Sinistra, in ordine sparso verso Atene - Falcemartello

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Con ciclicità pressappoco semestrale si mette in moto un macchinario cigolante, detto “costruzione della sinistra in Italia”. Assemblee, appelli, polemiche, rotture, ricomposizioni… All’approssimarsi di ogni tornata elettorale il meccanismo arrugginito viene faticosamente rimesso in marcia; contati i (pochi) voti nelle urne seguono i bilanci con relative recriminazioni e scomuniche, poi tutto si placa fino alla successiva chiamata.

La discussione ha un suo gergo ben preciso. Ci si adopera quindi “per valorizzare ciò che unisce e non ciò che ci divide”, per “non riproporre il vecchio ceto politico”, per “processi realmente inclusivi e democratici, apprendendo dagli errori del passato”, per “unire ciò che il neoliberismo vuole dividere”, e via cantilenando.

Più prosaicamente la situazione è la seguente. Le forze componenti la Lista Tsipras, dopo essersi divise nelle regionali in Emilia e Calabria (Sel col Pd, gli altri da soli) tornano a riavvicinarsi. Atene, con la prospettiva di una vittoria elettorale di Syriza (che a dire il vero tutti danno per acquisita forse troppo facilmente) pare diventata una nuova piccola Mosca: si firmano appelli, si mandano auguri e addirittura è in partenza la “Brigata Kalimera”, ossia una imbarcata di esponenti della sinistra italiana che sperano di raccogliere un po’ di luce riflessa da Alexis Tsipras.
Uniti (apparentemente) ad Atene, ma molto meno uniti in Italia, Sel e Prc si contendono con opposte assemblee, entrambe collocate a gennaio, l’“egemonia” (?) sul piccolo cortile. Paolo Ferrero si affanna a ripetere che la proposta di Sel è ambigua in quanto non sufficientemente netta nel contrapporsi al Pd. Ma la differenza è puramente tattica e non certo portata a livello di principio.

Del resto il vero unificatore di ciò che resta della sinistra italiana non sta ad Atene, ma a Roma e risponde al nome di Matteo Renzi. Sono le sue cannonate contro la Cgil e contro la sinistra Pd a spingere la sinistra a convergere. In Liguria la sconfitta di Cofferati nelle primarie e la contemporanea apertura del Pd al Ncd accelera il processo di rottura; si attende Civati all’assemblea di Sel e, dopo la contestazione dei risultati, magari anche Cofferati. Vedremo ora se la rottura ligure (dove Sel ha già dichiarato che si chiude la possibilità di accordo col Pd) avrà un effetto di trascinamento in altre regioni.

Non a caso nel settore “intransigente”, Rifondazione e alleati, si era saggiamente deciso di puntare sulle prossime elezioni politiche, mettendo tra parentesi la questione delle regionali dove è per tutti più difficile controllare i propri cacicchi locali alla disperata caccia
di seggi e incarichi.

Alla faccia di tutte le belle parole, quindi si ripetono pedissequamente precisamente quegli errori del passato che a parole si rinnega. La conferma più macroscopica viene da Paolo Ferrero, che interrogato sulla politica di alleanze di Syriza risponde senza esitare: “Alleanze? Certo, dal 30 per cento si possono fare”. L’ipnosi della scheda elettorale non muore mai ed è sufficiente a far dimenticare al compagno Ferrero le innumerevoli esperienze che da decenni hanno visto la sinistra rompersi il collo precisamente su questo punto. Ricordiamo che nel 2011, non col 30, ma col 44 per cento dei voti il governo socialista in Grecia è stato licenziato in una settimana dai padroni d’Europa, per avere avuto l’ardire di proporre un referendum sul Memorandum capestro imposto dall’Unione europea; che negli anni ’80 e ’90 i governi di sinistra in Francia sono andati a pezzi dopo avere fatto promesse non dissimili da quelle di Syriza (per la verità il programma delle sinistre francesi nel 1981 era forse più avanzato), quando la reazione della classe dominante ha reso chiaro che il potere reale è cosa diversa dalle schede nell’urna. Gli esempi potrebbero continuare a lungo.

Tutto il resto è contorno: le schermaglie sulla “forma partito”, le manovre e manovrette sui vari processi decisionali, sulla “democrazia una testa un voto” o sul “metodo del largo consenso”, e via di seguito.

L’altro punto che accomuna la litigiosa brigata, è l’assordante silenzio sulla ripresa del conflitto sociale, unico vero motore che domani potrà creare le condizioni per la costruzione del partito di classe nel nostro paese e al quale dobbiamo invece dedicare sistematicamente le nostre forze.