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Lunedi 20 Settembre si è tenuto alla festa nazionale della Federazione della Sinistra il dibattito “IL LAVORO DOPO POMIGLIANO", la battaglia per i diritti e la difesa del contratto nazionale”. Al dibattito, nato su iniziativa dei circoli del Prc e del Pdci della Tiburtina e fortemente voluto dai compagni di FalceMartello, hanno partecipato Mimmo Loffredo  rsu della Fiat di Pomigliano e segretario del circolo Prc Fiat auto-Avio di Pomigliano e Claudio Bellotti della direzione nazionale del Prc.

roma_20settembre1Al dibattito erano stati invitati anche il compagno Dino Miniscalchi rsu della Fiata Sata di Melfi e Gianni Pagliarini responsabile lavoro del Pdci, che purtroppo non hanno potuto partecipare. Il compagno Miniscalchi infatti è rimasto bloccato in azienda a causa della trattativa sulla cassa integrazione mentre il compagno Pagliarini era impegnato in un’altra iniziativa.  

Al dibattito, che è stato tra quelli più partecipati svolti nell’orario pomeridiano, hanno partecipato circa 60 persone, in prevalenza lavoratori e giovani, con interventi di diversi lavoratori.

Questa discussione si è inserita nel tentativo, da parte nostra e dei compagni del circolo Prc Fiat auto-Avio , di dare centralità all’appuntamento promosso dalla Fiom il 16 Ottobre nell’ambito di un processo che, attorno alla Fiom ed alle forze migliori del sindacalismo, di classe possa dare una prospettiva chiara alla ricostruzione di un polo della sinistra di classe di cui il Prc deve essere una parte importante se vuole ridare vigore alla sua battaglia.

La lotta di Pomigliano come spiegato anche dall’intervento del compagno Stefano Birotti, rsu Fiom Fiat di Pomigliano e dirigente del circolo Prc in fabbrica (che riportiamo di seguito), intervenuto al dibattito sulla Fiat svoltosi nell’ambito della festa nazionale della Federazione della Sinistra martedi 21 Settembre, è certamente un modello a cui possiamo guardare come Prc e come sinistra.

Se i padroni sognano un modello di relazioni industriali e di regime lavorativo come quello proposto da Marchionne per lo stabilimento G. B. Vico la risposta operaia può essere un’ispirazione per i lavoratori di tutto il paese. Al dibattito del 20 Settembre ne abbiamo iniziato a discutere: il 16 ottobre può essere un passaggio importante di questa nuova fase, gli operai di Pomigliano giocheranno un ruolo importante e come sempre saremo al loro fianco.

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L’attacco ai diritti, il ricatto della delocalizzazione, la necessità di un’alternativa nelle politiche industriali. Il caso Fiat

(L'intervento di Stefano Birotti - Festa Nazionale della Federazione della Sinistra 21/09/10 - Roma)

Compagni la drammaticità degli eventi che in questi ultimi mesi si sono susseguiti deve servire a farci ritrovare la rabbia e la passione  per risorgere, e ribellarci, credo sia questa la parola esatta, alle violenze del Governo, dei Padroni e dei loro mercenari( per intenderci, cisl, uil, fismic e ugl).

roma_20settembre2Colgo, quindi l’occasione politica che mi avete dato, e per questo vi ringrazio tanto, d’illustrare,  qui a questa  festa Nazionale della Federazione della Sinistra,  il caso Pomigliano , l’accordo infame sottoscritto da Cisl, Uil, Fismic e Ugl che rischia di creare un precedente pericoloso per tutte le categorie, e voglio, infine raccontarvi la testimonianza  reale della condizione lavorativa e sociale di un operaio in una fabbrica come quella della Fiat, e zittire  i tanti opinionisti  che ne parlano senza alcuna cognizione di causa.

La situazione economica industriale nel nostro paese è, a dir poco pietosa.

Anche nel 2010 c’è stato un massiccio ricorso alla Cigs da parte delle industrie, e le previsioni sono pessime; per non parlare del lavoro precario che da sempre vive una fase triste, insomma, siamo ben lontani dalla ripresa, benché qualcuno dichiarava che il peggio era passato, e che bisognava essere ottimisti visto che la crisi era finalmente alle porte.

Nel territorio Campano, le aziende che sono dovute ricorrere alla CIG sono una moltitudine e tra queste vi è anche lo stabilimento di Fiat Auto di Pomigliano d’Arco, in cassa integrazione  da settembre 2008, per lavorare solo qualche giorno al mese, e da maggio 2010 più della metà dei lavoratori (i circa 3000 collegati all’Alfa 147), sono a 0 ore.

L’obiettivo delle aziende è chiaro, approfittare della crisi per ridurre i costi, a discapito dei loro dipendenti, rinunciando ad investimenti sulla ricerca e l’innovazione, sacrificando interventi sulla sicurezza a danno della salute e della vita dei lavoratori, e soprattutto cancellando lo statuto dei lavoratori.

 Marchionne, punta di diamante degli  industriali, non riesce a comprendere il perché di tanta testardaggine da parte dei lavoratori, dei tanti cittadini, di parte della politica italiana, di molti intellettuali, di economisti, di giuristi ed innanzitutto della Fiom, a non voler rinunciare ai sacrosanti diritti della costituzione.

 Il caro “Salvatore della patria” Marchionne (pare che anche lui, come qualcun altro, sia unto dal Signore), dall’alto della sua saggezza filosofica e paternale sentenzia che i benedetti diritti a cui tanto siamo legati non sono altro che stupide interferenze che (come dice testualmente) “ostacolano il cambiamento”,  che “proteggono il passato” anziché “guardare avanti”,  ed inoltre dice che siamo affezionati a “vecchi schemi” e quindi indisponibili ad “adeguarsi al mondo che cambia” ed a “nuovi orizzonti”.

Tutte frasi fatte per colpire un’opinione pubblica molto confusa, e spesso non attenta alle problematiche quotidiane, attraverso un’arma che i potenti usano regolarmente, e che io definisco: “terrorismo” mediatico.

Ma la realtà dei fatti è che la salvezza della Fiat fu dovuta, nel 2005, da cose un po’ più materiali, e cioè dal pagamento di circa un miliardo e mezzo di euro da parte di GM, per rescindere il contratto che obbligava GM a rilevare Fiat, e dall’omaggio di 858 milioni di euro che ricevette dal sistema bancario italiano, il quale decise di convertire i suoi crediti in azioni Fiat.

Marchionne ed i suoi fidi non si capacitano della cocciutaggine di quel 40% di lavoratori di Pomigliano che al referendum del 22 giugno gli ha detto no alla rinuncia di quei stramaledetti diritti, ed ha rimandato al mittente i ricatti elencati in quel documento della Fiat che fim uilm fismic e Ugl hanno accettato senza alcun ritegno.

 Io, a quei diversi  tavoli della presunta trattativa, sono stato spesso presente e vi posso giurare, che fin dal primo incontro, non vi è mai stata una vera trattativa, anzi, ogni volta che ci rivedevamo per cercare di discutere ed entrare nel merito delle varie richieste, Fiat aggiungeva un ulteriore vincolo, sottolineando cinicamente, che non ci sarebbero state alternative, per investire a Pomigliano e produrre la Nuova Panda, e che  bisognava accettare senza se e senza ma tutti i punti esplicati.

 E poiché nel frattempo, numerose sono state le iniziative di solidarietà a sostegno di questa vertenza che ha risvegliato l’orgoglio operaio, Marchionne, si sente in dovere di scrivere una  lettera aperta ai propri cari dipendenti per ricondurre tutti sulla retta via.

Marchionne, rivolgendosi anche a tutti gli impertinenti che si son permessi di giudicare la sua “Grande Opera”, in maniera patetica, esprime il suo disappunto con chi non capisce e continua ancora a “pensare che ci sia una lotta tra capitale e lavoro, tra padroni e operai”,  e senza nessun ritegno chiede “un grande sforzo collettivo, una specie di patto sociale per condividere gli impegni, le responsabilità e i sacrifici”.

Ma al di là del fatto che gli interessi, purtroppo per noi, poveri mortali, non coincidono, questo “sforzo collettivo” che lui chiede a gran voce, non capisco il perché debba pendere sempre dalla solita parte, sia in termini di moderazione salariale (e gli stipendi Fiat sono già inferiori a quelli della Volkswagen),  sia in termini di condizioni di lavoro e sia in termini di limitazione dei diritti come quello dello sciopero.

Dall’altra parte, invece, sapete lo sforzo che fanno, cancellano il contratto nazionale di lavoro, si rifiutano di ottemperare a una sentenza della magistratura, decidono di non erogare neppure un euro  per il saldo del Premio di Risultato, come da contratto, e dulcis in fundo, si distribuiscono tra loro dividendi per 237 milioni di euro.

Il punto è proprio questo, la crisi economica ed industriale, devastante e tra le più drammatiche della storia, è anche, soprattutto, per i padroni, le multinazionali e i maggiori azionisti una vera e propria occasione.

roma_20settembre4Come è accaduto per il terremoto in Abruzzo, dove abbiamo ascoltato durante alcune intercettazioni telefoniche alcuni imprenditori ridere e organizzarsi su come approfittare della catastrofe, per realizzare i loro loschi affari, come avvoltoi pronti a scagliarsi sulle prede ed a sventrarle, così hanno agito i cinici industriali.

Le imprese hanno approfittato dell’occasione Crisi, per ristrutturare a loro piacimento le aziende,  per poter delocalizzare le produzioni in paesi a basso costo di mano d’opera e dove la tutela dei lavoratori è assente, e per riorganizzare il lavoro all’interno delle aziende, aumentando i ritmi e gli orari di lavoro e stravolgendo le normative che lo regolano.

Per loro, i lavoratori sono solo merce di scambio.

A questo punto vi voglio elencare alcuni punti del contenuto della proposta Fiat:

 l’orario di lavoro passa dai 10 turni attuali ai 18 turni, cioè dai 5 giorni alla settimana sul primo(06-14) e secondo(14-22) turno, ai 6 giorni a settimana al quale s’aggiunge un terzo turno notturno(22-06);

le ore di lavoro straordinario passano dalle 40 attuali a 120 e stavolta senza contrattazione sindacale, più altre 200 ore di straordinario da svolgersi al posto della pausa mensa;

la Fiat introduce una nuova organizzazione del lavoro denominata Ergo-Uas che peggiora le condizioni di lavoro, in quanto riduce la pause(da 40 a 30 minuti), aumenta i turni, elimina i fattori di riposo intensificando i ritmi produttivi, e di conseguenza aumenta il rischio di patologie muscolo scheletriche e psico-fisiche;

sposta la pausa mensa a fine turno, utilizzata sia ben chiaro, oltre che per mangiare, innanzitutto per riposarsi, aumentando in questo modo il disagio fisico, in particolar modo per quei tantissimi lavoratori che sono in piedi dalle 3 del mattino;

i lavoratori avranno l’obbligo di partecipare ai corsi di formazione in regime di CIG senza alcuna integrazione salariale, così come previsto dalla legge, rimettendoci pure le spese di trasporto;

l’azienda può decidere di non pagare la malattia, contrattualmente prevista a suo carico, e i permessi elettorali;

l’azienda se ritiene che qualsiasi forma di protesta da parte delle RSU di fabbrica sia in contrasto con uno dei punti dell’accordo, potrà agire in maniera sanzionabile contro le stesse Organizzazioni Sindacali;

 affida un ruolo, ai sindacati asserviti, di “guardiani” verso i lavoratori;

e poi c’è la clausola finale, la più spregiudicata di tutte, il diritto individuale di aderire ad uno sciopero, sancito dall’art.40 della costituzione, diviene oggetto di provvedimento disciplinare fino al licenziamento.

Ma noi sappiamo molto bene che anche se la Fiat dovesse riuscire ad applicare tutto questo, non sarebbe in grado, di garantire l’occupazione all’intero organico, cioè a circa 5000 addetti dello stabilimento di Pomigliano d’Arco più altri 12000 che costituiscono i lavoratori dell’indotto di tutta la regione Campania.

Il rientro in fabbrica di tutti gli operai avverrà in modo graduale e sarà indiscutibilmente legata alla domanda di mercato, come da Fiat stessa dichiarato ai tavoli della trattativa e all’obiettivo di produrre 270.000 Nuove Panda all’anno.

E con queste prospettive, dove le notizie recenti danno una notevole diminuzione d’immatricolazioni, ed un calo sostanziale di domanda di mercato nel settore dell’auto, tutto il piano verrebbe messo in discussione, senza alcuna perplessità o, figuriamoci, sensi di colpa.

Ma cosa significa lavorare attualmente in Fiat su una catena di montaggio, la giornata tipo è questa:

sveglia  al massimo alle ore 5, per i “fortunati”che abitano nelle vicinanze, altrimenti, tanti sono i lavoratori che sono costretti ad alzarsi dal letto alle 4 o alle 3 del mattino per poter raggiungere lo stabilimento in tempo.

Alle 6 in punto parte la catena di montaggio; l’addetto alla linea dovrà compiere, per ogni vettura che gli passa davanti, diverse operazioni che gli vengono assegnate, a seconda delle vetture che in quella giornata l’azienda intende  produrre ed al ritmo di circa  uno, due minuti a vettura, avviterà, inserirà tappi, stenderà cablaggi e, quindi monterà pannelli, fari, sedili, ruote e quant’altro c’è in un’auto, senza mai fermarsi. Quanto vi ho appena descritto, si chiama ciclo di lavoro, e vi posso assicurare che sono ritmi alienanti che in molti casi sono motivo di fattori patologici dovuti allo stress.

Ma non finisce qui, al minimo intoppo: una punta dell’avvitatore consumata, un foro storto, uno starnuto, un leggero prurito, possono compromettere la riuscita  di una delle singole operazioni con conseguente provvedimento disciplinare, per il lavoratore che pur mettendoci il massimo dell’impegno, in questa difficile situazione, vede a rischio il suo operato con punizioni che vanno dalla detrazione salariale, alla sospensione dal lavoro fino al  licenziamento.

Alle 8,40 la prima sosta di 20 minuti; durante la quale, il lavoratore, si recherà al gabinetto, poi prenderà un caffè e una bottiglietta d’acqua nelle aree predisposte, poi si accenderà una sigaretta, se fuma, in un'altra area riservata all’aperto, perché, giustamente, all’interno dei reparti è vietato fumare, e prima che riparta la catena, alle 9,00 spaccate, si dovrà trovare sul proprio posto di lavoro, per non trovarsi in difficoltà nel ricominciare a svolgere le sue mansioni; voglio però sottolineare che i bagni, la zona caffè e l’area fumatori sono tutte distanti dal posto di lavoro di circa  3, 4 minuti l’una dall’altra ed in caso d’affollamento il lavoratore, o sarà costretto ad accelerare, o dovrà rinunciare ad una delle tre esigenze, per poi aspettare la successiva sosta, che avverrà alle 11,30 durante i 30 minuti di pausa mensa.

roma_20settembre3Vi lascio immaginare l’ansia che ogni giorno di lavoro si possa accumulare in ogni operaio addetto alla catena di montaggio di Fiat.

La stessa cosa accade per la pausa pranzo o cena, c’è però da aggiungere che qui le distanze per arrivare nelle sale mensa sono ancora maggiori, arrecando,quindi, un aumento del disagio di cui credo aver reso, al meno in minima parte, l’idea.

Poi alle 12,30 c’è la seconda sosta di 20 minuti, dove si ripete tutto ciò che vi ho appena raccontato ed infine alle 14,00 avviene il cambio turno, cioè squadre di lavoratori del secondo turno, sostituiscono, diciamo al volo, quelli del primo senza che la catena si fermi, e così via.

E tutto questo, per un salario di 1100 euro al mese, ma soprattutto per far sì che i profitti degli azionisti aumentino a dismisura.

Migliaia di lavoratori lavorano in condizioni assurde: in catena di montaggio, in verniciatura, in fonderia, in lastratura, in miniera, nei cantieri, nei call-center  e in tanti altri luoghi usuranti, per un solo motivo, quello di gonfiare le tasche degli Azionisti.

 E c’è chi chiede ancora uno sforzo, un sacrificio?

Ogni qualvolta c’è da ripresentare una riorganizzazione del lavoro per salvaguardare il futuro delle aziende, state certi, che i dipendenti saranno costretti a lavorare in condizioni peggiori di prima. Ma fino a quando i lavoratori potranno subire e pagare, sempre loro, gli errori imprenditoriali?

È ora di invertire questa tendenza!

Ricordo ancora,  qualche anno fa, prima delle elezioni politiche del 2008, quando della crisi non se ne parlava proprio, che l’argomento di discussione più diffuso nei dibattiti politici e tra gli opinionisti, era la questione sulle condizioni salariali e di lavoro degli operai.

Ho sentito persino l’On. Brunetta, durante una trasmissione, rivendicare, come un sindacalista, che era arrivato il momento di mettere al centro dei problemi il fatto che questi lavoratori non arrivavano alla quarta settimana e che in molti casi, le loro condizioni lavorative erano alienanti.

Quegli argomenti sono spariti totalmente, sia dagli studi televisivi che dagli interventi dei dirigenti politici ed adesso le discussioni quotidiane, vogliono farci credere, che per fare industria bisogna peggiorare tali condizioni.

Al G.B.Vico di Pomigliano, così dedicato al grande filosofo e storico del settecento napoletano dall’appassionato di filosofia Marchionne, già nel gennaio del 2008, la Fiat, utilizzò, per mesi, i mass media per demonizzare ed umiliare i lavoratori dello stabilimento di Pomigliano.

Con un accordo sulle prospettive future di un rilancio produttivo dello stabilimento, si giovò di un Piano “Educativo” Straordinario, per altro da caserma, e da noi delegati denunciato e contrastato, per creare un clima repressivo ed  un tentativo di limitare l’esercizio della libertà sindacale.

Oggi, Marchionne ricorre alle solite operazioni mediatiche.

Ad un intervista, rilasciata tempo fa, dichiarava che lo spostamento della Panda da Tichy a Pomigliano è un’operazione che mai farebbe nessun imprenditore, perché ci rimetterebbe. Sono degli emeriti bugiardi! In quanto, sappiamo tutti molto bene, che in Polonia, oltre a continuare a produrre, l’attuale modello di Panda e la 500, produrranno la Lancia Delta, a discapito della fabbrica di Termini Imerese, con un guadagno sicuramente maggiore.

Cosa fare?....Non ho la presunzione di dare io la ricetta giusta, in quanto c’è tanta gente ben pagata per studiare le soluzioni per uscire da questa penosa situazione, ma dal basso della mia posizione, forse la realtà dei problemi quotidiani, è più chiara.

Io credo ad un’alternativa che punti sulla ricerca, sull’innovazione e sull’istruzione, come strumenti fondamentali, per un paese che è la 5° potenza industriale del mondo e che si ritiene avanzato culturalmente e tecnologicamente, argomenti a cui questo Governo ha sempre rinunciato, con la complicità degli industriali.

La precarietà è diventata un modello di una generazione che, indipendentemente dal livello d’istruzione, non vede garantito il proprio futuro, e costituisce una delle cause d’arretramento delle condizioni di vita rispetto a quelle dei propri genitori e va quindi cancellata.

E sono del parere che aziende, come la Fiat, debbano essere sotto il controllo di una gestione pubblica,  con il supporto di tecnici e ricercatori (che nel nostro paese non mancano) i quali sarebbero in grado, più di qualsiasi manager strapagato, di rilanciarle sul mercato, mettendo le loro competenze a disposizione non del profitto privato degli Azionisti Aguzzini, ma di quello pubblico.

Due mondi, quello del lavoro e dei saperi, indispensabili per far crescere il consenso ed il coinvolgimento delle masse, e che sono i principali bersagli dell’azione delle multinazionali e di questo Esecutivo (loro mandante): affamare il popolo renderlo, il più possibile servile da un lato, tagliare le risorse umane e materiali, dall’altro. Una scuola scadente per la massa e una esclusiva per i ricchi,  per lo più privata, riservata alla formazione della classe dirigente.

I partiti anche di sinistra, da molto tempo sono distanti dalle problematiche quotidiane, creando una disaffezione verso la politica, è dunque, basilare, tornare a formare i dirigenti a stare in mezzo ai lavoratori ed ai cittadini per conoscere i reali problemi di tutti i giorni e assumersi la responsabilità di allontanare coloro che screditano, con il loro modo di fare, la vera politica.

E per questo è necessario puntare su donne e uomini che si impegnano e che hanno delle reali potenzialità e capacità, e non su squallidi personaggi che per accrescere il loro consenso personale puntano al bieco clientelismo, cioè al berlusconismo, che non appartengono alla storia della sinistra.

Non c’è più tempo per tentennamenti e riflessioni, è il momento di agire insieme alla Fiom ed a tutte quelle forze politiche e movimenti che veramente sono intenzionate a difendere con i denti i sacrosanti diritti e la dignità dei lavoratori.

 Cisl e Uil pur essendo largamente in minoranza, hanno firmato accordi scellerati, disdicendone altri, “democraticamente”, senza consultare i lavoratori, ma con l’allegra complicità delle Organizzazioni datoriali, rendendo così necessaria una legge sulla questione della democrazia sindacale.

Voglio in fine fare un appello:

Il 16 ottobre, qui a Roma, ci sarà, e ne sono certo, una grande manifestazione, dove tutte le lavoratrici e i lavoratori, gli studenti, i cittadini dovranno mobilitarsi per gridare a gran voce che dalla crisi si esce, innanzitutto, lottando con i denti, vomitando tutto lo sdegno assimilato per tanto tempo, per rimettere al centro del lavoro i diritti, la democrazia nei luoghi di lavoro e il coinvolgimento dei lavoratori.

24 settembre 2010

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