Governo Prodi, bilancio di 2 anni - Falcemartello

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Governo Prodi, bilancio di 2 anni Manovre economiche: 120.000 miliardi
Privatizzazioni: 50.000 miliardi
Posti di lavoro: zero!

 

Nelle elezioni Pds e Prc pagano il prezzo di questa politica

 

Come previsto l’euforia per l’entrata nell’Unione monetaria europea (Ume) non è durata a lungo, le ottimistiche previsioni di crescita del Dpef (+ 2,5% del Pil nel ‘98) sono state miseramente smentite dai recenti dati forniti dalla Banca d’Italia che vedono addirittura calare il Pil dello 0,1% nel primo trimestre del ‘98

L’inflazione è tornata a crescere, seppure lievemente ma tutte le informazioni che giungono dal sudest asiatico e particolarmente dal Giappone, di cui parliamo in altre pagine del giornale, portano a pensare che una ripresa dell’inflazione e dei tassi d’interesse è inevitabile a livello planetario.

Ne consegue che gli attivi di bilancio che l’Italia è costretta a fare nei prossimi anni, per rispettare il patto di stabilità sancito con i partner europei, dovranno essere fatti riducendo ulteriormente la spesa sociale (stato sociale e pensioni).

È ciò che chiedono la Banca comune europea (Bce), la Confindustria, gli investitori internazionali, in una parola il grande capitale finanziario e industriale.

Lo chiedono al governo dell’Ulivo, che negli ultimi due anni ha ben interpretato il ruolo di rappresentanza politica degli interessi della borghesia, riuscendoci meglio di ogni altro governo che lo aveva preceduto.

Ciò che ha fatto Prodi, con il sostegno pieno degli apparati sindacali e del Pds e con il consenso critico di Rifondazione comunista è la più grande operazione di classe mai riuscita alla borghesia italiana dopo il compromesso storico.

L’aspettativa che questo governo alla sua nascita aveva generato tra settori non piccoli della classe lavoratrice (era il primo governo con ministri di sinistra dal ‘47) è stata frustrata provocando in un primo momento demoralizzazione e confusione oltre che disillusione e distacco dalla politica.

Questi segnali che già si intravedevano nelle elezioni dello scorso autunno, diventano una vera e propria linea di tendenza nelle elezioni del 24 maggio che per quanto amministrative, costituiscono un test niente affatto irrilevante, visto che vedevano coinvolti 10 milioni di elettori.

Il dato dominante che emerge come molti commentatori hanno sottolineato è la crescita delle astensioni, che dimostra la sfiducia accumulata dai cittadini verso la politica, questo nell’era dell’Ulivo.

Il governo che doveva essere "amico" dei lavoratori è stato il paladino del liberismo selvaggio e ha portato l’Italia nell’Unione europea (capitalista e liberista) precarizzando il lavoro, facendo aumentare la disoccupazione, tagliando le pensioni, smantellando lo stato sociale e con un calo dei salari reali in un periodo dove si è vista una crescita esponenziale dei profitti e per di più in una fase di espansione economica.

 

Se qualche ministro dei democratici di sinistra pensava che l’entrata in Europa avrebbe accreditato il governo tra i lavoratori,
queste elezioni amministrative serviranno a reimmergerlo nella realtà.

Quello che conta nella coscienza della gente non è il raggiungimento di fantomatici parametri economici del tutto estranei, ma le proprie condizioni di vita materiale che oggettivamente sono peggiorate in questi due anni.

Questo avevano in testa i milioni di lavoratori che non sono andati a votare o che hanno votato la destra e non è un caso che i risultati siano stati così disastrosi per l’Ulivo proprio al Sud dove la situazione occupazionale è esplosiva.

 

L’Ulivo perde buona parte dei sindaci che aveva e la destra che sembrava in via di frantumazione rialza la testa e si prepara a ritornare più forte che mai.

Secondo Bertinotti il Prc "tiene" e in certi casi avanza e non è stato coinvolto dall’arretramento dell’Ulivo, cosa che poteva accadere considerando che i comunisti erano coinvolti nella maggioranza del governo Prodi.

Ma è proprio vero che il Prc mantiene i propri voti?

Liberazione del 27 maggio tenta di dimostrarlo pubblicando una tabella che confronta il risultato dei 90 comuni con più di 15mila abitanti in cui si è votato e confrontando il risultato con le comunali del ‘94.

Ne viene fuori che Rifondazione avrebbe preso 7mila voti in più rispetto alle precedenti amministrative e sarebbe passata dal 5% al 5,9%; un risultato che sarebbe lusinghiero, ma che non può essere considerato tale se si considera che in una trentina di comuni nel ‘94 Rifondazione Comunista non aveva presentato liste. In realtà facendo il confronto solo nelle città dove c’erano liste di Rifondazione anche nel ’94 si vede come invece c’è stato un arretramento secco con una perdita di oltre 8mila voti rispetto al ‘94 (da 116.722 a 108.406)

Se si confrontano poi i dati con le politiche del ‘96 allora l’arretramento è ancora più netto particolarmente in Sicilia dove alle provinciali si è passati da 187.697 voti a 95.959.

Che si voglia accettarlo o meno Rifondazione Comunista è in crisi di consenso; dopo una fase di crescita elettorale lenta ma ininterrotta durata per più di 5 anni (dalla nascita del partito alle politiche del ‘96) si avvertono particolarmente dall’autunno scorso i sintomi di un distacco e di un disincanto che colpiscono tutta la sinistra e con essa Rifondazione Comunista.

La cosa grave è che questa realtà viene negata dal gruppo dirigente del partito.

Addirittura in un editoriale su Liberazione il 26 maggio, Salvatore Cerbone esordisce dicendo che si intravede "il cambio di una tendenza negativa che si registrò nelle scorse tornate elettorali, di aprile e novembre dello scorso anno". Si noti che allora si sosteneva che il partito era avanzato, come si sostiene ora per le elezioni del 24 maggio.

Forse tra 6 mesi o 1 anno alla prossima tornata elettorale scopriremo che anche il 24 maggio del ‘98 il partito era uscito malconcio, ma oggi era poco opportuno ammetterlo.

Si può essere più o meno d’accordo sulle valutazioni politiche quello che non è accettabile e che per sostenere una tesi si camuffi la realtà.

Certo il dato elettorale non può essere l’unico elemento di valutazione e di verifica della propria linea politica, forse non è neanche il più importante; certamente più importante per un partito comunista è la capacità di radicamento e la penetrazione delle proprie idee tra i lavoratori, i giovani particolarmente tra quelli più avanzati in grado di promuovere le mobilitazioni sociali.

Su questo terreno qual’è il bilancio che possiamo trarre? In termini di iscritti il dato è più meno stabile (il partito è passato da 126mila iscritti dal ‘96 ai 130mila nel ‘97), ma in termini di attivisti e di presenze alle iniziative di partito il calo è notevole e si fa sentire.

Ai comizi elettorali, come alle manifestazioni e alle assemblee organizzate dai comunisti il distacco di molti militanti e dei lavoratori in generale è visibile e raggiunge livelli allarmanti.

 

Il "partito di massa" è sempre di più un miraggio mentre si definisce sempre più un partito "istituzionale" e di opinione. Il numero di amministratori e consiglieri comunisti è cresciuto a vista d’occhio in questi anni grazie ad una politica miope e scriteriati di accordi con l’Ulivo anche nelle condizioni più paradossali, quando bisognava sostenere candidati inguardabili, persino quando si aprivano delle possibilità alternative, come nel caso di Parma (vedi box), restando fuori dalle alleanza solo quando sono gli altri a cacciarci.

Nell’ultima riunione della direzione nazionale Bertinotti ha ammesso che l’assenza di movimenti si deve anche alla politica del governo di centrosinistra, tuttavia da questa considerazione non si traggono le necessarie conclusioni politiche, in termini di responsabilità che il partito ha avuto sostenendo questa politica nei suoi aspetti fondamentali.

La nascita dell’Udr, il discreto voto che le forze "centriste" hanno ottenuto alle aministrative (dove però nella maggioranza dei casi si presentavano col Polo) aprono delle nuove contraddizioni che offrono degli spazi per l’iniziativa dei comunisti.

Difatto i risultati elettorali, insieme alle condanne dei giudici contro Berlusconi hanno rappresentato la fine della Bicamerale dando un colpo mortale alle aspirazioni di D’Alema.

 

Oggettivamente con il voto sull’allargamento della Nato, si è vista una possibile alternativa all’attuale maggioranza, Cossiga rappresenta per Prodi un’autentica ruota di scorta da far valere se venissero a mancare i voti di Rifondazione, questo pericolo si aggrava considerando che in autunno ha inizio il semestre bianco (il semestre che precede l’elezione del presidente della Repubblica) nel quale è preclusa la strada delle elezioni anticipate.

Le pressioni che la gerarchia ecclesiastica esercita sul partito di Marini, perchè smetta di sostenere l’Ulivo e apra a Cossiga determinano una tendenza che porta all’isolamento del Pds. Non è un caso che D’Alema abbia insistito perchè sulla Nato di fronte al voto contrario di Rifondazione, Prodi non richiedesse apertamente facendo un incontro separato il voto a Cossiga, ma rimettesse il mandato a Scalfaro.

Il governo e su tutti Prodi ovviamente hanno fatto orecchie da mercante di fronte alle richieste del Pds e hanno pensato all’unica cosa che veramente gli interessa: rimanere a galla. Dunque niente rimpasto, nessun allargamento di maggioranza al Prc, nessuna concessione alle richieste di D’Alema.

Accade così che il Pds si trovi in una morsa infernale, paga il prezzo più alto per la politica antipopolare del governo, e nello stesso tempo riceve una botta dietro l’altra dai suoi alleati (l’ultima in Friuli dove il Ppi invece di presentarsi con l’Ulivo ha provato a sostenere una candidatura con Cossiga).

Rischia così di perdere la propria egemonia istituzionale con una maggioranza che slitta sempre di più verso il centro, dall’altra sul terreno sociale ed elettorale sconta il distacco politico e la frammentazione del proprio insediamento storico dove risiede parte rilevante del proprio bacino elettorale bacino elettorale: nella classe lavoratrice.

 

Continuando a sostenere una politica contro gli interessi della classe viene messa in discussione la stessa tenuta del partito; non è un caso che esponenti della sinistra interna e non solo (si pensi ad Angius) si prodighino in dichiarazioni tese a stabilire un rapporto privilegiato con Rifondazione per coinvolgerla nel governo, e chiedano a gran voce una svolta riformatrice.

A spingere in questa direzione c’è anche parte dell’apparato sindacale del Pds, che vede ridursi le basi del proprio sostegno
nella base e tra i lavoratori che sono sempre più disgustati dalla politica di Cofferati, e che vede la Cisl rinunciare al progetto del sindacato unico e lanciare in grande stile una lotta per il controllo sulla classe lavoratrice (con metodi burocratici ovviamente) facendosi promotrice con altre forze cattoliche del progetto di formazione di un grande centro.

Il fiasco ottenuto dalla manifestazione a Roma del 20 giugno convocata dai confederali e la crisi di tesseramento (che colpisce in primo luogo la Cgil) sono segnali che preoccupano Cofferati che non a caso dopo quella manifestazione ha rilasciato un’intervista a Repubblica in tono autocritico verso i contratti d’area e l’accettazione del lavoro a qualsiasi condizione.

 

Queste condizioni, sono favorevoli per rilanciare la Rifondazione Comunista e farla uscire dalla crisi nella quale si è infilata con il sostegno di questi due anni al governo Prodi.

A partire dal lavoro, dalla scuola, dallo stato sociale, dalle privatizzazioni per andare alla finanziaria del prossimo autunno bisogna negare il sostegno a qualsiasi misura antioperaia, denunciando il carattere borghese della politica governativa e chiedendo ai compagni del Pds di negare il sostegno a un governo che inevitabilmente non è in condizioni di rilanciare alcuna fase riformatrice o fase due che dir si voglia. È un appello che inizialmente rimarrà inascoltato ma che può farsi strada nella nuova situazione sociale che si va creando.

 

Dobbiamo smettere, con la nostra propaganda, di far credere ai lavoratori che sia possibile una opzione riformista per un governo di queste caratteristiche.

Il fatto che la strategia di D’Alema è entrata in un vicolo cieco ci aiuta a sostenere nella sua base, tra i lavoratori che questo è il risultato dell’alleanza cercata dall’apparato del Pds con i poteri dominanti.

Spiegare che l’unica possibilità per uscire dalla trappola del capitale è riprendere il filo di una politica di sinistra, dalla parte dei lavoratori, non sposando pari pari le tesi del capitale come l’apparato del Pds sta facendo da più di cinque anni a questa parte.

Preparare insomma le condizioni per una caduta da sinistra del governo Prodi proponendo in parlamento e nel paese tra i lavoratori la mobilitazione sociale contro nuove misure d’austerità.

Certo, per fare questo Rifondazione deve iniziare un serio bilancio autocritico della propria politica negli ultimi due anni che ha permesso alla debole borghesia italiana di godere di una rendita politica senza precedenti.

I padroni hanno fatto profitti eccezionali e guadagnato nei rapporti di forza, dall’altra i lavoratori hanno perso potere d’acquisto e sono schiacciati in un angolo senza opporre per ora una reazione significativa alle misure del governo e della Confindustria.

Perchè riprendano le lotte è necessario passare dalla caduta di Prodi, preparando a questa un’alternativa di sinistra da opporre alla destra e al centro borghese di Cossiga, Dini, Di Pietro e Marini.