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Prodi prepara la "cura europea"…

Sullo stato sociale non si tratta

Il bilancio del primo anno di vita del governo Prodi è di grande delusione per tanti lavoratori che avevano votato per i candidati dell’Ulivo alle ultime elezioni. 

I patti per il lavoro, la legge finanziaria, l’eurotassa, il pacchetto Treu, in tutto tagli per 100mila miliardi per condurre l’Italia in Europa, fatti pagare quasi tutti ai ceti più deboli. Ma Maastricht, come ci ricordano lor signori a Bruxelles è ancora lontana e dunque bisogna riformare lo Stato sociale, in particolare le pensioni che sono troppo onerose in Italia. La scusa è che la spesa per le pensioni in Italia è del 3% superiore a quella degli altri paesi europei, ma nessuno dice che questo si inserisce in una spesa pubblica complessiva che è del 3% inferiore alla media europea nel rapporto sul Pil.

Di fatto in Italia si spende di più per le pensioni ma le famiglie, in primo luogo i pensionati, hanno maggiori costi sociali da sopportare (casa, sanità, ecc.). Dunque dal nostro punto di vista va aumentata la spesa sociale, in particolare i sussidi di disoccupazione lasciando invariate le pensioni, in modo che si equilibri verso l’alto il rapporto del livello pensioni-spesa sociale con l’Europa.

La ricetta di Prodi e Ciampi è invece quella di tagliare le pensioni punto. Questo passa sotto il nome di riforma dello stato sociale e nuovo "patto tra le generazioni". D’altra parte di sussidi ai disoccupati la borghesia italiana non vuole neanche sentir parlare, non solo per ragioni economiche ma soprattutto per ragioni politiche. Se i disoccupati hanno un reddito, per quanto minimo, saranno meno disposti a sopportare qualsiasi condizione di lavoro. Secondo l’ultimo rapporto Istat in Italia ci sarebbero già 4.975.000 lavoratori precari (in nero, con ritenute d’acconto, con contratti illegali o atipici) su circa 17 milioni di lavoratori dipendenti in regola. Questa tendenza alla precarizzazione ha avuto un’impennata proprio sotto il governo dell’Ulivo. Allo stesso tempo il disagio crescente non trova uno sbocco politico, i lavoratori capiscono che un governo di destra ci darebbe una minestra ancora più salata. Prodi continua così a governare basandosi sull’inerzia della classe lavoratrice che è scontenta ma non si mobilita massicciamente contro le misure impopolari del governo. D’altra parte non c’è nessuno che si candida a dirigere una battaglia sociale: i vertici confederali si lamentano, ma l’unica cosa che hanno proposto è un corteo rituale il 22 marzo in cui rivendicavano l’applicazione integrale dei Patti per il lavoro (il che significa inasprire le misure antioperaie), per non parlare del ruolo di freno che hanno giocato nel contratto dei metalmeccanici.

Rifondazione Comunista è stata premiata alle elezioni amministrative per aver ammorbidito alcune misure del governo. Tuttavia è stata incapace di condizionare seriamente il corso confindustriale della politica di Prodi, come era prevedibile. Restando in maggioranza e non promuovendo la mobilitazione sociale contro la politica del governo ha contribuito a creare il terreno di inerzia sociale che permette alla politica della Confindustria di entrare come un coltello nel burro nella classe operaia ottenendo con il governo Prodi quello che non era riuscita a ottenere con Berlusconi, data la forte mobilitazione sociale che il governo di destra aveva provocato. I lavoratori pur non lottando hanno dimostrato con il voto amministrativo quello che pensano, hanno condannato le forze borghesi dell’Ulivo (Ppi, ma soprattutto Rinnovamento italiano di Dini), mentre il Pds è stabile e Rifondazione cresce in termini percentuali anche se c’è un notevole aumento delle astensioni che dimostra la delusione complessiva che c’è verso la
sinistra che governa.

Bertinotti, di recente ha dichiarato alla City, che quello di Prodi è un governo che continuerà a vivere per un certo periodo sulla base di un "compromesso in progress". Riteniamo che sia molto più vantaggioso per le sorti delle classe popolari lavorare per la crisi di questo governo e preparare a questo un’alternativa di sinistra, sottraendo il governo alle pressioni dei gruppi borghesi che dall’interno e dall’esterno lo spingono ad attuare politiche liberiste e monetariste. Questo vuol dire allontanare dal governo i cavalli di Troia del grande capitale come Ciampi, Dini, Maccanico e lo stesso Prodi per stabilire un governo di sinistra. La strada dunque non è quella dei compromessi ma quella dell’intransigenza sugli interessi di classe anche se questo vuol dire far cadere il governo sullo stato sociale, sul Dpef o su qualsiasi punto di politica sociale. Si andrebbe così a elezioni anticipate favorendo la destra? A parte che Rifondazione Comunista non ha nulla da temere dalle elezioni, non necessariamente da una caduta del governo Prodi dovrebbero avvantaggiarsi le destre. Se si preparano fin da oggi i militanti e tutti i lavoratori che guardano il partito (e sono tanti anche se molti di loro non ci votano ancora) alla rottura del governo Prodi opponendo a esso la prospettiva di un governo più avanzato senza partiti borghesi, ci sarebbe un’avanzata della sinistra. D’Alema non ci seguirà mai su questa strada? Può darsi. Ma allo stesso tempo va detto che lo spostamento a destra del Pds, suggellato dall’ultimo congresso, sta provocando sul partito una forte pressione a sinistra, come emerge da molti sintomi (rinascita sinistra Pds, malessere dei sindacalisti del Pds, perdita di elettori verso Rifondazione) che sono appena all’inizio e che sotto una pressione di lotte sociali di massa potrebbero trascinare D’Alema a un’alleanza di governo con Rifondazione. Ovviamente contro la sua volontà, avendo D’Alema altri piani in questo momento che girano attorno agli esiti della Bicamerale.

La sua strategia è mettere Rifondazione in un angolo con una legge elettorale liberticida che la veda sparire dal Parlamento o che la ridimensioni fortemente. È una variante del partito unico della sinistra proposta da D’Alema che verrebbe attuata con una operazione di ingegneria costituzionale. In Bicamerale è possibile, se non probabile che trovi l’accordo con Berlusconi e Fini, e la maggioranza sulle riforme costituzionali potrebbe trasformarsi in una maggioranza governativa basata sulle "larghe intese" che vedrebbe all’opposizione la Lega e Rifondazione. D’Alema potrebbe anche assecondare tale ipotesi, dando una soluzione a destra, alla crisi del governo Prodi che è latente e che fino a un certo punto prescinde dal ruolo di Rifondazione Comunista. Il collasso del governo Prodi è infatti inevitabile anche se Rifondazione continuasse a fare cedimenti su stato sociale, lavoro e pensioni. Infatti il sistema della concertazione inizia a diventare troppo stretto per la portata degli attacchi che la borghesia è costretta ad avanzare contro il movimento operaio e questo si dimostra con le lamentele crescenti della Confindustria contro Prodi.

L’unico modo per far saltare l’attacco allo stato sociale e i piani reazionari della Bicamerale è mobilitare i lavoratori. Essi però non lottano a comando, devono vedere le condizioni perchè la lotta possa avanzare e il fatto che Rifondazione Comunista sta in maggioranza e dichiari "le sorti progressive" del governo Prodi non li aiuta affatto, ma li disorienta e li lascia fuori dal conflitto, che così resta tutto sul piano istituzionale. Questo è il terreno migliore per il capitale che così spremerà fino in fondo le sinistre preparando domani il terreno per un ritorno delle destre più aggressivo e impetuoso che mai. Se nonostante tutto Rifondazione con una svolta del genere non riuscisse a mobilitare i lavoratori ribaltando i rapporti di forza al punto da aprire le contraddizioni nell’Ulivo su basi di classe, allora è meglio uscire dalla maggioranza e preparare con tempi più lunghi una ripresa dell’opposizione sociale piuttosto che lasciarsi schiacciare dal tracollo di questo governo.

(19.5.1997)

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