliare con un colpo di spada tutti i nodi che in questi anni si sono aggrovigliati, e a risolvere una volta per tutte in senso reazionario la crisi politica, economica e istituzionale del capitalismo italiano. I miliardi raccolti dalla Bonino per la sua campagna dimostrano chiaramente da che parte batte il cuore dei padroni.

Non a caso Di Pietro, che si è sempre sforzato di rappresentare questo tipo di posizioni (antipartiti, "antipolitica", ecc.) a sua volta si smarca sempre di più dal governo, firma i referendum di Fini e attacca
il centrosinistra gli argomenti più classici della demagogia reazionaria.

A questa campagna è necessario dare una risposta decisa. Sarebbe suicida se pensassimo che in qualche modo è "giusto" che i dirigenti sindacali vengano "puniti" attraverso questi referendum per le loro infinite malefatte.

I dirigenti sindacali per la maggior parte hanno scelto la politica dello struzzo. La loro "risposta" alla Bonino è sperare che non raggiunga il numero di firme necessario. Al massimo si sono lasciati andare a qualche commento contrario ai referendum.

Crediamo invece che sia un compito dei lavoratori e dei delegati mobilitarsi seriamente per contrastare i referendum. Questo significa innanzitutto una seria campagna di contropropaganda e spiegazione fra i lavoratori, i disoccupati, i pensionati, i giovani, sul vero significato dei referendum, una campagna che preveda anche iniziative di presidio dei banchetti dei radicali (come è già avvenuto a Milano e in altre città).

Lottare seriamente contro questo attacco, però significa anche lottare per cambiare radicalmente la linea del sindacato. Dobbiamo dire chiaramente che la destra non avrebbe mai trovato tanto spazio, nè avrebbe potuto tentare un attacco così aperto al movimento sindacale, se non fosse per la infinita serie di cedimenti, errori e veri e propri soprusi consumati ai danni dei lavoratori in questi anni dagli stessi dirigenti sindacali, che hanno creato il clima di delusione e frustrazione verso il sindacato, un clima che apre la strada al tentativo della destra.

La nostra difesa del sindacato e delle conquiste passate deve essere incondizionata. Ma questo non significa mettere a tacere le nostre critiche al sindacato stesso. Mentre ci mobilitiamo contro chi vuole distruggere le pensioni e la sanità pubbliche non possiamo non mobilitarci contro chi nel governo e nel sindacato apre la strada alla stessa politica con le privatizzazioni, con leggi come la Bassanini, ecc.

Lottare contro la flessibilità e la precarizzazione selvaggia significa anche lottare contro le misure approvate dal governo in passato, come il lavoro interinale, e contro chi nel sindacato propone le gabbie salariali o i patti "per il lavoro".

Lottare per la difesa dei diritti sindacali significa anche lottare contro la concertazione, che di quesgli stessi diritti e della democrazia sindacale rischia di essere la tomba.

La lotta per difendere il sindacato e i nostri diritti è quindi anche una lotta per cambiare il sindacato stesso, per cambiare la sua politica, per imporre la democrazia interna e renderlo uno strumento di reale difesa dei nostri interessi. Solo a queste condizioni potremo rompere l’accerchiamento della destra e del padronato.

Non possiamo aspettarci che il vertice sindacale organizzi una risposta seria a questa offensiva. È quindi compito dei delegati, degli iscritti al sindacato e di tutti i lavoratori organizzarsi e mobilitarsi per cambiare questa situazione e dare ai radicali, alla destra e ai padroni la risposta che si meritano.

Milano, 11 settembre 1999