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Nel caso del Mezzogiorno la più grande crisi economica dal dopoguerra ad oggi è sempre più, a detta dello stesso Svimez, paragonabile al periodo della “Grande Depressione” con due grandi emergenze: quella sociale con il crollo occupazionale e quella produttiva con il rischio di desertificazione industriale.

La situazione occupazionale riporta il Sud ai dati del 1977 (prima di quest’anno non abbiamo statistiche al riguardo); delle 985mila persone che hanno perso il posto di lavoro, ben 583mila sono residenti al Sud. Solo il 42% della popolazione in età lavorativa ha un lavoro (con punte ancora più basse, come il 39% della Calabria). Complessivamente si trova sempre più difficilmente lavoro e sempre più tardi; il tasso di disoccupazione degli under 35 è salito al 35,7% e complessivamente il dato della disoccupazione, calcolando anche i cosiddetti “disoccupati impliciti” (cioè quelli che negli ultimi sei mesi non hanno cercato lavoro), è del 31,5%. Il quadro si completa con i quasi due milioni di neet (not in education, employment or training) presenti nel Sud-Italia e un significativo aumento dell’emigrazione giovanile (negli ultimi dieci anni sono emigrati all’estero 185mila giovani, 55mila solo da Napoli), che rende il Sud sempre più vecchio e incide sulla diminuzione della popolazione in decrescita da due anni.
Finanche lo Svimez nelle conclusioni della sua ricerca arriva ad affermare che le politiche di austerità, imposte dalla Bce e dai governi che si sono succeduti in questi anni, non solo non hanno risolto la situazione ma ne hanno aggravato la profondità. Le richieste di un rinnovato welfare o la speranza di politiche di tipo keynesiano oltre ad essere utopistiche e inapplicabili stante la situazione attuale, non sarebbero comunque in grado di porre alcun rimedio, nemmeno temporaneo; è necessario costruire un programma di rivendicazioni generali che evidenzi le contraddizioni di questo sistema, indicando la strada verso un’alternativa rivoluzionaria. Solo in quest’ottica rivendicazioni fondamentali come il salario minimo garantito e la nazionalizzazione di tutte le aziende in crisi possono esprimere il loro potenziale di alternativa alla barbarie capitalista e dare una prospettiva degna al futuro del Mezzogiorno d’Italia.

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