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Sei anni di concertazione,
sei anni di passi indietro

 

Il governo si prepara a un nuovo "patto sociale" insieme a sindacati e Confindustria. Patto che potrebbe farci rimpiangere persino i disastrosi accordi di luglio.

Ancora una volta il sindacato sta andando a sedersi al tavolo di trattative importanti senza avere discusso prima con i lavoratori e senza aver fatto un serio bilancio di quello che sono stati i vecchi accordi.

L’accordo che ha regolato la contrattazione questi anni, ha fissato i tempi in cui rinnovare contratti nazionali e integrativi stabilendo che i salari devono essere legati all’inflazione programmata, per quanto riguarda il contratto nazionale, e in funzione dell’aumento di produttività per i contratti integrativi. Ha aperto la strada a un impressionante quantità di contratti flessibili come il lavoro interinale, le borse di lavoro e i contratti d’area, solo per citarne alcuni.

Da che mondo è mondo l’inflazione programmata è più uno strumento di propaganda dei governi per far vedere che le cose tendono al miglioramento che altro. Ma anche se cosi fosse porsi nei contratti nazionali l’obbiettivo di recuperare solo l’erosione dei salari significa ammettere che non possiamo porci l’obbiettivo di migliorarle la nostra situazione economica. Questo è un bel passo indietro rispetto a quello che potevamo fare prima degli accordi di luglio. La scala mobile garantiva già ciò (che poi funzionasse solo al 40% è un altro discorso, in quel caso bisognava discutere su come farla funzionare al 100% e non abolirla), abbiamo barattato la possibilità di rivendicare miglioramenti economici in cambio di un ipotetica difesa del potere d’acquisto. Comunque se diciamo che gli aumenti devono essere un semplice recupero sull’inflazione allora non abbiamo bisogno di un sindacato, basta una semplice commissione tecnica di "esperti" che stabilisca ciò. In tutti i rinnovi che sono seguiti (escludendo una breve parentesi nel ‘94 dove nessuna delle parti in questione poteva permettersi di fare fallire gli accordi appena sottoscritti e fatti passare con fatica tra i lavoratori) mai una sola volta i conti fatti dal sindacato hanno coinciso con quelli fatti da Confindustria. Ogni volta si è dovuto aprire una trattativa sempre conclusasi al ribasso per il lavoratori. Siamo stati costretti, vedi per esempio il rinnovo dei metalmeccanici nel ’96 con 40 ore di sciopero, a mobilitarci per ottenere dei risultati che secondo gli accordi di luglio dovevano essere garantiti.

Ma i dirigenti ci risponderanno che la novità degli accordi di luglio sta nel aver saputo rilanciare e valorizzare la contrattazione integrativa.

Dando per appurato che la contrattazione integrativa è accessibile solo alle aziende che godono di buona salute, vediamo allora quali risultati concreti ha dato.

Secondo una stima sindacale, in Lombardia la concertazione aziendale copre circa il 30% delle imprese e il 50% degli addetti.

Se questi sono i dati nelle regioni dove il sindacato è più forte possiamo immaginare quale sia il dato nazionale, nelle regioni più deboli e nelle categorie più ricattabili. C’è poi da valutare il tipo di accordi che si firmano. Il quadro che ne emerge è che i due terzi degli accordi sul salario ottenuti legano l’aumento al premio di risultato (tab. 1) e solo un terzo ha una cifra fissa di una qualche consistenza in busta paga. Premio di risultato che è legato per il 70% alla produttività e ad altri parametri come la qualità del prodotto e il numero di assenze fatte (tab. 2). Poco o niente si è ottenuto su materie come sicurezza, riposi, ambiente o organizzazione del lavoro.

Nella maggioranza dei contratti integrativi sottoscritti più che una trattativa i lavoratori hanno dovuto prendere atto delle risorse che l’azienda era disponibile a concedere.

Cosa significa ciò? Significa più sfruttamento perché quasi nulla di quello accordato sarà dato se la situazione economica sarà negativa, se ci saranno scioperi che rallentano la produzione e se non si faranno gli straordinari per consegnare le commesse. Significa inserire elementi di divisioni tra i lavoratori e soprattutto delegare ai rapporti di forza all’interno delle singole aziende l’esito delle vertenze.

Un contratto integrativo basato sui premi di risultato è un accordo a termine che oggi c’è e domani chissà, e di sicuro quando sarà da rinnovare bisognerà ripartire da zero. La politica salariale degli accordi di luglio in ultima analisi è una politica perdente che ha visto calare il potere d’acquisto dei salari (tab. 3) e occupazione, costringendo i lavoratori a rifugiarsi negli straordinari per recuperare quello che i contratti non hanno dato.

Se il bilancio dal fronte economico è negativo, disastroso è su quello dell’occupazione. Negli ultimi tre anni la disoccupazione è passata dal 9% al 12%.

Come dicevamo all’inizio gli accordi di luglio hanno rappresentato un salto qualitativo nell’inserire la flessibilità nel mondo del lavoro. Quando i dirigenti sindacali affermano che questi accordi sulla flessibilità aiuteranno lo sviluppo dell’occupazione mentono sapendo di mentire. L’occupazione aumenta in un momento di espansione economica, in un periodo di crisi servono solo a ricattare il più possibile i lavoratori.

Questo infatti è quello che è avvenuto e che sempre più vogliono che avvenga cercando anche di aprire uno scontro tra giovani che entrano nel mondo del lavoro e i lavoratori più anziani. Cosi mentre la disoccupazione è cresciuta di 3 punti percentuali in 3 anni, si è avuto anche una esplosione del precariato. I lavoratori a tempo determinato sono in questo momento il 9% della forza lavoro, mentre il lavoro parasubordinato (lavoratori in ritenuta d’acconto) il 5%.

Ora che si prospetta un periodo di recessione i padroni vogliono premunirsi aumentando ulteriormente la flessibilità e assicurandosi la quantità di incentivi e sgravi fiscali maggiori per loro, prendendo per modello quello che il governo Prodi ha fatto per loro con gli incentivi sulla rottamazione.

Questo è quello che contiene il patto che pazientemente stanno preparando. Il contratto dei metalmeccanici che si sta discutendo in questi giorni è il banco di prova di questi nuovi accordi. Confindustria ancora una volta vuole togliere di mezzo la categoria che più teme per poi applicare questi accordi peggiorativi a tutta la classe.

Di fatto anche se i padroni non sono ancora riusciti ad abolire il contratto nazionale, demandando alle vertenze aziendali il compito di fissare gli aumenti salariali e inserendo ogni sorta di flessibilità hanno svuotato di importanza il contratto nazionale, l’unico in grado di coinvolgere tutti i lavoratori ed esprimere la reale forza della classe. Oggi vogliono infliggere il colpo definitivo.

Opporci votando no alla consultazione (a cui per altro ci chiederanno di esprimerci a giochi ormai conclusi) non servirà a niente se non ci prepareremo prima. La strada della concertazione è la morte del sindacato, porta con se la sua delegittimazione fra i lavoratori, il calo di partecipazione, la sfiducia nelle consultazioni sempre più formali.

La lotta contro questa deriva può cominciare a partire da una opposizione da costruire nei posti di lavoro e fra i delegati contro il nuovo patto sociale.

 

 

 

Indici usati per calcolare gli aumenti salariali

Produttività 69,9%

Redditività 55,9%

Qualità 46,6%

Presenza 36,2%

Consolidato 11,0%

Dati dell’osservatorio della Cgil Lombardia

 

 

Argomenti degli accordi aziendali

Premio di risultato 64%

Ambiente 32%

Relazioni sindacali 26%

Org. del lavoro 17%

Mercato del lavoro 4,7%

Orario 4,0%

Turni 3,7%

Dati dell’osservatorio della Cgil Lombardia

 

 

 

Occupazione e redditi reali

(variazione percentuale sull’anno precedente)

1992 1993 1994 1995 1996

Unità di lavoro dipendente -0,5 -2,7 -1,4 -0,5 0,1

Redditi reali pro capite 0,1 -1,8 -1,8 -1,1 1,2

Dati Istat

 


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