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Che Milano e la sua provincia siano luoghi decisamente piovosi durante i mesi autunnali è noto a tutti. Meno scontato è invece il fatto che questo autunno le piogge intense abbiano allagato e mandato in tilt per ben otto volte la zona nord di Milano e, in occasione dell’ultima alluvione del 15-16 novembre, anche parte della provincia e alcune zone della Brianza.

Piene del Seveso, il torrente maggiormente interessato da questi episodi (denominato anche “fiume nero” a causa della non particolare purezza delle sue acque) sono documentate fin da tempi antichi, ma la situazione è andata peggiorando man mano che i corsi d’acqua che attraversano Milano sono stati sotterrati e intubati in un continuo processo di interramento che è stato definitivamente completato nel 2001.
Il motivo che ha portato all’interramento dei tratti cittadini del Seveso e degli altri fiumi milanesi è presto detto: urbanizzare quanto più possibile della periferia milanese. Si scrive urbanizzare, si legge ricoprire di cemento, speculare sul territorio e arricchire le tasche dei palazzinari.
Così, mentre fino agli anni ’50 le piogge e le piene del Seveso si sfogavano su suoli agricoli e permeabili, ora si scontrano su uno strato di terreno reso impermeabile dal cemento. I 16 comuni metropolitani interessati dal bacino del Seveso insistono su una superficie pari a 13.731 ettari ma, di questi, 9.500 sono ricoperti da edifici, circa il 70 per cento. Secondo Legambiente, un singolo temporale estivo da cento millimetri di pioggia può riversare su questi territori ben dieci milioni di metri cubi di acqua che, non trattenuta da terreni impermeabili, si riversa direttamente sul Seveso, rendendo la piena e l’esondazione praticamente inevitabili.
Le uniche soluzioni trovate dalle varie amministrazioni provinciali e comunali risalgono molto in là nel tempo e non sono state affatto risolutive. La principale è il canale scolmatore nord-ovest, progettato nel 1954 e finito di realizzare solo nel 1980. La capacità del canale è di 30 metri cubi al secondo di acque deviate in caso di piena, ma il Seveso in caso di piogge abbondanti può arrivare a scaricare fino a 140 metri cubi al secondo.
Negli ultimi anni si è aperto un dibattito in alcuni comuni della provincia milanese rispetto alla necessità o meno di realizzare cinque vasche di raccoglimento delle acque in eccesso del Seveso. I costi di realizzazione sono enormi (110 milioni), e la depurazione delle acque partirebbe in un secondo momento rispetto alla costruzione delle vasche. Il risultato sarebbe quindi quello di avere delle voragini profonde 14 metri e larghe quanto due o tre campi di calcio piene di acque inquinate e stagnanti.
Quel che servirebbe davvero per contrastare le piene del Seveso è in primo luogo una manutenzione straordinaria, che a lungo andare diventi ordinaria, delle tubature e degli impianti fognari di tutta la città. Nel bilancio della giunta Pisapia invece le voci di spesa per il riassetto del territorio e le risorse idriche sono irrisorie, soprattutto se raffrontate alle cifre da capogiro sperperate per l’Expo.
In secondo luogo sarebbe necessario dare un deciso segnale di stop al consumo di suolo che sta trasformando la provincia di Milano in una lastra di cemento senza fine. La Regione Lombardia sta facendo tutto l’opposto: in vista di Expo sta per entrare in vigore una legge regionale che prevede una serie di deroghe che consentiranno di costruire su ulteriori 55mila ettari di terreno.
è necessario che le risorse pubbliche vengano impiegate in modo prioritario per un piano straordinario di riassetto del suolo, ma non possiamo lasciarne la gestione nelle mani delle amministrazioni locali che in questi anni hanno subordinato le esigenze collettive agli interessi dei cementificatori. L’operato dei tecnici e degli esperti dovrà invece essere controllato direttamente dalla popolazione dei territori coinvolti tramite comitati eletti ad hoc. Solo così potremo davvero riappropriarci delle decisioni fondamentali riguardanti l’ambiente in cui viviamo.

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