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Tra i piagnistei dei padroni che vengono regolarmente ripresi e amplificati dai mass media ce n’è uno particolarmente odioso, secondo forse solo alla richiesta di sempre maggiore flessibilità.

Parliamo del costo del lavoro e dell’idea che quello del mercato italiano sia troppo alto e poco competitivo, soprattutto per via di oneri a carico dell’azienda troppo alti. Renzi ne ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia: sulla base dello slogan  “Paghiamo troppe tasse”, cerca di suggerire che lavoratori e imprenditori siano sulla stessa barca.
Si tratta di argomentazioni che non hanno in realtà nessun fondamento reale e che, viste da vicino, si rivelano essere solo una favola, il cui scopo è ben altro dal voler migliorare lo stato dell’economia italiana.

 

La favola dell’alto costo del lavoro

Una recente ricerca dell’Eurostat dimostra chiaramente quanto questo discorso sia astratto. Infatti nella classifica delle principali economie europee in base al costo del lavoro l’Italia non è la prima, avendo un costo del lavoro che si attesta intorno ai 28,1 euro all’ora, ma ha davanti sia la Francia, con 34,3 euro all’ora, che la Germania, con 31,3 euro all’ora. In cima alla lista ci sono invece alcuni paesi nordici, tra cui spicca la Norvegia con ben 48,5 euro all’ora. Guardando i numeri si vede chiaramente che il problema non è l’alto costo del lavoro. La verità è che il costo del lavoro in Italia è cresciuto dal 2008 dell’11,5%, un dato perfettamente in linea con quello delle altre maggiori economie europee, che in media è stato del 10%, mentre solo in Grecia e in Portogallo questo dato ha avuto un segno negativo. Allora è una recente nota dell’Ocse a rivelare le vere intenzioni dei padroni, quando dice che il problema dell’Italia è “che il costo del lavoro non è diminuito come nelle altre economie della zona mediterranea”.
Anche l’altra argomentazione che viene spesso portata avanti, cioè che il costo del lavoro “a carico delle imprese” è troppo alto, va messa a confronto con la realtà. Qua i numeri sono meno chiari, a prima vista, ma da un’analisi seria si può vedere il vero fine dei padroni. Il cuneo fiscale, cioè la differenza tra il costo lordo di un’ora lavorata e il salario netto che percepisce il lavoratore, in Italia è del 47,6% (dati Ocse, 2012), un dato che viene superato da Belgio (56%), Francia (50%), Germania (49,7%) e Austria (48,9%). Quindi anche qua l’Italia è perfettamente in linea con la media delle principali economie europee.
Ciò che fa la differenza è la parte che di questa percentuale viene caricata direttamente sul lavoratore e la parte che viene invece versata a nome dell’azienda. Questo dato varia molto, essendo il risultato di processi storici molto diversi tra loro. In Italia il 24,3% è a carico dell’azienda, mentre il lavoratore versa il 23,3%. Che è un dato in linea con molte altre importanti economie ed è persino superato dalla Francia, dove l’azienda versa il 30,6%. è vero che in Germania questo dato è molto più basso, circa il 16%, ma lì il lavoratore versa più del 33%. Allora bisogna chiarire bene cosa si intende per oneri a carico dell’azienda. Nominalmente questi sono contributi previdenziali, cioè quanto versato per la copertura pensionistica e sociale. Di fatto, in realtà, è salario differito del lavoratore, quindi una parte del profitto prodotto dal lavoro a cui il padrone rinuncia per permettere al lavoratore di avere una copertura previdenziale.

 

L’ipocrisia dei padroni

Quando i padroni dicono che vorrebbero un minor peso di questi oneri (e in generale un minor costo del lavoro) stanno in realtà dicendo che vorrebbero un margine di profitto più alto, che nelle altre economie viene ottenuto da una maggiore produttività. Ma in Italia piuttosto che investire per aumentare la produttività si preferisce agire sul costo del lavoro. Tutti i loro piagnistei sulla pressione fiscale e i troppi oneri sul costo del lavoro hanno solo questo fine: garantirsi un maggiore margine di profitto a scapito dei lavoratori. Piagnistei che diventano ancora più odiosi e falsi se si pensa al contesto in cui vengono fatti, cioè quello del paese, questa volta davvero, con la maggiore evasione fiscale del continente.
I padroni si lamentano come se davvero pagassero le tasse. Quindi non solo è falsa tutta la propaganda sull’alto costo del lavoro ma è anche offensiva nei confronti di chi paga tutte le tasse, fino all’ultimo centesimo, ogni mese, e che se sbaglia (perché sbaglia l’ufficio paghe o perché si perde nel dedalo della burocrazia fiscale) si vede perseguitato e multato senza nessuna possibilità di fuga. Mentre chi ha patrimoni e capitali si può permettere di pagare tangenti o di nascondere i propri averi in conti segreti off-shore. Il nostro è il paese con il più alto numero di milionari sconosciuti al fisco.
La lotta di classe è quindi ancora viva e vegeta e per combatterla i lavoratori hanno bisogno di strumenti adeguati, un’organizzazione e un programma radicalmente diversi da quelli che hanno oggi. Bisogna rivendicare l’apertura dei libri contabili delle aziende, una fiscalità davvero progressiva e retroattiva, una patrimoniale sulle grandi ricchezze, l’abolizione dell’Iva e dell’Imu (e della Tasi) e di tutte le tasse che pesano solo o in gran parte sui lavoratori.
Non possiamo però illuderci che la lotta all’evasione venga compiuta da funzionari e manager di Stato corrotti e legati a doppio filo alle grandi aziende. È necessario il controllo e la gestione dell’Agenzia delle entrate (l’organo esattore dello Stato) da parte dei lavoratori e l’abolizione delle agenzie parallele di riscossione dei debiti con l’erario, come Equitalia.
Questo significa rompere con ogni pratica moderata e concertativa, e con i gruppi dirigenti del sindacato e della sinistra che le sostengono. Solo il protagonismo dei lavoratori può portare a una vera lotta all’evasione fiscale e una reale redistribuzione della ricchezza.

 

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Dove sono i soldi

Nel 2011 Bosch ha patteggiato un versamento di 300 milioni di euro, a fronte di un’evasione contestata di 1,5 miliardi, Monte dei Paschi ha versato 260 milioni (la cartella era di 1,08 miliardi), Banca Intesa 250 milioni, Banca Popolare di Milano 186 milioni, Unicredit 99 milioni. I numeri veri dell’evasione si nascondono dietro le dichiarazioni fasulle delle grandi società.

fonte: audizione del direttore generale dell’agenzia delle entrate alla Commissione finanze della Camera, settembre 2012

Secondo le dichiarazioni del 2012, nel 2011 i gioiellieri guadagnavano 17.200 euro, i proprietari degli autosaloni 10.100 euro, i veterinari 21mila e gli architetti 29mila. I lavoratori dipendenti? 20.200 euro. La divisione in classi di questa società si rivela anche nel rapporto col fisco.


fonte: Istat

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