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L’Arci (Associazione ricreativa culturale italiana) è l’unica associazione di massa della sinistra italiana, con la Cgil, sopravvissuta al crollo del muro e dell’Urss. Nata nel 1957 a Firenze, conta oggi oltre un milione e centomila iscritti e 5mila circoli. Alla fine degli anni ’90 l’Arci si mosse contro la guerra della Nato (tra cui l’Italia dell’allora governo D’Alema) determinando, grazie anche al presidente Tom Benettollo, provenienza Pds, la cosiddetta “autonomia del sociale dalla politica”.

Nell’Arci in quegli anni fu forte l’influenza dei movimenti no global, pacifisti e di Rifondazione comunista. Dopo la morte improvvisa di Benettollo nel 2004, fu eletto Paolo Beni, esponente dell’Arci fiorentino ma non più uomo di partito. Gli anni duemila videro la scomparsa dei partiti della sinistra (Democratici della sinistra, divenuti Democratici senza sinistra con l’entrata della Margherita ex Dc) o la loro frantumazione con le esperienze fallimentari dei governi di centro-sinistra del 2008 (Prc, Sel e altre formazioni).
Nonostante la proclamata autonomia del sociale dalla politica, l’Arci (come la Cgil) ha visto affievolirsi i propri riferimenti storici in parlamento. Questo fatto ha creato parecchia confusione negli attivisti che ancora si ritengono di sinistra e si sono palesate molte difficoltà: fughe verso forme di impresa sociale poco associative, la fusione del cooperativismo socialista e cattolico con logiche di competizione nel mercato e non più di vero mutualismo. Con la crisi economica, le politiche di austerità del governo, la tassazione in continua crescita (Imu, Tares) e il moltiplicarsi della burocrazia e dei controlli, il corpo circolistico diffuso è stato deluso e bistrattato: l’orientamento politico della base è cambiato e si è ulteriormente disperso verso l’astensione e verso il grillismo.
Sono trasformazioni iniziate da anni ma che ora arrivano a palesarsi. La scelta improvvida e gestita da pochi, della candidatura di Paolo Beni a parlamentare Pd nel listino di Bersani alle ultime elezioni ha lacerato l’associazione. Inoltre non sono seguite le più che dovute dimissioni da Presidente dell’associazione.
Il congresso del marzo 2014 a Bologna ha segnato la definitiva fase di crisi dell’associazione, nonostante l’approvazione del documento congressuale “Il valore dell’associazionismo al tempo della crisi” e la votazione di oltre sessanta ordini del giorno all’unanimità su temi che collocano l’Arci nel campo della sinistra (contro l’Italicum, contro la Tav, per i lavoratori in lotta, per l’acqua bene pubblico, contro le spese militari e per la difesa dello stato sociale…).
Le candidature a presidente nazionale di Filippo Miraglia, referente nazionale delle politiche sull’immigrazione e proveniente dai cosiddetti movimenti, e quella di Francesca Chiavacci, ex presidente di Arci Firenze, ex parlamentare Ds ed ex consigliera Pd della giunta fiorentina di Renzi, hanno ributtato l’associazione di fronte all’impasse. Il voto sulle modalità di composizione del Consiglio nazionale (con una rappresentanza più equa fra i regionali per Miraglia o sbilanciato verso le regioni più grosse per la Chiavacci) non si è nemmeno potuto svolgere come da regolamento congressuale a causa del ricatto di abbandonare il congresso (e quindi scindere l’associazione) da parte dei presidenti di Emilia Romagna e Toscana. Solo il ritiro della modalità proposta da Miraglia ha permesso di arrivare alla sospensione del congresso che verrà concluso a giugno per darsi il tempo di trovare una soluzione unitaria.
L’associazione ha un serio problema di concezione della democrazia e di come questa viene esercitata al suo interno e una chiara difficoltà nel discutere liberamente e senza ambiguità le posizioni da assumere nei confronti dei governi, locali e nazionali. è in atto un tentativo di normalizzare l’Arci sotto il controllo del Pd, seppur di una sua componente “sinistra”? Un abbraccio di questo genere ucciderebbe l’associazione che abbiamo visto in questi anni perché toglierebbe l’autonomia di cui va fiera: quella di denunciare le ingiustizie sociali e le politiche di tagli alla cultura e allo stato sociale che colpiscono la maggioranza della popolazione e dei lavoratori. L’Arci dovrebbe impegnare le sue forze nella costruzione di un fronte che sconfigga il capitalismo e chi lo rappresenta.

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