Terrorismo - Falcemartello

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Perché torna il terrorismo

L’attentato a Massimo D’Antona ha aperto una vera e propria caccia alle streghe contro Rifondazione. A questa campagna spudorata è necessario rispondere con la massima chiarezza. In primo luogo dobbiamo dire ad alta voce che questo governo non ha le carte in regola per spargere lacrime su questo omicidio. Il governo corresponsabile del massacro in Jugoslavia, il governo che ha permesso che Ocalan finisse in mano ai torturatori del regime turco, non ha titoli per dare lezioni di morale politica, tanto più se consideriamo il cinismo con il quale si sono avventati su questo omicidio per trarne un vantaggio politico tentando di criminalizzare tutte le voci che cantano fuori dal coro del centrosinistra. Tantomeno hanno questi titoli i comunisti italiani, che nel loro congresso gridano "non un uomo, non un soldo per l’intervento di terra" mentre da due mesi sostengono i bombardamenti aerei.

La nostra opposizione al terrorismo non ha nulla a che vedere con quella del governo: parte da altre motivazioni, si serve di altri metodi e ha obiettivi diversi.

La rinascita di un gruppo terrorista deve essere valutata non in base a presunti complotti (Usa, Jugoslavia, servizi segreti… ognuno ha pronto qualcuno da accusare), né, come ha tentato di fare qualche commentatore sui giornali, come "violenza fisiologica di una società evoluta". L’attentato a D’Antona è un omicidio politico, e con criteri politici deve essere analizzato.

Al di là delle intenzioni dei suoi autori, diciamo chiaramente che questo omicidio non ha nessun contenuto progressivo né "rivoluzionario", da qualunque parte lo si consideri.

Le Br dichiarano di voler fermare la concertazione e il patto sociale. Sarebbe ridicolo, se non fosse che parliamo di un omicidio, pensare che la concertazione, che da anni tiene in scacco una classe lavoratrice di milioni di lavoratori, possa essere messa in crisi da qualche decina di persone che ammazzano uno degli estensori materiali di questa politica. .

Ancora più irreale è l’idea che con gli attentati si possa mettere in crisi l’intervento militare in Jugoslavia. La guerra imperialista è un meccanismo gigantesco che coinvolge al massimo livello le forze di decine di Stati, compresa la prima potenza mondiale. Per mettere in crisi questa macchina è necessaria la mobilitazione costante, decisa e con rivendicazioni chiare di milioni e decine di milioni di lavoratori e giovani in Europa e in Usa. Come è possibile pensare che questo obiettivo si avvicini esplodendo qualche colpo di pistola addosso a un funzionario del governo?

Alla base di questo attentato c’è solo una gigantesca frustrazione, e l’illusione vecchia di cent’anni e forse più, che laddove il movimento operaio, per qualsiasi ragione, non riesce a esprimere una risposta di massa agli attacchi di cui è oggetto, questa risposta possa essere sostituita, coadiuvata o stimolata con gesti "esemplari", attentati, e simili.

Nè il governo, né la borghesia si spaventano per la morte di D’Antona, al contrario: come abbiamo già visto in questi giorni, non perdono tempo a capitalizzare questo omicidio. Negli ultimi giorni abbiamo sentito dire che ora bisogna fare in fretta a far passare nuove leggi sulla flessibilità e leggi antisciopero "alle quali stava lavorando D’Antona", e per quanto questi sistemi siano alquanto cinici, non c’è dubbio che in una parte della società avranno un effetto.

Ma se non indebolisce i nostri avversari, in compenso l’attentato rende più difficile il compito di chi si vuole opporre alla politica di questo governo. Una parte dei lavoratori rimarrà inevitabilmente influenzata dalla propaganda del governo. Ma anche fra i settori più avanzati, che rifiuteranno queste strumentalizzazioni, le cose saranno più difficili. Oggi nei posti di lavoro è più difficile alzarsi in un’assemblea e denunciare la concertazione o il patto sociale, perché inevitabilmente ci si espone alle accuse di favorire il terrorismo. Per i dirigenti sindacali e dei Ds sarà più facile isolare le voci critiche, tentare di fare il vuoto attorno agli elementi più combattivi. Nelle scorse settimane si cominciavano a vedere delle crepe nel gruppo dirigente dei Ds riguardo alla continuazione della guerra; è chiaro che questi processi di differenziazione vengono rallentati e resi più difficili dall’attentato, e lo stesso si può dire del sindacato.

Detto tutto questo, dobbiamo anche domandarci quali siano le spinte che hanno portato a questo attentato, su quale terreno si alimenta. Ci pare che certe descrizioni delle Br come se fossero degli alieni venuti non si sa da dove non siano di aiuto a una reale comprensione del fenomeno.

Ci piaccia o no, esistono le condizioni politiche e sociali del nostro paese si prestano alla ripresa di correnti politiche estremiste, e persino terroristiche.

Gli ultimi quattro anni hanno lasciato un clima di sconfitta e di frustrazione che coinvolge migliaia o decine di migliaia di giovani, ma anche di lavoratori, attivisti sindacali, dei movimenti sociali, ecc. Mese dopo mese, anno dopo anno tutte le speranze nate dopo la sconfitta di Berlusconi nel ’94 sono state deluse e bruciate. Lo scivolamento verso destra del sindacato e dei Ds pare inarrestabile, da ogni punto critico nelle vicende poltiche e sociali si esce sempre con un nuovo passo verso destra… La stessa Rifondazione appare in difficoltà, nonostante la rottura con il governo, e non sembra in grado di invertire questa dinamica. Su tutto questo si è aggiunta la guerra, con lo spettacolo dei dirigenti di sinistra in tutta Europa che si rendono responsabili del massacro, con i vecchi guru dei movimenti pacifisti che diventano ministri e conducono l’intervento, con la catena infinita delle menzogne, dell’ipocrisia, delle calunnie contro chi si oppone… Come stupirsi se nei cortei si sentono slogan che, seppure noi consideriamo politicamente sbagliati, esprimono in qualche modo la rabbia e forse anche l’impotenza di fronte a tutto questo? E come stupirsi se fra migliaia o decine di migliaia di persone che vivono questo clima, ve ne siano alcune decine disposte a raggupparsi in una formazione terroristica, magari attorno a qualche sopravvissuto della generazione precedente? Sarà forse vero che oggi non è facile che si ricrei un gruppo terroristico con lo stesso radicamento delle Br degli anni ’70, quando queste contavano su centinaia di aderenti e migliaia di fiancheggiatori; ma è altrettanto vero che per giungere a compiere un attentato come questo, chi lo porta avanti deve sentire in qualche modo un clima favorevole in una cerchia, per quanto ristretta, attorno a sé.

No, il terrorismo non cade dal cielo: è un frutto marcio della crisi politica e della crisi della sinistra, che dobbiamo saper riconoscere come tale se vogliamo che venga sconfitto non da una nuova ondata di repressioni e di leggi d’emergenza, come fu alla fine degli anni ’70, ma da una nuova ondata di mobilitazioni di massa.

Ci pare che questo aspetto sia grandemente sottovalutato nella posizione assunta dalla Direzione nazionale del Prc, particolarmente laddove invita il partito a una mobilitazione contro il terrorismo su basi politiche indistinte, che inevitabilmente ci porterebbero su un terreno che non è il nostro, ma quello del governo D’Alema. Fare appello alle istituzioni perché conducano una lotta "efficace" contro il terrorismo significa prestarsi, almeno parzialmente, alla campagna d’ordine che ha seguito l’attentato. Il movimento operaio ha tutto l’interesse a che venga fatta chiarezza su questa vicenda e a che il terrorismo venga sconfitto politicamente, ma questo non significa che combattiamo su un fronte comune con il governo o con l’apparato dello Stato.

La lotta che il governo, la magistratura e la polizia fanno contro il terrorismo ha l’obiettivo non tanto di combattere un crimine, quanto di sfruttarlo politicamente, di intimorire e intimidire non solo e non tanto i terroristi, ma l’intera opposizione.

La lotta che il Prc deve fare contro il terrorismo, al contrario, deve essere una lotta per riaffermare, non solo a parole ma nei fatti, la nostra volontà di cambiare questa società non con le imprese terroristiche, ma con il movimento cosciente di milioni di persone che contrappongano alla realtà di un capitalismo sempre più barbaro la prospettiva della trasformazione rivoluzionaria della società.