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Primi segnali di lotte operaie

Il centrosinistra ha condotto il movimento operaio italiano in una vera e propria palude. Arginato e poi deviato il grande movimento di lotta dell’autunno del 1994 che diede il colpo decisivo al governo Berlusconi, soffocando con la concertazione sindacale ogni conflittualità dei posti di lavoro, prostrandosi di fronte alle pretese sempre crescenti del capitale, ha creato inesorabilmente le condizioni della propria crisi attuale. E in questa palude si levano con sempre maggior forza le esalazioni pestilenziali di una destra che altro non rappresenta che la voglia di rivincita della borghesia italiana, la sua spinta a rovesciare il tavolo e passare all’incasso. Né questi miasmi si limitano ai soli partiti di destra: le dichiarazioni del sottosegretario Brutti (Ds) che propone di prendere le impronte digitali a tutti gli immigrati fanno il paio con le manifestazioni razzistiche della Lega e con le dichiarazioni del cardinale Biffi; a una destra che propone i censurare i libri di testo delle scuole fa eco il sindaco ulivista di Trieste Illy, che vedrebbe volentieri fuorilegge fascisti e comunisti, o il prefetto di Milano che vieta allo stesso modo un corteo fascista e uno antifascista; e si potrebbe continuare a lungo.

Una palude, dunque, nella quale sembra impossibile trovare una corrente che possa portarci fuori da questa situazione insostenibile.

Al centro della crisi dell’Ulivo ci sono, inevitabilmente, i democratici di sinistra. I Ds sono oramai irrimediabilmente divisi. Non meno di cinque correnti si combattono accanitamente, preparando il proprio posizionamento per il dopo-elezioni, poiché tutti considerano inevitabile una sconfitta.

Meno di un anno fa il congresso del Lingotto incoronava la diarchia D’Alema-Veltroni con una maggioranza dell’80 per cento dei voti. Oggi quella maggioranza è in pezzi. Alla sinistra di Buffo e Grandi si sono aggiunte la corrente socialdemocratica "socialismo 2000" di Salvi, l’ala "liberal" di Morando che è uscita definitivamente allo scoperto, mentre lo stesso D’Alema ha lanciato formalmente la costituzione di una sua corrente, salvo poi fare un formale passo indietro che non può certo annullare la nuova frattura.

Il segretario Ds Veltroni ha fatto un maldestro tentativo di darsela a gambe candidandosi a sindaco di Roma in sostituzione di Rutelli, ma il gruppo dirigente del suo partito lo ha stretto in un abbraccio così caloroso da apparire quasi come un tentativo di strangolamento. Caro Walter, gli hanno detto in sostanza, non penserai di svignartela alla chetichella e lasciarci qui ad affrontare la tempesta: se si deve affondare, si affonda tutti assieme!

Ulteriore elemento di crisi, la crepa che si è aperta tra Cofferati e Rutelli. Se si considera che il gruppo dirigente della Cgil è stato in questi anni il principale pilastro dei governi di centrosinistra è facile capire quanto questa situazione sia pericolosa per l’Ulivo; e d’altra parte, è logico che Cofferati, con tutta la sua moderazione, non sia disposto a lasciarsi immolare per difendere una coalizione che pare giunta al capolinea.

Il 25 aprile 1996, centomila persone scesero in piazza a Milano per festeggiare la vittoria dell’Ulivo su Berlusconi nelle elezioni tenute pochi giorni prima. Sono passati meno di cinque anni, ma sembra un secolo.

Una crisi che viene da lontano: il centrosinistra ha cominciato a perdere appoggio fin dal primo giorno dopo quelle elezioni, anzi, per certi versi persino prima, quando con il governo Dini fece ingoiare ai lavoratori la controriforma delle pensioni. Per cinque anni gli attivisti più coscienti del movimento operaio si sono trovati ad operare in questo clima soffocante, in una pace sociale che ha condotto non pochi di loro a conclusioni pessimistiche sulla possibilità di una nuova stagione di mobilitazioni sociali. Sono stati anni faticosi, snervanti, nei quali abbiamo dovuto ridurci a "spiare" con pazienza ogni minimo sintomo di cambiamento, a cercare di indicare le crepe in quel muro apparentemente compatto e indistruttibile che la concertazione opponeva a tutti i nostri sforzi. Né va dimenticato che la partecipazione disastrosa del nostro partito, del Prc, alla maggioranza di governo nel 1996-98 ha certo reso molto più difficile questo percorso, accrescendo la confusione e la demoralizzazione degli strati più avanzati della classe.

Oggi possiamo però dire che sia "in alto" che "in basso", sia nella sfera della politica ufficiale, che nel campo dei movimenti sociali, queste crepe cominciano ad essere visibili; e si inizia a intuire una corrente, sia pure ancora debole, che ci può portare fuori dalla palude e farci rivedere il mare aperto.

La frantumazione che attraversa il vertice dei Ds esprime in forma concentrata tutte le contraddizioni dell’Ulivo. Il progetto del grande partito democratico è in crisi profonda. Questo progetto vedeva come suo fine ultimo lo scioglimento dei Ds in un partito borghese "clintoniano", e la conseguente rottura di ogni residuo legame con il sindacato e con il movimento operaio. Oggi questo progetto è a pezzi. I tentativi di metterlo in pratica negli ultimi anni hanno prodotto un disastro dietro l’altro per chi lo proponeva: dal crollo elettorale della lista unica di Martinazzoli nelle elezioni lombarde alla sconfitta elettorale dei Democratici e alla successiva scissione di Di Pietro. Oggi il quel "centro" che avrebbe dovuto assorbire e inglobare i Ds è in crisi verticale, perde pezzi a destra (D’Antoni) e deve coalizzarsi in fretta e furia sotto il simbolo della "Margherita" per cercare di sopravvivere politicamente.

È in via di fallimento anche "l’operazione sindaci". L’Ulivo vagheggiava tre candidature dichiaratamente borghesi per le poltrone di sindaco nelle grandi città. Abete e Pininfarina (due ex presidenti di Confindustria) per Roma e Torino, il petroliere Moratti per Milano. Nella loro prospettiva queste candidature avrebbero dovuto essere un’altra leva per completare il lavoro di sradicamento dei Ds e di consolidamento dell’egemonia borghese sulla coalizione. Oggi il progetto fallisce, a Roma la situazione è del tutto caotica, poco si dice di Torino mentre a Milano Moratti si ritira e la candidatura di Dario Fo apre forti divisioni nell’Ulivo e negli stessi Ds, con i settori più moderati (popolari, Udeur, il "liberal" diessino Salvati) che prendono le distanze e si spostano a destra. Si aprono varchi fino a pochi mesi fa impensabili per un’azione del Prc che punti a far spalancare le divisioni dell’Ulivo.

Le divisioni "in alto" non sono casuali: corrispondono a processi profondi e a spostamenti importanti nella coscienza delle diverse classi sociali.

Da una lettera a Liberazione (26 novembre): "…finalmente dopo diversi anni, in occasione dello sciopero generale sugli infortuni sul lavoro in Toscana si sono viste adesioni massicce. Nell’azienda dove lavoro (la Stamperia Fiorentina di Prato) hanno fatto sciopero persino i lavoratori a tempo determinato! Mi sarebbe piaciuto farvi vedere la faccia del padrone quando abbiamo spento i macchinari e ce ne siamo andati tutti! (…) Forse davvero la gente si sta scocciando delle decisioni prese sulla propria testa."

A Roma e a Firenze piccoli gruppi di lavoratori dei Mc Donald’s hanno scioperato contro l’autoritarismo dei manager e i turni di lavoro imposti senza nessuna considerazione per le loro necessità. All’Ikea, primo sciopero (in Italia) organizzato da Cgil Cisl e Uil contro la multinazionale più ipocrita del pianeta. Al centro delle rivendicazioni la lotta per un orario di lavoro che dia luogo a un salario ragionevole, contro il part time e in opposizione al classico divide et impera applicato con sagacia dall’azienda che decide discrezionalmente chi "premiare" e chi no con un maggior numero di ore lavorative. Il caso della Zanussi di luglio è già stato largamente commentato (vedi articolo a pagina 12) e potrebbe ripetersi alla Skf in Piemonte. Altrettanto importanti gli scioperi alla Fiat, i primi con una reale partecipazione dopo il 1994, con una punta significativa: nello stabilimento di Pratola Serra (Avellino) ci sono stati i primi grandi scioperi nella storia aziendale con un’adesione massiccia che non si è incrinata di fronte ai provvedimenti repressivi nei confronti di due delegati sindacali.

Sappiamo bene che non basta elencare qualche sciopero, sia pure significativo, per avere "il movimento". Ci pare però che siamo realmente in presenza di alcuni fatti nuovi.

1) Una disponibilità alla lotta che si estende anche tra lavoratori precari supersfruttati, a termine, interinali. Alla faccia di tutti quelli che da anni ci fanno la lezione sul fatto che la nuova classe lavoratrice sarebbe "individualista, disgregata, inaccessibile al sindacato e aconflittuale", i precari cominciano a muoversi. Rompere il ghiaccio è certo molto più difficile in questi settori, ma c’è anche l’altro lato della medaglia: una volta che la nuova generazione operaia scenda decisamente in campo, porterà con se una forte spinta rivendicativa e una voglia di rivalersi di tutte le umiliazioni e le prese in giro che oggi i neoassunti devono subire nella maggior parte dei posti di lavoro. La disponibilità alla lotta degli immigrati bresciani (e non solo), i più ricattabili di tutti a causa della loro condizione di clandestini, deve far riflettere seriamente.

2) L’autorità dei dirigenti sindacali, compresi quelli della Cgil, è fortemente compromessa. Anni di concertazione hanno lasciato il segno, e cresce la spinta dei lavoratori a farsi sentire, cercare il modo di influire su un sindacato che percepiscono come completamente staccato dalle loro esigenze. Gli episodi di rottura tra Cgil da un alto e Cisl e Uil dall’altro sono un’indicazione indiretta di questa crisi d’autorità dei vertici sindacali; crisi positiva, poiché rende sempre più difficile soffocare il dissenso nei luoghi di lavoro.

Riflettano tutti coloro che negli anni scorsi davano per scontato che si sarebbe approdati al "sindacato unico" e che questo avrebbe aperto gli spazi per una scissione di massa dalla Cgil: le cose stanno andando in direzione esattamente opposta; le contraddizioni attraversano le confederazioni e il gruppo dirigente della stessa Cgil è costretto a porsi il problema di come uscire dall’isolamento e riconquistare una credibilità nei posti di lavoro.

L’aspetto più negativo e che deve far riflettere è che mentre si aprono questi nuovi processi, la sinistra della Cgil è più che mai in stato di disarmo politico. La nuova area chiamata "LavoroSocietà", che raggruppa le precedenti opposizioni interne (Alternativa sindacale, Area dei comunisti, sinistra Fiom, ecc.) raggiunge un’unificazione organizzativa al prezzo di un ulteriore appannamento politico, e mentre rivendica a gran voce il congresso della Cgil rinuncia a intervenire attivamente nei punti di conflitto che già oggi si producono nei posti di lavoro: alla Zanussi accetta tacendo un accordo che contraddice la battaglia condotta in luglio contro la flessibilità; fra i metalmeccanici si accoda a Sabattini rinunciando a qualsiasi battaglia per una piattaforma contrattuale che rompa realmente con la concertazione; si continua così a battere la strada dell’opposizione di facciata, interna agli apparati, rinunciando a portare la battaglia contro la concertazione nei luoghi di lavoro che è l’unico modo per cambiare realmente rotta e aprire la strada a una svolta nella lotta sindacale.

La fine della stabilità politica e sociale apre nuove possibilità per la crescita per le idee comuniste e rivoluzionarie. Il contesto internazionale conferma che si tratta di un processo che va ben oltre il nostro paese. Nei cinque continenti si moltiplicano i segnali che indicano una crescente difficoltà del capitale a controllare gli sviluppi politici, economici e sociali. La crisi ancora non risolta dell’elezione del presidente Usa mostra, da un punto di vista inatteso e imprevedibile, le divisioni della società americana e della stessa classe dominante. Il Giappone attraversa a sua volta una forte crisi istituzionale che si intreccia con i problemi economici irrisolti; in America Latina, nei Balcani, in Medio Oriente, gli elementi di conflitto si accumulano senza sosta. Anche nella sfera economica, e in particolare nelle Borse e nei mercati finanziari, si accumulano gli elementi di incertezza, e nessuno può seriamente garantire che l’economia Usa farà l’"atterraggio morbido" che tutti gli economisti auspicano.

Tutti questi elementi ci devono far comprendere che le condizioni della pace sociale che ha dominato nel nostro paese in questi anni si stanno esaurendo. E per quanto il percorso possa essere tortuoso, inevitabilmente la coscienza politica dei lavoratori e dei giovani, a partire dai settori più avanzati, dovrà nella prossima fase riflettere la nuova situazione, gettare da parte le scorie e le delusioni accumulate e fare fronte con la mobilitazione diretta, con la ripresa della partecipazione militante e con la riscoperta delle idee comuniste, alle dure necessità che ci verranno imposte.

29 novembre 2000

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