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L’emergenza casa in Italia cresce di giorno in giorno. Una campagna mediatica ben orchestrata dalla televisione e dalla carta stampata al servizio dei palazzinari fornisce il retroterra per costruire consenso attorno all’ennesimo attacco agli occupanti di case, nascondendo il colpo finale all’edilizia pubblica di massa.

A Roma, Milano e in altre città migliaia di poliziotti vengono mobilitati per sgombrare edifici occupati, gettando in mezzo alla strada intere famiglie, con una brutalità degna dei peggiori rastrellamenti. Il fatto che spesso a farlo siano sindaci di centro-sinistra che tante parole al vento ci raccontano sulla “democrazia” è l’ennesima beffa di un sistema che mostra ogni giorno di più il suo volto brutale.

Il diluvio di menzogne fa passare quelli che spesso sono edifici pubblici abbandonati come ex caserme, ex scuole o sedi Inps in disuso per alloggi sottratti ad altri lavoratori in attesa di una casa popolare. è una tappa di quel tentativo di costruire a tavolino la “guerra tra poveri” capace di spostare l’attenzione dal crollo del livello di vita nei quartieri popolari alle cosiddette rivolte per il “decoro e la legalità”, che spesso nascondono solo disperazione e razzismo.

I dati dimostrano qualcosa di diverso. In Italia si continua a costruire seppellendo il territorio sotto una valanga di cemento. I dati del Wwf, correlati da tanto di fotografie satellitari, ci dimostrano come le coste italiane siano state annegate nel cemento. L’87,6% delle nostre coste viene considerato in uno stato “non soddisfacente” dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispa), come conferma il dato enorme di un porto di approdo ogni 14,2 chilometri di costa (Dossier Wwf “Cemento cost to cost”). Ma non sono solo le coste ad essere state sfregiate dal cemento.

La speculazione edilizia non ha conosciuto crisi e il consumo di suolo in Italia è di otto metri quadrati al secondo. Le grandi città sono la punta dell’iceberg, sfiorando il 60% di territorio cementificato come nel caso di Milano (61,7%), Napoli (62,1%) o Torino (54,8%). Altre città come Roma hanno una percentuale minore (26,1%) solo perché il suolo comunale beneficia di un’ampia area non urbanizzata, che pure viene divorata di giorno in giorno. In poco più di 15 anni il suolo consumato è passato da 17.750 chilometri quadrati del 1996 a 21.890 del 2012 con un aumento di circa il 23% (dati Ispa). Se poi paragoniamo questo dato con quello degli anni ’50 ci accorgiamo che è aumentato del 151,6%, con buona pace di chi si domanda perché l’Italia è ferita a morte da frane e alluvioni.

Ma il fatto più scandaloso è che questo, secondo il censimento del 2011, accade mentre il 25% degli alloggi sono sfitti. Circa 7 milioni di appartamenti, ovvero più di 20 milioni di stanze vuote. Di questi 40mila sono alloggi popolari che sono sfitti perché inagibili e abbandonati da decenni di incuria e mancanza di manutenzione. Spesso sono questi ad essere occupati da chi preferisce una casa fatiscente ad un ponte o una baracca.

Tutto ciò accade mentre non solo non c’è traccia da parte del governo di un piano di edilizia pubblica nazionale, a fronte di 700mila famiglie in lista di attesa, mentre continua e si approfondisce la svendita del patrimonio pubblico. L’ennesima dimostrazione è il fatto che a Roma la Conferenza Stato-Regioni in applicazione di un decreto del Ministro delle infrastrutture Lupi e di quello degli Affari regionali Lanzetta sta iniziando la dismissione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica (Ater e Comune).

Finché la situazione sarà questa nessuno sfratto e nessuno sgombero potranno fermare la volontà di rispondere ad un diritto inalienabile come quello ad un alloggio dignitoso. Non c’è bisogno di altro cemento ma di usare le case sfitte, strappandole dalle mani dei palazzinari e delle grandi immobiliari lanciando un vero piano di edilizia popolare che recuperi l’enorme patrimonio pubblico e privato abbandonato da decenni di incuria e speculazioni.

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