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Risolta la crisi di governo: chi vince e chi perde

 

La doppia svolta del gruppo dirigente del Prc costituisce un punto di cambiamento decisivo per capire l’evoluzione politica del governo Prodi e dello stesso Prc.

Nel giro di una settimana il gruppo dirigente del Prc ha gettato sul piatto della bilancia tutta la sua autorità, e quella dell’intero partito, per difendere un’operazione politica le cui conseguenze rischiano di diventare molto gravi per il movimento operaio.

Oggi si spendono fiumi di parole per esaltare l’astuzia tattica e la lungimiranza di Bertinotti, che avrebbe messo in scacco il settore moderato del governo. Ma le cose stanno ben diversamente. Nei prossimi mesi si vedrà fino a che punto questa operazione abbia inflitto un duro colpo al partito e alle possibilità di ripresa di una mobilitazione indipendente dei lavoratori.

L’annuncio della rottura col governo era stato accolto con sorpresa dalla stragrande maggioranza dei militanti e dei lavoratori. Questa rottura, infatti, appariva in completo contrasto con tutta la politica precedente del Prc.

Tutti gli argomenti ripetuti migliaia di volte dal gruppo dirigente del Prc nel corso dell’ultimo anno venivano capovolti nel giro di una settimana, senza preparazione, senza indicare un percorso, senza tracciare una strategia comprensibile ai militanti del partito e ai lavoratori.

Un anno fa la politica di austerità di Prodi veniva imbellettata in tutti i modi, se ne minimizzavano gli aspetti negativi, si esaltavano le più minime concessioni, vere o presunte; ora la stessa politica veniva descritta da Dilberto alla camera – del tutto correttamente – come dettata dai padroni e dai banchieri europei.

La mancanza di mobilitazioni dei lavoratori, in precedenza invocata come un argomento per sostenere il governo "non possiamo fare di più, in assenza di grandi lotte", diventava tutto d’un tratto un argomento a favore della rottura con Prodi "bisogna dare un segnale".

Come stupirsi se di fronte a questo capovolgimento, fra i lavoratori vi sono state reazioni di sconcerto? Questo non derivava affatto, come vorrebbero farci credere i vertici dell’Ulivo, da una reazione contro il Prc che avrebbe "rovinato tutto" proprio mentre tutto marciava per il meglio sotto il migliore dei governi possibili. Chiunque avesse occhi per vedere poteva toccare con mano negli scorsi sei-otto mesi la delusione crescente, e anche talvolta la rabbia, che montava tra ampi settori di lavoratori, studenti, pensionati di fronte alla politica del governo.

Se il Prc avesse spiegato fin dall’inizio i motivi per i quali questo governo non poteva che fare una politica antipopolare, se avesse rifiutato di abbellire questa politica e di assumersene la responsabilità, se invece di addormentare i lavoratori con le ninne nanne sulle "vittorie" che ottenevamo in parlamento, se invece di fare tutto questo avesse lavorato per risvegliare l’ostilità verso i Prodi, i Ciampi, i Dini, gli Andreatta e soci, denunciando l’asservimento di D’Alema e Cofferati a questi signori, oggi ci troveremmo in una situazione enormemente favorevole. Di fatto saremmo stati messi in condizione di mettere sotto processo davanti ai lavoratori, e con il consenso di gran parte di essi, l’intera politica riformista dei gruppi dirigenti del Pds e della Cgil.

Al contrario, il modo errato con il quale veniva condotta la rottura, l’incapacità di adeguare l’azione del partito allo sviluppo reale del movimento operaio, l’incapacità di ascoltare i lavoratori e dialogare con essi dava a tutta l’azione del gruppo dirigente un’impronta di improvvisazione.

Ma come si era giunti a questa rottura? Sarebbe scorretto pensare che si sia trattato di una semplice messa in scena condotta avendo già in tasca l’accordo finale. Il principale motivo dell’esplosione della crisi è da ricercarsi nelle difficoltà crescenti che incontrava il partito nel continuare la sua tattica precedente nei confronti del governo. Questa difficoltà diventava evidente quando nel direttivo nazionale della Cgil l’opposizione di sinistra (Area dei comunisti e Alternativa sindacale) veniva lasciata isolata dai vertici della Fiom, e in poche ore si aveva prima la capitolazione del segretario della Fiom Sabbatini di fronte a Cofferati, e poi la capitolazione dello stesso Cofferati di fronte al governo con l’annuncio dell’ammissibilità di tagli alle pensioni d’anzianità.

Da questo punto di vista era assolutamente giusto e necessario che il Prc si impegnasse a fondo per far saltare la trattativa sullo Stato sociale. Ma il percorso scelto è stato esattamente opposto di quanto sarebbe stato necessario. La trattativa si basava su due pilastri: governo e vertici sindacali, entrambi pronti a un accordo, ma entrambi con contraddizioni al proprio interno. Il terreno decisivo su cui condurre l’offensiva doveva essere quello sindacale, non quello parlamentare. Il voto del vertice della Cgil stava causando rabbia, malessere e un’enorme preoccupazione nella base sindacale. Sarebbe stato possibile inserirsi in questo ambiente, cominciare a promuovere la consultazione nelle fabbriche dove questo era possibile, mobilitare i lavoratori per premere sull’apparato sindacale, rivendicando innanzitutto che i vertici presentassero una piattaforma chiara (cosa che a tutt’oggi non hanno ancora fatto), e in secondo luogo che questa venisse sottoposta al parere vincolante delle assemblee di fabbrica.

Una campagna abile e decisa avrebbe potuto in poche settimane mettere in crisi i vertici sindacali, mettendo a nudo il vero contenuto della trattativa sullo stato sociale. Allora sì, di fronte a una chiara opposizione che si fosse sviluppata dai luoghi di lavoro, una rottura a livello parlamentare sarebbe stata vista dai settori di avanguardia come un appoggio alla loro lotta per impedire il cedimento dei vertici sindacali, come un prolungamento della loro volontà all’interno della coalizione di governo.

La nostra presenza parlamentare sarebbe stata realmente messa al servizio di una strategia di radicamento nel movimento sindacale, che rimane la chiave attraverso la quale il Prc può puntare a ribaltare i rapporti di forza nella classe lavoratrice.

La tattica scelta è stata invece esattamente opposta: si è tentato di far valere la posizione decisiva del partito in Parlamento come elemento di pressione nei confronti dei vertici della Cgil, aiutando così Cofferati a rafforzare la sua traballante posizione. Il segretario della federazione di Milano di Rifondazione, Bruno Casati,ha espresso questo concetto in una frase: "abbiamo tentato con una manovra di sostituire un movimento che non c’era". In questa affermazione c’è l’intera concezione di un gruppo dirigente che crede sempre meno alle capacità di mobilitazione dei lavoratori per difendere i propri interessi, che sempre di più si pone non dal punto di vista di un partito di avanguardia che deve dirigere, organizzare e stimolare la mobilitazione, ma dal punto di vista di un partito che benevolmente "rappresenta" i lavoratori in parlamento, di una sorta di "avvocato dei poveri".

Forse a qualcuno può parere che si tratti di una differenza tutto sommato trascurabile: perché polemizzare, se in fin dei conti alla crisi si doveva arrivare in ogni caso?

Eppure la differenza è enorme: è la differenza tra una politica che mobilita i lavoratori e una che li ipnotizza davanti alla Tv ad aspettare l’ultima mossa a sorpresa della trattativa parlamentare. Se questa differenza poteva sembrare secondaria nel pieno della crisi, oggi è evidente se si considera l’accordo tra Prc e Ulivo che ha rimesso in sella Prodi.

Ora si dice che l’accordo ha aperto la strada a nuove conquiste, ma come stanno realmente le cose? Innanzitutto è bene ricordare tutti i punti negativi che non sono stati inseriti nella trattativa: rimane l’aumento dell’Iva, rimangono i tagli alle Poste, alle Ferrovie, alla pubblica istruzione, proprio mentre entrano in vigore le nuove aliquote dell’Irpef che aumentano la tassazione sui redditi più bassi e la diminuiscono su quelli oltre i 300 milioni. Restano 4mila miliardi di tagli alle pensioni, partendo da quelle dei dipendenti pubblici, mentre sulla difesa delle categorie operaie Prodi non ha concesso nulla di più di quello che era stato rifiutato 5 giorni prima.

Ma il punto apparentemente decisivo sarebbe la concessione della legge sulle 35 ore per il 2001. La realtà è che l’impegno che Prodi si è assunto si riduce a ben poco.

In primo luogo la legge non riguarderà le imprese con meno di 15 dipendenti, cioè circa il 90% delle imprese che occupano circa la metà dei lavoratori italiani! In secondo luogo, i tempi e i modi di attuazione verranno decisi con la contrattazione sindacale.

Questo significa che in molti casi le 35 ore si accompagneranno ad ogni sorta di flessibilità, per esempio con la cosiddetta annualizzazione dell’orario di lavoro, cioè introducendo la norma che la media delle ore lavorate per settimana deve essere di 35, ma che questa media si calcola a fine anno e si può quindi passare da periodi di forte domanda, nei quali si lavorerà ben oltre 35 ore, a periodi di stagnazione nei quali l’orario di lavoro potrà scendere anche al di sotto. Vedremo anche dilagare, come del resto già avviene, i cicli continui, sabati e domeniche lavorative, contratti week end, fabbriche aperte 365 giorni all’anno, ecc. Se consideriamo l’estrema instabilità del mercato, e se a questo aggiungiamo gli incentivi che il governo promette, non è certo un’esagerazione dire che molte imprese potrebbero con la settimana di 35 ore avere una produzione totale a fine anno non molto diversa da quella attuale. A questo punto è facile capire che le aspettative di un aumento significativo dell’occupazione sono come minimo esagerate.

Infine, non parlando di riduzione a parità di salario si apre la strada all’aumento degli straordinari.

In realtà una legge che rinvia alla contrattazione è del tutto forviante La legge deve servire precisamente a difendere quei lavoratori che non possono tutelarsi attraverso la lotta sindacale. Una legge per la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro deve valere allo stesso modo per un operaio della Fiat, per un commesso di supermercato e per un garzone di una bottega artigiana. In assenza di ciò potrà al massimo condurre qualche singola categoria ad un miglioramento, ma non certo cambiare realmente l’attuale mercato del lavoro.

Questi sono dunque i risultati reali in nome dei quali i dirigenti del Prc hanno deciso di rimangiarsi quanto detto pochi giorni prima ed accettare di votare la fiducia a Prodi. Ma una semplice fotografia dell’accordo non basta ad afferrare tutte le conseguenze di quanto è avvenuto. Il Prc, infatti, a coronamento di questo accordo, accetta una collaborazione più stretta con il governo, entrando formalmente nella coalizione attraverso il cosiddetto "patto di consultazione". Dalla politica del "giorno per giorno" si passa alla ricerca di un accordo generale con l’Ulivo, e già c’è chi, come Prodi, preannunzia la durata di questo governo fino al 2001.

Apparentemente la coalizione di governo esce rafforzata quindi da questa crisi, con un’alleanza più salda fra le sue componenti. Ma al di là delle apparenze molte cose stanno cambiando. La partecipazione organica dei comunisti al governo non è affatto una garanzia di una politica di riforme. Abbiamo già visto a cosa si riduca realmente la "vittoria" sulle 35 ore. Le condizioni economiche nazionali e internazionali non consentiranno ancora grandi margini di dilazione, e cresce l’impazienza della borghesia, la quale pur continuando a sostenere Prodi comincia a domandarsi se la sua politica di "piccoli passi" nel tagliare la spesa sociale non rischi di arenarsi sulle contraddizioni della coalizione.

Ma più importante ancora è quanto avviene fra i lavoratori. Le illusioni nel governo sono ampiamente erose, e non varranno i più eloquenti discorsi di Bertinotti a cancellare l’impressione negativa di queste giornate. Uno degli elementi più significativi della crisi è stato l’intervento della delegazione dei metalmeccanici bresciani inviata a Roma per far pressioni a favore di un accordo.

Non ci si lasci ingannare dal fatto che oggi queste pressioni si esercitavano in senso moderato. Il fatto che comincia a svilupparsi l’idea che i lavoratori non possono limitarsi a stare a guardare quello che fa il governo "amico", ma devono cominciare a prendere in mano la situazione, a intervenire direttamente, è un elemento profondamente rivoluzionario, indipendentemente da quanto abbiano detto oggi gli operai bresciani. L’errore maggiore commesso dal gruppo dirigente del Prc in questa crisi è stato precisamente di lavorare non per estendere questa idea, ma per soffocarla, di aver chiuso ai lavoratori i canali per intervenire nell’ "alta politica" anziché aprirli.

Tutto questo non può in ogni caso fermare la disillusione dei lavoratori, né impedire che questa ad un certo punto si trasformi da semplice critica passiva a mobilitazione diretta per far valere le proprie aspettative e speranze. Gli errori dei nostri dirigenti possono rendere questo processo più lento, più faticoso, per la classe lavoratrice e per lo stesso Prc, ma non possono né fermarlo, né invertirlo.

Al tempo stesso saranno proprio questi sviluppi a creare le condizioni per riaprire un vero confronto nel Prc e per fermare lo slittamento sempre più evidente verso l’ingresso nel governo e l’alleanza strategica con l’Ulivo.

18/10/97

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