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Dopo il voto della Camera il 25 novembre, il Jobs act torna al Senato per l’approvazione definitiva con un emendamento che, strombazzato da una parte della minoranza del Pd e dalla dirigenza della Cisl come una grande vittoria, ha in realtà soltanto l’effetto di spiegare ancora meglio, a chi non l’avesse ancora capita, l’intenzione del governo di smantellare l’articolo 18.

Al testo originale, che si limitava a prevedere “per le nuove assunzioni, il contratto a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio”, è stata infatti aggiunta, a mo’ di didascalia, la precisazione che sarà esclusa per i licenziamenti economici la possibilità della reintegrazione nel posto di lavoro, sostituita da un indennizzo economico crescente con l’anzianità di servizio; la reintegrazione sarà limitata ai licenziamenti discriminatori (nei rarissimi casi in cui il lavoratore riesce a dimostrare la discriminazione!) e per “specifiche fattispecie di licenziamento disciplinari”, che verosimilmente saranno così specifiche da risultare pressoché inesistenti.
Ulteriori dettagli, in particolare sulla misura dell’“indennizzo economico crescente”, sono ancora sconosciuti: il meccanismo della “legge delega” scelto dal governo prevede in questa fase che si approvino soltanto dei principi generali, che sarà il governo stesso ad applicare in decreti legislativi sottratti al controllo del Parlamento.
Tuttavia bastano questi principi generali per comprendere che la riforma è destinata a distruggere ogni tutela efficace dei lavoratori contro l’arbitrio dei propri padroni. Già oggi questa tutela scarseggia: quando dichiara ingiustificato un licenziamento economico, il giudice può condannare la società a pagare al dipendente non più di 24 mesi di stipendio; ma in media i risarcimenti viaggiano su cifre molto più contenute perché l’indennità prevista dalla legge, dopo la riforma Fornero, parte da 12 mensilità e la quantificazione dipende (già adesso) dall’anzianità di servizio, dalle dimensioni dell’impresa e da altre circostanze contingenti: spesso perciò si scende anche ben al di sotto dei 12 mesi nei casi in cui il lavoratore è indotto a trovare un accordo conciliativo.
Ma nel sistema introdotto dalla riforma, un dipendente potrà essere licenziato letteralmente senza alcuna ragione, purché il datore di lavoro abbia l’accortezza di inventarsi una qualsiasi motivazione di tipo economico, anche del tutto infondata, maturando solo il diritto a pochi mesi di stipendio, in funzione unicamente dell’anzianità di servizio: secondo l’opinione più diffusa, l’indennità sarà di un mese per ogni anno di anzianità, ma anche se fosse il doppio (e non lo sarà) la sostanza rimarrebbe identica.
E la sostanza è che tutte le imprese avranno sempre convenienza a licenziare un lavoratore prima che mandarlo via diventi troppo costoso, per rimpiazzarlo con un altro a tutela quasi zero: di fatto, non c’è alcun motivo per sperare che la durata media dei rapporti di lavoro “a tempo indeterminato” non si ridurrà a pochissimi anni, come quella di molti contratti precari.
A queste condizioni, anche l’argomento preferito dei sostenitori del governo, quello secondo cui la maggiore facilità (ma chiamiamola “impunità”) di licenziare favorirebbe gli investimenti stranieri, rivela tutta la sua miseria: se mai apriranno davvero in Italia, gli imprenditori esteri lo faranno possibilmente con copiosi finanziamenti statali, per poi andarsene dopo qualche anno lasciando il deserto alle proprie spalle in cambio di poche monete.
Si può ben dire allora che questa riforma contribuisca più di ogni altra a rubare il futuro alla nostra generazione e a quelle che verranno: impedirla in ogni modo è una di quelle cause per cui vale la pena combattere. Lo sciopero del 12 dicembre, sia pure convocato con grande ritardo, purché non sia vissuto come una data rituale e fine a se stessa, può essere l’inizio di un percorso di lotta e segnare l’avvio di una nuova fase.

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