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Cosa si nasconde dietro?

Il 18 aprile, gli italiani saranno chiamati a votare per abolire la quota proporzionale alle elezioni politiche. Si vuole così togliere rappresentanza parlamentare alle formazioni minori, blindando la politica italiana in due grandi poli elettorali, secondo il modello americano.

Dietro la demagogia dei referendari contro la partitocrazia, si nasconde il bisogno di restringere gli spazi di partecipazione democratica, e di mediazione politica tra i distinti interessi sociali che le burocrazie dei partiti tradizionali hanno reso possibile nel dopoguerra.

La borghesia italiana, vuole limitare il potere del "ceto politico" di cui si è servita per 50 anni e a cui ha delegato le questioni politiche mentre si occupava dei propri affari. A convincerla è la crisi economica e l’impossibilità a governare sulla base di un compromesso sociale, dove "i partiti di massa" con il loro potere di interdizione e l’elargizione della spesa pubblica riuscivano a contenere le tensioni sociali.

Il referendum tenta di incunearsi nella crisi dei partiti di massa per trasformarli in "partiti leggeri", in comitati elettorali, soggetti al controllo delle lobbies capitaliste e sganciati da quella base di militanti che smetterebbe definitivamente di condizionare gli orientamenti politici nel paese.

I partiti nel mirino, sono in primo luogo quelli del movimento operaio, a partire da Rifondazione Comunista.

Non è un caso che a presiedere il comitato per il sì al referendum, ci sia oggi l’ex presidente della Confindustria, Luigi Abete.

È bene che si sappia che nel referendum non c’è in gioco solo la "democrazia", ma interessi di classe ben precisi, che attengono alla condizione di vita dei lavoratori di questo paese.

Se tentano di cambiare il sistema elettorale è per avanzare meglio il programma di massacro sociale. Per questo i lavoratori hanno tutto l’interesse a votare NO al referendum del 18 aprile.

Quale governabilità per la borghesia?

In un intervista al Corriere della Sera del 15 marzo, Luigi Abete confessa i veri obiettivi che si propongono i referendari: "Il referendum è un missile a due stadi. Il primo punta all’obiettivo della vittoria elettorale con conseguente cancellazione della quota proporzionale. Ma anche il secondo stadio è già partito. Infatti dentro i due schieramenti ci sono spinte verso un vero bipolarismo. L’iniziativa di Prodi e Di Pietro è già in campo e sta trovando un’attenzione parallela nello schieramento di centrodestra (l’elefante di Fini e Segni che si contrappone all’asinello di Prodi. NdR)...

Non dimentichiamo che il nostro è un paese che conta cinque milioni d’imprenditori e non ha mai avuto un autentico ceto borghese. Il processo per un moderno bipolarismo è finalmente avviato. Chi non coglie questo, non coglie la forza del referendum".

Quì viene centrato il dramma della borghesia italiana, il suo punto debole così come storicamente si è definito, quello di non possedere un proprio partito con il consenso di massa necessario a governare.

Il padronato italiano si è dovuto servire così dei notabili democristiani (negli anni ‘80 anche dei socialisti) che prima di difendere gli interessi generali della borghesia, difendevano gli interessi di bottega.

Oltre ad essere inaffidabili divennero sempre più ingordi e costosi fino al punto che la borghesia li ha scaricati, dando il via libera ai giudici di "mani pulite".

Con il crollo dell’Urss e la fine della guerra fredda, veniva meno la necessità di sostenere a tutti i costi la Democrazia cristiana in chiave anticomunista. L’alternativa alla Dc era però tutta da costruire.

Forza Italia in un primo momento è stata vista con interesse, ma il movimento di massa sorto contro il governo Berlusconi ha bruciato le sue carte, e ha dimostrato l’incapacità di quel partito a candidarsi come rappresentanza generale della classe dominante.

Forza Italia inoltre è sempre stato un movimento dove hanno sempre prevalso gli interessi personali del proprio leader.

L’altro partito di massa a disposizione era il Pds; la borghesia che sostiene apertamente il governo D’Alema, capisce tuttavia i limiti che questo partito ha per essere funzionale alle strategie del grande capitale.

L’insediamento sociale dei democratici di sinistra resta fondamentalmente proletario e anche se il partito di D’Alema è andato in questi anni perdendo consensi e una base attiva, resta un partito tradizionalmente legato al movimento operaio anche in funzione delle posizioni che mantiene nel più grande sindacato italiano, la Cgil.

Nonostante il gruppo dirigente dei Ds abbia accettato acriticamente il mercato dimostrando su questo terreno grande affidabilità, il partito nel suo insieme rappresenta un’incognita per il padronato italiano.

È stato in grado in questi anni di mantenere la pace sociale, ma in determinate condizioni quello stesso partito può essere permeato dalle ragioni dei lavoratori, nonostante le volontà soggettive del suo apparato.

Mancando così un’alternativa percorribile la scelta della confindustria (iscritta nel movimento referendario) è quello di recidere il più possibile i legami sociali dei partiti oggi esistenti, contribuendo a chiudere gli spazi di partecipazione democratica e svuotando di significato la politica agli occhi delle masse.

Il tutto serve a preparare la strada per l’asinello di Prodi e Di Pietro e per l’elefantino di Segni e Fini, chiudendo quella tradizione che vede la politica attraversata dal conflitto di classe rappresentato da una parte dalle organizzazioni socialiste e comuniste, dall’altra a seconda dell’acutezza nello scontro dalle forze liberali, popolari, conservatrici o fasciste.

Forze politiche queste che ispiravano potenti forze sociali, che rappresentavano precisi interessi di classe che si contrapponevano nelle istituzioni e nella società.

Cancellare in una parola la conflittualità sociale, rendere la società impolitica, imporre il mercato come unico elemento fondamentale nella società.

La democrazia malata?

Bertinotti e i compagni della segreteria del Prc, sostengono che la democrazia è malata, che dietro l’angolo si paventa il pericolo della passività politica delle masse, di un astensionismo di proporzioni americane.

Ma la risposta a questi problemi di indubbio fondamento non può essere ricercato nella difesa costituzionale della democrazia parlamentare, esaltandone le virtù "partecipative" senza denunciare il carattere di classe che ha sempre avuto lo Stato repubblicano fin dalla sua nascita.

I diritti e gli spazi democratici, i lavoratori li hanno conquistati con le lotte sociali, con la forza organizzata che hanno opposto al cosiddetto Stato democratico. Non si dovrebbe mai dimenticare che questo è il paese delle stragi, dei tentati colpi di stato, il paese in cui i servizi segreti con la partecipazione attiva dei partiti del cosiddetto arco costituzionale tramavano contro l’opposizione comunista, dove si organizzavano truppe paramilitari pronte ad impedire con la violenza l’insediamento di un governo delle sinistre se queste avessero vinto le elezioni politiche.

Si dice democrazia malata, ma quando mai è stata sana la democrazia in Italia, o altrove in qualsiasi regime capitalista?

Oggi siamo di fronte a un’offensiva della borghesia che cerca di ridurre ulteriormente i già scarsi spazi democratici; questa offensiva si inserisce in una fase di calo delle mobilitazioni, ma questa passività si guardi bene, non viene dal nulla, è frutto in grande misura della delusione e del disincanto provocato dal governo di centrosinistra.

Vedere D’Alema al governo e non distinguere alcun elemento positivo nella sua politica, questo spinge i lavoratori all’astensionismo, ma di questo processo è responsabile anche il Prc che ora è all’opposizione, ma che per due anni e mezzo ha sostenuto Prodi, contribuendo a deludere le aspettative dei ceti subalterni.

La passivizzazione non è un processo univoco, nè inesorabile;

il movimento referendario può essere sconfitto e il No potrebbe imporsi; ogni militante comunista deve impegnarsi per questo, ma anche se così non fosse non è stata detta l’ultima parola riguardo allo scontro in atto.

Le ragioni che hanno portato alla nascita di Rifondazione Comunista, non possono in nessun modo essere cancellate con una legge elettorale, vivono nei bisogni della gente, nelle sofferenze sociali, nell’inevitabile conflitto sociale che la crisi del capitalismo genererà. Il conflitto sociale non scomparirà, è assurdo il solo pensarlo, nè i partiti che interpretano e rappresentano le esigenze dei lavoratori. È estremamente improbabile che la borghesia riesca a portare in porto i suoi obiettivi, l’esperienza di questi anni dovrebbe insegnare qualcosa, le decine di tentativi falliti di formare partiti borghesi classici con un sostegno di massa stanno lì a dimostrare che non esistono le condizioni, in primo luogo economiche che possano garantire quella stabilità sociale e politica della cosiddetta "democrazia dell’alternanza".

Nella misura in cui esistano differenze di classe è impossibile impedire per decreto l’esistenza di partiti che difendano questi interessi, non è stato in grado il fascismo di cancellare un partito comunista in Italia, figuriamoci se possano riuscirci i referendari di Mario Segni, Di Pietro, Prodi e compagnia bella.

Se l’esistenza di Rifondazione Comunista è in discussione questo non può dipendere da una legge elettorale, ma solo e soltanto dalla capacità del partito di interpretare e rappresentare gli interessi dei lavoratori.

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