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Il loro programma e il nostro

Non manca proprio nulla nella bozza di programma dell’Unione: dalla riforma dell’Onu a quella delle licenze per i taxisti, non c’è problema che non veda una equa, ragionevole e democratica soluzione proposta nelle 274 pagine del voluminoso documento approntato dalla “Fabbrica del Programma” bolognese.

Certo, molte di quelle 274 pagine corrispondono alla inevitabile dose di pii desideri, frasi vuote, dichiarazioni ecumeniche destinate a coprire le profonde contraddizioni della coalizione e a indorare le numerose pillole amare che, già si sa, l’Unione si appresta a proporci in caso di vittoria. Chi non sarà d’accordo col proposito di “ridurre sprechi e clientele”, di combattere l’evasione fiscale o di tutelare il patrimonio ambientale del paese? Non a caso qualcuno ha detto che i parlamenti sono “mulini di parole”…

Basta tuttavia disporsi con pazienza alla faticosa lettura e qualcosa di preciso salta fuori.

Guerra e pace

Prendiamo, per esempio, la politica estera. Certo, la guerra in Iraq viene definita “un grave errore” e si propone il ritiro del contingente. Tale proposta, tuttavia, viene immediatamente contraddetta laddove si dichiara che il rientro andrà concordato con le autorità irachene, ossia con un governo fantoccio controllato dagli Usa, e che l’Italia dovrà sostenere la “transizione democratica” (ma quale?!) e “azioni concrete per sostenere la ricostruzione economica”. Se si vuole capire cosa significa, basta guardare ai Balcani, o all’Afghanistan, dove anni di presenza militare, diplomatica e affaristica dei paesi imperialisti (sotto le insegne Onu e Nato) non hanno fatto che peggiorare la sorte di quelle popolazioni.

Ma non finisce qui. Il programma dice chiaramente che l’Unione è disposta a partecipare a missioni militari votate dall’Onu e addirittura si propone la “creazione di un fondo speciale per il finanziamento delle missioni all’estero”, naturalmente decise “nel rispetto e sulla base della nostra Costituzione, per contribuire ad assicurare la pace e la giustizia fra le Nazioni” (e ci mancherebbe altro!). Per restare alla cronaca di questi giorni, se il consiglio di sicurezza dell’Onu dovesse decidere delle sanzioni o addirittura un intervento militare contro l’Iran, l’Unione con questo programma si impegna a fare la sua parte. Nulla è cambiato, insomma, da quando il centrosinistra, dal governo o dall’opposizione, sostenne la guerra in Jugoslavia e in Afghanistan.

La politica estera viene così inquadrata: “…dobbiamo proporre per il nostro paese una collocazione strategica che lo veda saldamente inserito in Europa, come protagonista delle politiche di integrazione europea, nonché come alleato leale degli Stati Uniti”. Tale politica ovviamente necessita di strumenti militari. “Il progetto di difesa europea è essenziale per un’efficace politica di sicurezza nazionale ed un affidabile disegno internazionale. È nel campo della Difesa - dopo che in quello dell’avvento della moneta unica - che in questi anni si sono prodotti i più significativi passi avanti nel contesto europeo. Dobbiamo tuttavia continuare a procedere con speditezza” ecc. Non si potrebbe essere più chiari!

Il programma economico

La situazione economica e dei conti pubblici, ci informa la Bozza, è preoccupante. Ma, aggiungiamo noi, la preoccupazione dei “fabbricatori di programma” non è nulla se paragonata a quella che ci prende nel leggere il frutto delle loro fatiche. Certo, ci dicono che ridurranno (che audacia!) la rendita, in un paese, è bene ricordarlo, dove la rendita finanziaria e immobiliare gode di privilegi ancor più giganteschi che negli altri paesi europei. Aspettiamo fiduciosi di vedere all’opera il Prodi-Robin Hood. Intanto, ci si dice che si andrà avanti sul “federalismo fiscale”, nel pieno rispetto del patto di stabilità, da applicarsi anche come vincolo interno (ossia applicato a tutti i livelli della pubblica amministrazione), più autonomia impositiva a comuni e regioni. La Bozza segnala, con ragione, come il deficit pubblico sia fuori controllo e potrebbe avvicinarsi al 5% del Pil il prossimo anno; non dice, tuttavia, dove si reperiranno le risorse per chiudere il buco. Questo silenzio su un punto decisivo, in un documento pur così prolisso, la dice lunga su chi deve prepararsi a versare lacrime e sangue.

Ma non sarà tutto nero, oh no! In tutto questo tirare la cinghia ci sarà chi godrà di un occhio di favore. Al paragrafo “Attuare politiche fiscali per le imprese” ci si dice che fra le priorità c’è quella di “procedere, per quanto possibile, nelle direzione di ridurre le aliquote legali e ampliare la base imponibile”. Ossia, far pagare meno tasse alle imprese (e questo è certo) e tentare di farle pagare a tutte (e questo, come tutti sappiamo, è assai meno certo).

Ora e sempre privatizzazioni

“Noi crediamo che la liberalizzazione del settore dei servizi pubblici locali possa determinare notevoli benefici in termini di creazione di occupazione e riduzione dei prezzi dei servizi”. Chissà se chi scrive queste perle ha mai preso un autobus o un treno, pagato una bolletta telefonica, usato un cellulare o se ha mai avuto a che fare con i processi di aziendalizzazione nelle scuole, nella sanità, nelle università. 15 anni di privatizzazioni sono stati accompagnati da distruzione di posti di lavoro, precarizzazione dilagante, prezzi e tariffe alle stelle, ingiustizie dilaganti. L’unica cosa che è cresciuta sono stati i profitti delle aziende.

La linea proposta per i servizi a rete (energia, trasporti) è la solita: la rete deve restare pubblica (con i relativi costi), mentre la gestione sarà privata (e con essa il grosso dei profitti). Altre proprietà municipalizzate (come le aziende aeroportuali o le centrali del latte) sono da privatizzarsi, l’unica eccezione, bontà loro, viene fatta per l’acqua che “almeno inizialmente” dovrebbe vedere restare in mano pubblica sia la rete che la fornitura. Basta così? No di certo, anche l’Enel dovrebbe “cedere all’asta capacità di generazione”.

Grandi opere

Dopo le lotte della Valsusa e contro il ponte sullo Stretto, l’argomento “grandi opere” è diventato incandescente. E non a caso la bozza in questa parte diventa spesso evasiva, anche se propone di sospendere le procedure avviate per il Ponte di Messina. Per il resto, tante parole su “controlli”, “verifiche”, “monitoraggio”, “vigilanza”, e, ovviamente sull’“integrazione con le grandi reti europee”, Certo, a leggere il programma, strade, autostrade, ferrovie, “autostrade del mare”, metropolitane, tram e piste ciclabili copriranno capillrmente il territorio nazionale, garantendo così i “nuovi flussi di merci”. Né può mancare l’ennesima proposta di costituire una “Autorità dei trasporti”. (In generale nella Bozza ogni due pagine si propone di costituire una qualche Autorità, meglio ancora se in inglese, Authority, che vigili un qualcosa o qualcuno. Tutta la Bozza in realtà si potrebbe riassumere in questa frase: i padroni possono fare quasi tutto quello che vogliono, ma per favore lo facciano con stile, a modo, e lavandosi le mani quando hanno finito; il tutto, rigorosamente sotto la vigilanza dell’Autorità competente. Anzi, dell’Authority).

Lavorare sempre di più

Sulle pensioni l’Unione si attesta sulla controriforma Dini del 1995: avanti quindi con il contributivo (che si propone anzi di allargare a tutti i lavoratori, compresi quelli che erano stati risparmiati dalla legge Dini), con lo scippo del Tfr (“Il pilastro del futuro: la previdenza complementare”) accogliendo la sostanza della ultima controriforma di Berlusconi e limitandosi a criticarne il conflitto d’interessi. Le disavventure dei fondi pensioni nazionali ed esteri (qualcuno si ricorda della Enron?) evidentemente non hanno scalfito il corazzato ottimismo dei capi dell’Ulivo riguardo le magnifiche e progressive sorti dei mercati finanziari come garanti della nostra vecchiaia…

Tuttavia gli estensori della Bozza non possono propro rinunciare a propore qualche altro peggioramento: “Per compensare la tendenza al ribasso dei trattamenti pensionistici, approntare misure efficaci che spingano verso un graduale innalzamento dell’età media di pensionamento”. Il testo riporta più volte il riferimento alla cosiddetta Agenda di Lisbona, un insieme di obiettivi decisi dalla Ue che fra le altre cose propone l’allungamento di 5 anni della vita lavorativa media.

Ancora precari, ma con tante belle parole

Il titolo “Una piena e buona occupazione” potrebbe magari suscitare qualche speranza, soprattuto considerata la lapidaria affermazione, riportata in testa al paragrafo: “Noi siamo contrari ai contenuti della legge “Maroni” (o legge 30 - ndr) e dei suoi decreti attuativi”. Ma l’ottimismo, anche qui, dura lo spazio di un sospiro. La Bozza ripropone infatti esplicitamente la logica del Pacchetto Treu (quello, per intenderci, che introdusse i Co.Co.Co. e il lavoro interinale). Certo, si propone qualche ritocco cosmetico, qualche soglia percentuale, qualche tutela cartacea: le solite inutili foglie di fico che non hanno mai impedito il dilagare della precarizzazione. Basti per tutte la seguente affermazione: “Con riferimento al lavoro interinale, riteniamo opportuno recuperare l’originaria impostazione legislativa definita dal governo di centrosinistra”.

Certo, l’Unione parla di “superare” il criterio dell’inflazione programmata nei rinnovi dei contratti di lavoro, di “riprendere un confronto” (che audacia!) su una legge per la rappresentanza sindacale, e altre belle cose. L’unico piccolo, minuscolo problema è questo: ogni volta che una categoria di lavoratori ha tentato, in questi anni, di scrollarsi di dosso i vincoli della concertazione, quasi tutti i capi del centrosinistra (ad eccezione ovviamente di Rifondazione) si sono girati dall’altra parte (nel migliore dei casi) o si sono apertamente schierati contro. Aspettiamo, quindi, con una fiducia temperata da una buona dose di scetticismo che gli artefici del 31 luglio ’92, degli accordi del 1993, della controriforma Dini, della legge Treu… si decidano magnanimamente a “superare” una concertazione che in 15 anni ha fatto arretrare salari e diritti di milioni di lavoratori.

Segue un accenno vagamente minaccioso all’opportunità di “intervenire sulla legge in materia di diritto di sciopero”.

Ma Rifondazione, cosa c’entra?

Potremmo continuare a lungo, ma crediamo di aver illustrato a sufficienza la logica che permea tutto il programma dell’Unione. Smussare qualche angolo nelle leggi fatte dalla destra e riprendere, come se nulla fosse accaduto, la strada fallimentare del centrosinistra degli anni ’90. Anche sulla scuola, il ritornello è lo stesso: no ad alcuni dei peggori aspetti della Legge Moratti, sì al ritorno all’Autonomia, che, ricordiamolo, costituisce un processo di aziendalizzazione e di privatizzazione strisciante che ben prima della Moratti ha creato le condizioni per disparità crescenti fra le scuole e per una subordinazione sempre maggiore della scuola agli interessi dell’impresa privata. E sullo scandalo dei finanziamenti pubblici alle scuole private, neppure una parola. E come potrebbero parlarne, considerato che nell’Unione vi sono posizioni diametralmente opposte al riguardo?

La realtà è che questo programma è la riproposizione fin nei minimi particolari del centrosinistra del 1996-2001, che non a caso subì una rovinosa sconfitta nelle successive elezioni. Forse che questo avviene perché Prodi e Fassino “non hanno capito”? Perché si sono dimenticati di cosa accadde allora?

No. Avviene perché sono fermamente intenzionati oggi a servire gli stessi interessi che servivano allora.

Alla stesura del programma hanno partecipato un’ottantina di esponenti di Rifondazione comunista, o vicini al nostro partito. Le tracce del loro lavoro sono visibili in qualche frase più o meno fumosa che emerge qua e là nel documento. Ne citiamo una per tutte, riguardo l’immigrazione: “L’adozione di queste norme (cioè di una serie di modifiche alla Bossi-Fini) comporta il superamento dei Centri di Permanenza Temporanea. Dobbiamo comunque approntare strumenti efficaci per assicurare l’identificazione degli immigrati e il rimpatrio di quanti vengono legittimamente espulsi”.

Le cose vanno dette con chiarezza: la trattativa sul programma ha smentito completamente la prospettiva di Bertinotti, sia sul piano dei contenuti, sia sul piano della tattica.

Le “conquiste” strappate ai tavoli di trattativa si riducono in definitiva a qualche frase che caritatevolmente ci è stata concessa per poterla sbandierare in campagna elettorale. Lo stesso processo di elaborazione del programma, che, ci si diceva, avrebbe dovuto vedere un’ampia partecipazione di massa (le famose “primarie sul programma”, qualcuno se le ricorda?) in realtà è stata la più classica trattativa a porte chiuse, dalla quale usciamo sostanzialmente sconfitti.

Il programma necessario

Il programma di cui abbiamo bisogno non può essere scritto ai tavoli dell’Unione. Può essere elaborato solo partendo dai punti più avanzati di conflitto che hanno attraversato l’Italia e il mondo in questi anni.

1) Dalla crisi industriale si esce solo imboccando la via del controllo operaio sulla produzione, ponendo la questione di sottrarre alla proprietà privata e alla logica del profitto i settori strategici dell’economia; questa è la lezione che ci viene dall’America latina, dove cresce il movimento di occupazione e controllo operaio delle aziende che chiudono o licenziano, dove la questione di nazionalizzare e controllare le risorse decisive (ad esempio il gas in Bolivia) è al centro delle rivendicazioni delle masse. Ma è anche la lezione delle lotte contro le chiusure che abbiamo visto anche in Italia; se non si pone l’esproprio come rivendicazione finale, continueremo a vedere le aziende chiudere, o, nel migliore dei casi, venire mangiate un pezzo alla volta. Esempio: Goodyear di Latina, Ast Terni, Star Parma, ecc.

2) Quindici anni di privatizzazioni hanno desertificato la struttura industriale e minato gravemente i diritti sociali. Va intrapresa la strada opposta: mantenere in mano pubblica quello che resta e rinazionalizzare i settori decisivi come le telecomunicazioni, l’energia, ecc. Contro la logica speculativa delle grandi opere, si deve avviare un piano nazionale per le infrastrutture sulla base della proprietà pubblica, del controllo dei lavoratori, degli utenti, delle popolazioni interessate.

Bisogna cacciare dalla scuola e dalla sanità pubbliche i privati che vi sono entrati attraverso la logica dell’autonomia.

3) La precarizzazione non va “moderata”, ma va abolita. Bisogna stabilizzare tutti i contratti a tempo determinato, garantendo a tutti i lavoratori gli stessi diritti. Va rotta la gabbia della concertazione sindacale, garantendo non solo la piena copertura dei contratti collettivi a tutti i lavoratori, ma anche inserendo norme di legge (salario minimo orario e mensile obbligatorio per legge, salario per i disoccupati) e meccanismi automatici di difesa dei salari dall’inflazione, come era la scala mobile.

4) Non solo la legge Bossi-Fini, ma anche la Turco-Napolitano hanno significato per gli immigrati una condizione di discriminazione e precarietà permanente. Va garantito il voto in tutte le elezioni dopo un anno di permanenza in Italia; contro la logica dei flussi, che condanna sempre una parte dell’immigrazione alla clandestinità e al ricatto, va garantito l’accesso a coloro che lo richiedono.

5) L’Italia deve ritirarsi dalle missioni militari all’estero, non solo dall’Iraq, ma anche dai Balcani e dall’Afghanistan. Vanno chiuse le basi Usa in Italia e l’Italia deve uscire dalla Nato.

6) All’ingerenza sempre più pesante della Chiesa cattolica (e del mondo affaristico ad essa legato) si deve contrapporre un’offensiva per un’effettiva laicità dello Stato: fuori la chiesa dalle scuole, dai consultori, dagli ospedali, basta con i privilegi del Concordato, scandalosamente accresciuti dal governo Berlusconi.

Queste rivendicazioni non cadono dal cielo; sono lo sviluppo naturale delle lotte di questi anni; sono i ragionamenti che sempre più spesso si sentono fare fra tanti lavoratori, giovani, immigrati, precari, studenti, donne che hanno riempito le piazze con le loro lotte.

L’esperienza della trattativa sul programma dell’Unione ha confermato quanto da tempo avevamo detto: la presenza del Prc a quei tavolo non ha fatto sì che queste rivendicazioni permeassero le forze del centrosinistra, ma al contrario ha drammaticamente allontanato il nostro partito dalle loro ragioni.

Chi, come noi, oggi si oppone a questa deriva ha la responsabilità di far saltare questa alleanza innaturale, senza lasciarsi confondere da un governo che avrà ministri comunisti al suo interno, ma che inevitabilmente rappresenterà gli interessi della classe dominante.

La via maestra da seguire è quella del conflitto sociale, che certamente non mancherà. Ogni lotta è destinata a scontrarsi con l’esecutivo di centrosinistra; sostenendole e partecipandovi in prima prima fila contribuiremo alla rottura con Prodi e il centro liberale e ad aprire la strada a una vera alternativa di sinistra. Questa è la prospettiva alla quale lavoriamo e per la quale ci stiamo organizzando come opposizione nel Prc.

8 febbraio 2006

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