Breadcrumbs

La libertà di licenziamento non deve passare

È definitivo, se governo, sindacati e Confindustria non troveranno un accordo per una legge che eviti i referendum, si voterà il 21 maggio. Il governo ha deciso di scorporare i due appuntamenti al voto a cui saremo chiamati nei prossimi mesi, regionali e referendum, distanziandoli di oltre un mese l’uno dall’altro (per le regionali si voterà il 16 aprile). Questo sarà un ulteriore aiuto per chi vuole, indipendentemente da quale sarà il risultato delle regionali, disinnescare lo scontro sociale che si nasconde dietro questi referendum.

Dopo il risultato della Corte costituzionale abbiamo assistito a un vero e proprio tentativo di confondere i lavoratori cercando di fargli credere che l’attacco dei radicali è stato ridimensionato. Ne sono responsabili non solo i mass media, ma anche diversi dirigenti della sinistra. L’Unità del 4 febbraio esordiva con un articolo dal titolo "evitato il massacro sociale", e le dichiarazioni di alcuni dirigenti sindacali andavano in quella direzione o ancora peggio riconoscevano alla Corte costituzionale il merito di aver ancora una volta difeso i diritti sociali che sono alla base della Costituzione del paese. Queste dichiarazioni sminuiscono il peso dell’attacco che continua a esserci verso i lavoratori, e insinuano l’idea che il problema è solo riconducibile ai referendum, ignorando i catastrofici risultati che la concertazione ha avuto sulle condizioni di vita dei lavoratori.

Dobbiamo respingere qualsiasi posizione di mediazione, ma anche qualsiasi illusione che una strada alternativa a una campagna decisa per votare NO possa essere quella dell’astensione. Questi referendum rappresentano il tentativo più serio da anni della borghesia di spostare i rapporti di forza nella società a proprio vantaggio.

Dobbiamo capire che la provocazione lanciata da padroni avrà conseguenze anche dopo le votazioni. In un momento in cui escono allo scoperto in modo così chiaro, dopo che per anni si sono nascosti dietro alla concertazione, non possiamo proporre ai lavoratori di astenersi.

Se questi referendum non dovessero passare perché non si è raggiunto il quorum l’attacco sarà solo rimandato (come si è visto con il referendum sul proporzionale) preparando la strada a un attacco ancora più duro. Nello stesso tempo avremo perso una occasione e frustrato tutte quelle energie (e non sono poche) disposte oggi a battersi. Questo referendum non può essere paragonato a quello sul maggioritario dell’estate scorsa. I lavoratori hanno una percezione dell’attacco in atto molto più viva, e lo dimostra anche la forte partecipazione dei lavoratori nelle aziende dove sono stati organizzati scioperi contro i referendum (Pininfarina, OM Iveco, Zanussi, solo per citarne alcune),e il fatto che il sindacato sia disponibile a mobilitarsi rende la possibilità del raggiungimento del quorum molto più che concreta. Organizzarci per il NO, proponendo mobilitazioni che abbiano l’obbiettivo di costruire uno sciopero generale nazionale di tutti i lavoratori.

Questi referendum non sono persi in partenza, il movimento operaio può sconfiggere radicali e padronato a condizione che si porti avanti una lotta intransigente a partire dai luoghi di lavoro.

Astensione una falsa soluzione

Purtroppo in questa battaglia non possiamo contare su molti compagni dei sindacati di base, che mostrando tutto il loro settarismo e allo stesso tempo il loro pessimismo verso il movimento operaio hanno deciso di portare avanti la posizione dell’astensione.

Settarismo perché anche quando la Cgil dice una cosa giusta e si schiera per il NO, loro devono dire qualcosa di diverso (asteniamoci!), pessimismo verso la classe perché non avendo nessuna fiducia nella possibilità del movimento operaio di respingere sul campo l’offensiva sperano nel non raggiungimento del quorum dichiarando pomposamente la loro politica di "astensionismo rivoluzionario" che serve solo a mostrare la loro impotenza.

Dall’altra parte il gruppo dirigente di Cgil, Cisl e Uil dopo aver proposto la formazione di comitati per il NO non sta facendo assolutamente nulla (eccetto poche eccezioni) per preparare seriamente lo scontro.

Sono più impegnati a discutere con il governo su come evitare lo scontro, ad organizzare convegni come quello del 19 febbraio alla Camera del lavoro di Milano nei quali si giustificano di fronte a elementi come Salvati, Debenedetti, Cominelli (passato recentemente dai Democratici di sinistra ai radicali) dicendo che in fondo "la rigidità del mercato del lavoro e presunta, perfino a Milano dove il 92% delle imprese hanno meno di 10 dipendenti, dunque sono fuori dallo statuto dei lavoratori."

Per parte nostra continueremo a dare il nostro sostegno a tutti quei lavoratori, delegati e Rsu che con o senza il sostegno sindacale stanno formando comitati per il NO. Comitati che devono unire lavoratori iscritti e non al sindacato, comitati in cui devono dare il loro contributo anche i lavoratori che sostengono i sindacati extra confederali, comitati che rappresentano una grossa occasione per unire tutti i lavoratori dal basso, indipendentemente da quale organizzazione sindacale sostengano.

Ci sono ancora tre mesi da qui al voto e nulla è ancora compromesso. Se si aprisse un varco e si riuscisse a dare sfogo alla rabbia accumulata tra i lavoratori in una categoria, in una camera del lavoro, in un gruppo di fabbriche, rispondendo ai radicali e ai padroni con argomenti di peso come quelli dello sciopero allora sarebbe possibile rigettare indietro questo attacco aprendo la strada a una riconquista dei tanti diritti persi in questi anni dai lavoratori.

Non stiamo lottando solo per difendere l’articolo 18 dello Statuto, ma per chiudere il capitolo amaro della concertazione per aprire una nuova fase di sana conflittualità operaia che è l’unica maniera per difendere i nostri interessi contro lo strapotere padronale.

I compiti della sinistra sindacale

Questa dei referendum può diventare una strada per rilanciare anche la battaglia che la sinistra sindacale farà nella Cgil al prossimo congresso. Se la sinistra sindacale saprà unire alla battaglia contro i referendum anche un programma di rivendicazioni per riconquistare quello che è stato perduto in questi anni, allora sì che potrà apparire come una reale alternativa alla politica portata avanti da Cofferati.

Il dibattito che si è svolto fino a oggi nelle assemblee regionali di questa nuova sinistra sindacale ha mostrato grossi limiti. Il limite di discutere delle forme organizzative da darsi rispetto al congresso della Cgil senza quasi affrontare il dibattito su un programma chiaro.

C’è bisogno di un programma di rivendicazioni che si ponga l’obbiettivo di democratizzare il sindacato, di dare ai lavoratori la possibilità reale di incidere nelle decisioni e una serie di rivendicazioni per difendere i salari e i diritti dei lavoratori.

Bisogna rivendicare congressi annuali e non come ora dove i congressi si fanno ogni 4 o 5 anni dando di fatto una delega in bianco ai vertici per il resto del tempo.

Bisogna aprire una battaglia perché il sindacato rinunci al metodo burocratico con cui vengono elette le rappresentanze dei lavoratori nei luoghi di lavoro, dove 1/3 dei delegati non vengono votati dai lavoratori, ma decisi direttamente dai sindacati confederali.

Bisogna opporsi frontalmente contro le leggi antisciopero che si vogliono fare, iniziando da quella che già esiste nei trasporti, la legge 146/90.

Bisogna battersi per l’estensione dello statuto dei lavoratori anche alle aziende sotto i 15 dipendenti.

Porre fine alla pratica che si è instaurata nei contratti nazionali, in cui le piattaforme vengono calate dall’alto, ogni volta sempre più modeste e dove i lavoratori non hanno nessuna voce in capitolo. Rivendicare il diritto di discutere con i lavoratori della stesura delle piattaforme, e dare ai lavoratori, durante le vertenze nazionali, la possibilità di eleggere delegati di trattativa a tutti i livelli, revocabili in ogni momento.

Bisogna rivendicare salari dignitosi e uguali per tutti, basta con la pratica di puntare nei contratti nazionali, la vertenza più importante in assoluto per i lavoratori della stessa categoria, al recupero dell’inflazione programmata.

Lotta contro ogni forma di flessibilità futura e anche retroattiva. Non basta dichiarare di essere contro, dobbiamo rimettere in discussione tutti quegli accordi passati che hanno aperto la strada ai radicali.

Rimessa in discussione della controriforma Dini sulle pensioni, nei prossimi mesi la questione riesploderà in tutta la sua violenza, solo rimettendo in discussione i passi indietro del passato si può invertire la rotta e contrastare seriamente la disponibilità a nuovi cedimenti mostrata in questi mesi da Cofferati.

Joomla SEF URLs by Artio