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Rendiamo disponibile ai nostri lettori questo articolo sulla lotta di Pomigliano pubblicato sul numero 8 di "Su la Testa . Materiali per la Rifondazione comunista", attualmente in edicola.

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Negli ultimi mesi si è tornati a parlare della Fiat di Pomigliano e con essa della classe operaia.

Come nel film di Riccardo Milani, “il posto dell’anima”,  l’orso si è risvegliato dal letargo mostrando tutta la sua forza e la sua rabbia davanti all’attacco di Marchionne che, complici i sindacati compiacenti Cisl-Uil e Ugl, vuole ridurre i lavoratori ad una moderna schiavitù. Partendo da Pomigliano Confindustria vuole costruire un “modello Pomigliano” da esportare in tutto il paese .

La lotta di Pomigliano e il risultato del referedum dello scorso 22 Giugno ,in cui il 40% ha bocciato lo scambio lavoro-diritti, possono aprire una nuova pagina nell’Italia del declino berlusconiano.

I lavoratori dello stabilimento “Giambattista Vico” sono diventati non solo uno spartiacque nelle relazioni sindacali ma anche lo scontro tra modelli di società, oltre che un punto di riferimento quasi naturale per quei milioni di lavoratori ed oppressi costretti a vivere nella tenaglia asfissiante di condizioni di lavoro in caduta libera e del ricatto di precarietà e licenziamenti.

Durante la  notte dei risultati del referendum nello stabilimento i sentimenti erano contrastanti. Da un lato i compagni della Fiom esaltati da un successo che sembrava solo un sogno e dall’altra lo sgomento dell’azienda, dei capi e di quei “sindacalisti” che ce l’avevano messa proprio tutta, con ricatti e false promesse, per garantire a Marchionne un nuovo “prato verde” a Pomigliano.

Sulle linee il No era uscito maggioritario malgrado tutte le pressioni subite; malgrado la Fiom fosse rimasta sola abbandonata dalla stessa Cgil regionale nella battaglia per la difesa del contratto nazionale, del diritto di sciopero e di condizioni lavorative che ponessero la parola fine alla socialità ed alla vita dei lavoratori fuori dallo stabilimento.

Non è certo un caso che a dire no siano state soprattutto le donne. Le giovani operaie che portano su di sé il doppio fardello di un lavoro imposto dalla società patriarcale e che con l’aumento dei ritmi, l’attacco al diritto di malattie e soprattutto il peggioramento della turnazione notturna avrebbero visto aggravarsi, fino a trasformarsi in un incubo, la già difficile condizione di madri, di mogli e spesso anche di unico sostegno per genitori anziani con una pensione miserevole.

Sono loro i protagonisti della “nuova Pomigliano” una classe operaia giovane , più istruita rispetto al passato, che ha imparato ad usare volantini, assemblee, picchetti e scioperi ma che si organizza anche con facebook e fa girare le proprie parole d’ordine con gli sms.

Quello che accade a Pomigliano non ha nulla di casuale. Questa fabbrica infatti ha subito un profondo rinnovamento delle sue maestranze tra il 1989 e l’inizio degli anni 2000.

Una vecchia generazione è andata in pensione e in mobilità, un pezzo di storia del mondo del lavoro e del sindacato ha lasciato il campo ad una nuova classe operaia che ha visto cambiare di giorno i giorno le proprie condizioni, spinte indietro dalla crisi industriale che ha inaridito il tessuto industriale del mezzogiorno e da un sindacato di mercato che, ubriacato dalla propaganda fallimentare della concertazione, ha perso il contatto con la fabbrica.

La nuova generazione di delegati inizialmente hanno insegnato a fare le dichiarazioni dei redditi, i cambi turno e a scambiare salario e flessibilità ma non abbastanza parlare della fatica, del salario che è sempre meno e a stare sulle linee per dare voce ai mille problemi quotidiani che nascono sulla catena di montaggio.

Ma la Fiat di Pomigliano è una fabbrica diversa rispetto al passato, è cambiata. Si stanno accumulando quelle contraddizioni che la renderanno potenzialmente esplosiva:l’aumento dei ritmi, una classe operaia senza le sconfitte del passato, la gabbia del sindacato concertativo che ha perso pedine importanti ma sopratutto la meravigliosa e straripante spontaneità del popolo partenopeo. La proprietà ha voluto ridurre l’organico e rinnovarlo perché vuole aumentare drasticamente la produttività e si sa che quando hai superato i 50 anni e sei cresciuto nel sindacato della Flm e dei consigli non è facile farti digerire certe cose.

Maglio assumere i giovani, quelli che all’inizio degli anni ’90 vedono di nuovo decine di migliaia di ragazzi della loro età emigrare al nord come si faceva una volta, quelli abituati al lavoro nero e alle agenzie interinali, magari inizialmente disposti a perdere qualche diritti per non emigrare in una terra in cui oltre a condizioni di lavoro non molto migliori bisogna anche soffrire la lontananza degli affetti e della propria terra, spesso accerchiati dall’indifferenza e dal razzismo della LegaNord . Marchionne voleva la “Nuova Pomigliano” in cui lanciare un nuovo modello di flessibilità e profitti record; la sua ricetta ha creato si una una “Nuova Pomigliano” ma quella della fabbrica di conflitto. 

Oggi Pomigliano è la fabbrica più giovane di tutto il gruppo Fiat. L’età media dei lavoratori è attorno ai 33 anni e questo, che per la Fiat sembrava essere un punto di forza, si è convertito dialetticamente nel suo opposto.

Dopo avere accettato per anni un salto indietro nel peggiore passato della Fiat fatto di paternalismo, reparti confino e repressione, come ai tempi di Valletta, qualcosa è iniziato a cambiare.

Ancora nel 2003  la Fiom di Pomigliano approvava, con la contrarietà della Fiom nazionale, un accordo sul Tmc2 che penalizza i lavoratori avviando la cosiddetta “melfizzazione” dello stabilimento. E’ l’ultimo di una serie di cedimenti che segna un punto importante in fabbrica e che chiama una nuova generazione di operai a fare sindacato.

Sono quelli entrati nello stabilimento dall’inizio degli anni ’90, una nuova generazione che si salda tra glòim operai che che hanno già un decennio di fabbrica sulle spalle e la nuova ondata di assunzioni , quasi sempre arrivate al contratto dopo anni di precarietà, assunta agli inizi degli anni 2000.

Con loro la Fiom cambia, si riempie di giovani che non vogliono darla vinta al padrone e che nei cortei gridano orgogliosi “la gente come noi non molla mai”.

Sotto la loro direzione il rinnovamento generazionale diventa anche rinnovata radicalità e, pur dentro le contraddizioni in un periodo difficile per la sinistra italiana, produce conflitto.

Si torna a dire No, si organizzano mobilitazioni generali come lo sciopero cittadino che paralizza la città e ottiene il sostegno di tutti i settori della società, dai cittadini, ai negozianti , dalle scuole alla chiesa.

Si ritorna a parlare di intervento pubblico e nazionalizzazione e la Fiom, anche grazie alla spinta del circolo di fabbrica di Rifondazione Comunista animato da molti dei delegati e degli attivisti della Fiom stessa,si apre la discussione sull’auto ecologica, dimostrando che ambiente e produzione possono essere due gambe dello stesso progetto.

Nell’autunno che viene questo piccolo patrimonio di conoscenze e coraggio ci potrà dire se dopo aver dimostrato che “Pomigliano non si piega” questa lotta potrà contribuire a cambiare i rapporti di forza in campo, salvando il futuro produttivo dell’azienda ma anche contribuendo sul fronte politico a dare la spallata decisiva al governo Berlusconi ormai agonizzante. I volti dei giovani operai della Fiat di Pomigliano sono certamente un segnale incoraggiante per chi a sinistra lavora tenacemente per il superamento di un sistema barbaro e iniquo come il capitalismo.

Se Fiat, Confindustria e Federmeccanica vogliono lanciare un “modello Pomigliano” su cui basare una nuova stagione di relazioni industriali e di subalternità sindacale anche noi possiamo cercare, attraverso la storia di questa fabbrica degli ultimi anni, un “modello Pomigliano” da contrapporre a quello del padronato e dei sindacati compiacenti.

E’ un modello basato su una nuova generazioni di attivisti operai, che prendono in mano il loro sindacato, capaci di mutuare le forme dei lotta da quelle più radicali della stagione degli anni 70 ma anche di innovare il bagaglio politico della classe operaia, cogliendo la sfida delle nuove produzioni ecocompatibili.

E’ su forze come queste e sulla loro domanda di alternativa politica che la sinistra può ricostruirsi ritrovando una strada smarrita negli ultimi anni dentro il labirinto del suo politicismo.

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