Lavoratori pubblici e privati uniti contro il governo - Falcemartello

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Il 17 novembre l’incontro svoltosi tra sindacati e Ministero della pubblica amministrazione ha dato luogo all’ennesimo nulla di fatto. Il ministro Madia ha dichiarato che anche per il 2015 non ci sono risorse economiche da destinare al rinnovo dei contratti nazionali dei dipendenti pubblici, e tanti saluti.

Il blocco del contratto nazionale si aggiunge al blocco del turnover che ha determinato una riduzione del 10 per cento del personale in dieci anni, ai tagli che stanno smantellando e privatizzando i servizi pubblici, al blocco della contrattazione integrativa aziendale. A questi si sommano le recenti disposizioni del governo Renzi che prevedono la possibilità di trasferire in maniera coatta i lavoratori entro 50 chilometri ed eventualmente di demansionarli e licenziarli.
Ci sono tutti gli ingredienti per unire la lotta dei lavoratori dei servizi pubblici a quella più generale contro le politiche del governo, il Jobs act e l’attacco frontale a tutto il mondo del lavoro e ai sindacati. Uno sciopero generale che sia in grado di bloccare il paese e di mettere in ginocchio il governo, questo deve diventare lo sciopero del 12 dicembre.
Nonostante la misura sia colma la Cisl ha deciso di non aderire allo sciopero generale e di proclamare una giornata di sciopero dei dipendenti pubblici per l’1 dicembre, il cui unico obiettivo appare essere esclusivamente quello di indebolire lo sciopero generale già precedentemente convocato.
La segretaria della Cgil Camusso ha in più occasioni sostenuto che la lotta sarà di lunga durata. Giusto. Tuttavia dal giorno della proclamazione dello sciopero al 12 dicembre nulla di sostanziale è previsto nei settori pubblici, e nulla di altrettanto serio è programmato per la fase successiva.
Dal punto di vista dei contenuti va evidenziato che a distanza di cinque anni dalla scadenza dei contratti nazionali siamo ancora in assenza di una piattaforma generale. è urgente costruirla se si vuole che i lavoratori vedano la lotta svilupparsi su obiettivi chiari, non è più possibile tentennare.
La piattaforma, tra le altre cose, dovrà contenere la proposta del recupero salariale di quanto perso in questi anni in conseguenza del blocco, un aumento quindi di almeno 300 euro mensili, la stabilizzazione di tutti i precari, la cancellazione di tutti i provvedimenti previsti dalla norma Brunetta in poi, l’unificazione in contratti di filiera dei settori pubblici e privati per cui sia previsto che ad uguale lavoro corrispondano gli stessi salari e diritti. Anche molti contratti privati dei servizi pubblici, infatti, sono fermi dallo stesso periodo o persino da più anni.
Allo stesso tempo è necessario che lo sciopero sia generale e che colpisca veramente sia i servizi sia i padroni.
Se si vuole vincere bisognerebbe mettere in programma iniziative costanti per provare ad alzare il livello di scontro. Uno stato di insubordinazione permanente che allarghi il consenso già diffuso tra i lavoratori ma anche tra i cittadini e gli utenti.
è necessario inserire tra le parole d’ordine della mobilitazione l’abrogazione della legge 146/90 che impedisce il diritto di sciopero. Ma che fare prima che ci possano essere le condizioni perché questa legge possa effettivamente essere cancellata? La Cgil dovrebbe procedere alla disdetta di tutti gli accordi che regolano le famigerate “procedure di raffreddamento dei conflitti e tentativi di conciliazione” con la previsione dei contingenti minimi. Devono essere i lavoratori e il sindacato, promuovendo dei comitati di lotta in ogni posto di lavoro, a decidere i servizi da tenere aperti durante lo sciopero, col solo scopo e unico scopo di garantire la sicurezza dei cittadini.
Il sindacato dovrebbe farsi carico di promuovere la difesa di tutti i lavoratori sottoposti a eventuali sanzioni dal mancato rispetto della legge anche attraverso la creazione di una cassa di resistenza da lanciare subito con il trasferimento in quel fondo del 10 per cento di ogni tessera pagata dai lavoratori a cui si aggiungerebbero campagne di sottoscrizione.
Gli strumenti per vincere questa lotta ci sarebbero, queste ed altre forme potrebbero e dovrebbero essere promosse, basta volerlo davvero.

Lavoratori pubblici e privati uniti contro il governo

 

di Mario Iavazzi

direttivo nazionale Cgil

 

Il 17 novembre l’incontro svoltosi tra sindacati e Ministero della pubblica amministrazione ha dato luogo all’ennesimo nulla di fatto. Il ministro Madia ha dichiarato che anche per il 2015 non ci sono risorse economiche da destinare al rinnovo dei contratti nazionali dei dipendenti pubblici, e tanti saluti.

Il blocco del contratto nazionale si aggiunge al blocco del turnover che ha determinato una riduzione del 10 per cento del personale in dieci anni, ai tagli che stanno smantellando e privatizzando i servizi pubblici, al blocco della contrattazione integrativa aziendale. A questi si sommano le recenti disposizioni del governo Renzi che prevedono la possibilità di trasferire in maniera coatta i lavoratori entro 50 chilometri ed eventualmente di demansionarli e licenziarli.

Ci sono tutti gli ingredienti per unire la lotta dei lavoratori dei servizi pubblici a quella più generale contro le politiche del governo, il Jobs act e l’attacco frontale a tutto il mondo del lavoro e ai sindacati. Uno sciopero generale che sia in grado di bloccare il paese e di mettere in ginocchio il governo, questo deve diventare lo sciopero del 12 dicembre.

Nonostante la misura sia colma la Cisl ha deciso di non aderire allo sciopero generale e di proclamare una giornata di sciopero dei dipendenti pubblici per l’1 dicembre, il cui unico obiettivo appare essere esclusivamente quello di indebolire lo sciopero generale già precedentemente convocato.

La segretaria della Cgil Camusso ha in più occasioni sostenuto che la lotta sarà di lunga durata. Giusto. Tuttavia dal giorno della proclamazione dello sciopero al 12 dicembre nulla di sostanziale è previsto nei settori pubblici, e nulla di altrettanto serio è programmato per la fase successiva.

Dal punto di vista dei contenuti va evidenziato che a distanza di cinque anni dalla scadenza dei contratti nazionali siamo ancora in assenza di una piattaforma generale. è urgente costruirla se si vuole che i lavoratori vedano la lotta svilupparsi su obiettivi chiari, non è più possibile tentennare.

La piattaforma, tra le altre cose, dovrà contenere la proposta del recupero salariale di quanto perso in questi anni in conseguenza del blocco, un aumento quindi di almeno 300 euro mensili, la stabilizzazione di tutti i precari, la cancellazione di tutti i provvedimenti previsti dalla norma Brunetta in poi, l’unificazione in contratti di filiera dei settori pubblici e privati per cui sia previsto che ad uguale lavoro corrispondano gli stessi salari e diritti. Anche molti contratti privati dei servizi pubblici, infatti, sono fermi dallo stesso periodo o persino da più anni.

Allo stesso tempo è necessario che lo sciopero sia generale e che colpisca veramente sia i servizi sia i padroni.

Se si vuole vincere bisognerebbe mettere in programma iniziative costanti per provare ad alzare il livello di scontro. Uno stato di insubordinazione permanente che allarghi il consenso già diffuso tra i lavoratori ma anche tra i cittadini e gli utenti.

è necessario inserire tra le parole d’ordine della mobilitazione l’abrogazione della legge 146/90 che impedisce il diritto di sciopero. Ma che fare prima che ci possano essere le condizioni perché questa legge possa effettivamente essere cancellata? La Cgil dovrebbe procedere alla disdetta di tutti gli accordi che regolano le famigerate “procedure di raffreddamento dei conflitti e tentativi di conciliazione” con la previsione dei contingenti minimi. Devono essere i lavoratori e il sindacato, promuovendo dei comitati di lotta in ogni posto di lavoro, a decidere i servizi da tenere aperti durante lo sciopero, col solo scopo e unico scopo di garantire la sicurezza dei cittadini.

Il sindacato dovrebbe farsi carico di promuovere la difesa di tutti i lavoratori sottoposti a eventuali sanzioni dal mancato rispetto della legge anche attraverso la creazione di una cassa di resistenza da lanciare subito con il trasferimento in quel fondo del 10 per cento di ogni tessera pagata dai lavoratori a cui si aggiungerebbero campagne di sottoscrizione.

Gli strumenti per vincere questa lotta ci sarebbero, queste ed altre forme potrebbero e dovrebbero essere promosse, basta volerlo davvero.