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In questi mesi i lavoratori della Fiat auto di Pomigliano hanno dimostrato grande combattività e tenacia. In poche settimane grazie alla loro compattezza con una serie di iniziative sono riusciti a conquistare la scena politica e sindacale. Questo oltre a dare loro una visibilità anche su alcuni mezzi di informazione che fino a qualche tempo fa avevano assolutamente cancellato la classe lavoratrice dalle loro copertine ha soprattutto avuto il ruolo di rendere la lotta di Pomigliano un punto di riferimento per i lavoratori in tutta Italia.


Tutto ciò è un primo successo non scontato della mobilitazione. Davanti alla cassa integrazione, alle cariche della polizia, ai ricatti dell’azienda sui precari, all’incertezza sul futuro non si è risposto con la rassegnazione ma con iniziative di lotta partecipate. Agli scettici e a tutti coloro che credevano che davanti a noi ci fosse solo il deserto sociale basterebbe partecipare ad un corteo per sentire la determinazione del grido “Pomigliano non si tocca, la difenderemo con la lotta”.

La lotta quindi continua ma sarà lunga e difficile ed è chiaro che il suo esito non parla solo agli operai dello stabilimento “Gianbattista Vico” ma può cambiare lo scenario del conflitto di classe in Italia. Infatti in un momento di crisi come questo in cui milioni di lavoratori vedono a rischio il futuro loro e delle loro famiglie una vittoria di una fabbrica così importante potrebbe cambiare i rapporti di forza nel mondo del lavoro.

Purtroppo malgrado la mobilitazione la Fiat non ha ancora dato un piano industriale e durante l’ultimo consiglio di amministrazione Marchionne ha dichiarato che l’unico stabilimento non a rischio è quello di Mirafiori lasciando intendere che quelli del Mezzogiorno, Pomigliano in testa, sono i più a rischio.

Allo stesso tempo la proprietà sta facendo di tutto per dividere i lavoratori, rompere l’unità di classe, che fino ad ora è stato il punto di forza della lotta e prova a spezzare il fronte operaio.

Questa “sapiente” operazione di divide et impera è una chiara strategia aziendale aiutata dai cosiddetti ecoincentivi del governo Berlusconi che non riguardano tutti gli stabilimenti ma solo alcuni.

Accade infatti che il boom dovuto agli ecoincentivi, anche se di breve durata, permetta alle organizzazioni sindacali Fim, Uil e Fismic di firmare, con la contrarietà della Fiom, un accordo che prevede, mentre c’è cassa integrazione a Pomigliano, che si facciamo gli straordinari a Melfi e addirittura che 300 apprendisti, cioè precari, si spostino da Pomigliano a Melfi.

Se mettiamo questo accordo assieme alla volontà di queste organizzazioni sindacali di non fare uno sciopero nazionale del gruppo Fiat ma “solo” una manifestazione e soprattutto di spostarla in avanti al 16 maggio capiamo chiaramente come vi sia la volontà di gettare sabbia sul fuoco della mobilitazione.

E per questo che la lotta della Fiat di Pomigliano è a un passaggio decisivo ed è assolutamente vitale fare un salto di qualità prima che la combattività e la compattezza lascino il campo a demoralizzazione e divisioni.

Tutto ciò che si è ottenuto fino ad ora, compresa l’integrazione alla cassa integrazione erogata dalla Regione Campania, non è certo arrivato grazie alla magnanimità di qualche assessore ma alla capacità di mobilitazione di massa dimostrata in questi mesi. Sulla stessa integrazione alla Cigo, provvedimento di per sè positivo, sarà necessario vigilare perché venga attuata senza il tetto dei mille euro previsto dalla prima delibera, che dividerebbe ulteriormente i lavoratori tra i più giovani che percepirebbero l’integrazione e quelli con famiglia e maggiore anzianità che rischierebbero di esserne esclusi.

Questi provvedimenti certamente utili a lenire parzialmente la povertà operaia sempre più dilagante non sono certamente la soluzione del problema e soprattutto non affrontano il nodo vero di questa mobilitazione cioè il futuro del gruppo Fiat, dello stabilimento di Pomigliano e soprattutto delle decine di migliaia di posti di lavoro della fabbrica e dell’indotto.

Da questo punto di vista il fatto che sia ad aprile che a maggio si lavorerà una sola settimana non aiuta il processo di organizzazione della lotta e il protagonismo dei lavoratori.

Alla volontà di Fim e Uilm di allentare i tempi della mobilitazione, perfettamente in linea con gli accordi separati che Cisl e Uil stanno attuando assieme a Governo e Confindustria, si aggiunge una difficoltà della Fiom sempre più schiacciata tra la volontà dei lavoratori e la ricerca dell’unità sindacale.

è necessario quindi uno strumento che provi a superare la difficoltà oggettiva dovuta al fatto che sia ad aprile che a maggio la fabbrica sarà sostanzialmente ferma.

Questo strumento può essere un Comitato dei Cassaintegrati che provi a raccogliere tutti i lavoratori, iscritti e non al sindacato, un luogo di discussione e di confronto per decidere le iniziative di lotta, lasciando la gestione dei tempi e delle modalità della mobilitazione in mano ai legittimi proprietari: i lavoratori.

Allo stesso tempo è necessario ripetere in altri stabilimenti la giornata di mobilitazione che i compagni del circolo Prc Fiat auto-Avio di Pomigliano insieme ai militanti del Prc lucano hanno fatto a Melfi con un volantinaggio e un comizio davanti alla Fiat Sata invitando all’unità dei lavoratori.

Le prossime settimane saranno decisive per compattare i lavoratori di Pomigliano, coordinarsi con altre aziende in crisi a livello provinciale costruendo un percorso verso lo sciopero generale regionale a partire dalle aziende in crisi, chiedendo risposte chiare al governo nazionale e regionale.

Un primo passaggio per costruire l’unità di tutti i lavoratori del gruppo Fiat è dare vita in tempi brevi ad uno sciopero con manifestazione nazionale a Torino. Non si può esitare su questi punti e la Fiom deve essere in prima fila in questa battaglia.

L’unità è certamente uno strumento importante per vincere ma la prima unità che va salvaguardata è quella dei lavoratori, dicendo no a chi vuole dividerli ed evitando che lo scenario voluto da Marchionne e dalla proprietà rimanga l’unico possibile, facendo pagare la crisi ai lavoratori, ristrutturando lo stabilimento e chiedendo ulteriori sacrifici ai soliti noti.

Abbiamo già dato e la forza mostrata in questi mesi di mobilitazione dimostra che si può vincere. Se la Fiat non vuole dare un futuro produttivo al gruppo ed allo stabilimento si faccia da parte, con la nazionalizzazione, un piano industriale pubblico, una nuova auto ecologica e la creatività operaia il futuro c’è, oggi più che mai è nelle nostre mani.

8 aprile 2009





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