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Rifondazione comunista
i nodi vengono al pettine

 

Rifondazione comunista sta attraversando l’ora più difficile dal momento della sua nascita.

Nessuno può più nascondersi che è in gioco l’esistenza stessa del Prc. Di fronte a una crisi come questa valgono a poco appelli generici all’unità del partito, anzi rischiano di avere un effetto addirittura contrario: il migliore contributo all’unità del partito che oggi si può dare è quello di sviluppare nel modo più chiaro, aperto ed onesto possibile le proprie posizioni, permettendo così una reale democrazia nella discussione. La scelta di convocare per gennaio il congresso straordinario era, a questo punto, una necessità elementare.

Per due anni il Prc ha subìto una vera e propria "cottura a fuoco lento" da parte dell’Ulivo. Oggi nessuno nega più, a differenza che in passato, il logoramento del partito, il restringimento della sua base militante, il calo elettorale.

Il progetto di costruzione del partito di massa è rimasto nel regno delle intenzioni: in nessun terreno, nè nel movimento sindacale, né in quello studentesco, né fra i disoccupati, si può parlare di passi avanti decisivi e consolidati nell’influenza del partito. Parallelamente sono aumentati i segnali di istituzionalizzazione del Prc, in un processo che lascia intravvedere alla fine del suo percorso un partito fatto di pochi attivisti, molti iscritti che non partecipano alla sua vita interna, molti votanti (perlomeno in termini relativi) e moltissimi eletti e rappresentanti nelle istituzioni.

Dopo che per oltre 2 anni si sono seminate a piene mani ogni genere di illusioni in Prodi, era inevitabile che si creasse il terreno per un ritorno in forze di posizioni moderate nel partito. Deve far riflettere il fatto che queste, a differenza del 1995 coi comunisti unitari, sono penetrate a tutti i livelli del partito, e a poco serve che oggi, con oltre 2 anni di ritardo, dirigenti come Bertinotti rieccheggino gli argomenti della sinistra interna che nel 1996 si oppose all’accordo con Prodi.

Si dice da molte parti che l’indebolimento del partito dipende dall’aver tenuto una condotta troppo "massimalista" e radicale. Bisognerebbe allora spiegare perché difficoltà simili alle nostre, seppure a un livello ancora minore, si cominciano a manifestare anche nel Pds e nella Cgil, come dimostrano anche i dati delle ultime elezioni amministrative. O forse si può accusare anche D’Alema e Cofferati di essere stati "estremisti"? In questi due anni non siamo stati capaci di incunearci nelle contraddizioni dell’Ulivo per allargarle; la conseguenza inevitabile è che sono invece gli avversari ad aprire divisioni al nostro interno.

 

La sinistra paga la politica dell’Ulivo

 

Oggi si invoca da Prodi una "svolta riformatrice". Ma come si può produrre questa svolta? Dopo l’esperienza di questi due anni dovrebbe essere ormai chiaro che Prodi potrebbe essere spinto a cambiare politica solo da una mobilitazione significativa da parte dei lavoratori, una mobilitazione non simbolica, che si riduca a qualche manifestazione a Roma al sabato pomeriggio, ma un movimento reale che coinvolga perlomeno alcuni settori decisivi della classe lavoratrice.

Ma una mobilitazione simile non può nascere solo perché Rifondazione si mette a gridare "movimento, movimento!". Il clima di passività e di disillusione che domina oggi fra i lavoratori dovrà inevitabilmente cambiare in un futuro non troppo lontano, ma le nostre possibilità attuali di influenzare questo processo, e tantomento di dirigerlo, sono ben scarse e la politica errata degli ultimi anni le ha ulteriormente ridotte.

Ma c’è di più. Se per ipotesi – e questo non è affatto da escludere – i prossimi mesi vedessero una ripresa delle mobilitazioni nel paese, non c’è dubbio che Prodi e D’Alema riuscirebbero a cucinare una qualche "svolta" da proporci come base per un nuovo accordo: qualche stanziamento per i disoccupati, una politica economica leggermente più espansiva, ecc. Ma qualsiasi cedimento in questa direzione da parte di Prodi non aprirebbe affatto una nuova fase più avanzata del governo dell’Ulivo.

In questo scenario sarebbe inevitabilmente l’ala moderata della coalizione che in capo a pochi mesi comincerebbe a puntare i piedi e a mettere in crisi il governo; in altre parole la crisi dell’Ulivo non farebbe che spostarsi da un punto all’altro della coalizione, e lo sbocco più probabile sarebbe la caduta del governo e la formazione di un governo "tecnico", in realtà di destra, paragonabile ai governi Amato e Ciampi del 1992-93.

Dunque il vero bilancio di questi 30 mesi di governo dell’Ulivo è il seguente: nella coalizione si sono logorati soprattutto il Prc e il Pds, nonché la Cgil e il sindacato in generale, mentre la destra si è rafforzata assieme ai centristi dell’Ulivo. Questo è anche il bilancio della linea tracciata al nostro III congresso del 1996.

 

Come uscire dall’isolamento?

 

L’isolamento del partito è oggi un fatto reale, e non lo si supera alzando la voce, né con gli sforzi volontaristici. Da dove cominciare per uscire da questo isolamento? È necessario individuare innanzitutto il punto più debole dell’avversario, colpire dove i nervi sono scoperti.

In primo luogo nella Cgil, che rimane un fianco scoperto. Cofferati si sta spingendo molto in là con le sue offerte al governo, accettando di fatto le proposte di Ciampi e proponendo addirittura un blocco dei salari; questa nuova fase peggiorativa della concertazione che ci vogliono fare ingoiare può essere un terreno decisivo per cominciare a riguadagnare terreno nel campo sindacale, ma questo può avvenire solo ad una condizione: dobbiamo capire che non possiamo fare saltare questo progetto basandoci sulla nostra partecipazione alla maggioranza di governo: o siamo in grado di metterlo in crisi nelle fabbriche, nelle categorie, nelle Rsu, oppure non servirà a nulla tentare di porre un veto con la minaccia di far cadere il governo in parlamento. L’esperienza delle 35 ore dovrebbe avere insegnato qualche cosa a questo proposito.

Parallelamente è indispensabile che il partito prenda un’iniziativa seria sulla vertenza dei metalmeccanici. È necessaria una proposta alternativa sia sulla piattaforma, sia sul percorso della trattativa, sia sulla gestione delle probabili mobilitazioni. Anche qui devono valere le lezioni dell’ultimo contratto: in assenza di una posizione autonoma ci siamo affidati alla mediazione del governo e a una improbabile attesa che Sabbatini e la Fiom conducessero la vertenza sul giusto binario, con risultati disastrosi sia sul piano strettamente sindacale che su quello politico.

L’altro nervo scoperto nell’Ulivo è il fronte che si sta aprendo fra D’Alema e Prodi. Oggi D’Alema vede una crisi della sua strategia che lo costringe a criticare Prodi, a dire che se il governo non cambia strada a farlo cadere non sarà Rifondazione ma il paese stesso, ecc. Dobbiamo sfidare D’Alema su questo nuovo terreno che si sta aprendo, e in primo luogo sulla questione della disoccupazione che nel prossimo periodo dovrà essere la nostra pietra di paragone. La legge sulle 35 ore sta ormai diventando una barzelletta, ma non basta ribadire questa rivendicazione. Occorre che il partito entri realmente nel movimento dei disoccupati e precari che si sta sviluppando in questi mesi, proponendo un percorso di unificazione delle lotte fra occupati e disoccupati.

Questo lavoro di radicamento non si può fare in un giorno. Non serve per questo convocare manifestazioni a ripetizione, né tentare di gridare più di quanto la nostra voce ci permetta. Serve invece un intervento sistematico, il coinvolgimento attivo dei compagni, e soprattutto che si abbandoni la diplomazia paralizzante che per non dispiacere all’alleato di turno – un giorno Prodi, un altro Sabbatini, oggi chissà – ha impedito in tutti i momenti decisivi che il nostro partito assumesse il ruolo che gli spettava.

Molti militanti sono rimasti giustamente scandalizzati e offesi dal livore polemico che si è scatenato nel mese di agosto ai vertici del partito. Sicuramente ci sono vere e proprie degenerazioni nella vita del partito. Il corpo militante è stato per troppo tempo espropriato di fatto del diritto ad una discussione reale sulla linea del partito. La responsabilità di questo ricade sull’intero gruppo dirigente eletto all’ultimo congresso, a partire da Cossutta e Bertinotti. È troppo facile dire oggi che le decisioni del partito le devono prendere gli organismi eletti, e in primo luogo il Comitato politico nazionale; queste dichiarazioni non sono molto credibili in bocca a chi per due anni ha preso tutte le decisioni in ambito ristretto nascondendo al partito l’esistenza di posizioni divergenti.

Dobbiamo rifiutare il tentativo di trovare qualche capro espiatorio su cui scaricare le colpe della nostra crisi. La ripresa della rifondazione comunista può avvenire solo nella trasparenza, nella onestà politica e in una reale democrazia di partito.

 

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