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Nota: questo articolo ricalca in larga parte il nostro commento scritto all'indomani del referendum del 22 giugno, che molti nostri lettori hanno probabilmente già letto. E' stato cambiato il finale, aggiornandolo con gli avvenimenti più rilevanti accaduti nelle due settimane tra il 22 giugno e il 6 luglio, quando il numero corrente di Falcemartello è andato in stampa.
 
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Pomigliano non si piega
Pomigliano resiste!
La vittoria di Pirro di Marchionne


Il referendum che si è tenuto il 22 giugno alla Fiat di Pomigliano è per i lavoratori, la sinistra, il sindacalismo di classe di questo paese, uno splendido risultato. Una sconfitta certo, ma che ha visto il 38% dei lavoratori (il 43% degli operai) dire NO al ricatto della Fiat. Marchionne voleva il plebiscito ma il plebiscito non c’è stato.
Non sfugge a nessuno che ora la Fiat potrebbe rimettere in discussione i suoi investimenti a Pomigliano.
Questo i lavoratori lo sapevano perfettamente ed è la ragione per cui anche tra il 60% che ha votato SI in tanti sono inferociti con l’azienda, hanno votato SI per paura o per ragioni tattiche (mettano le linee, poi si vedrà) ma non sono stati conquistati dalla propaganda padronale, anzi sono profondamente indignati per il ricatto subito.
Marchionne non ha inserito all’ultimo momento le clausole di “esigibilità” che dessero “garanzie” sulla cosiddetta applicabilità dell’accordo, introducendo pesantissime norme antisciopero.
Non si è accontentato delle firme di Fim, Uilm, Fismic e Ugl, voleva la resa della Fiom, che nonostante le enormi pressioni non c’è stata. Ha così puntato sul referendum, con l’obiettivo del 90% dei Sì. Voleva vincere per KO, annichilire la Fiom e ridurre alla condizione di schiavi i lavoratori prima di portare la Panda a Pomigliano.
Ma gli è andata male.
La classe operaia di Pomigliano ha resistito e la manifestazione dei capi (e dei loro famigliari) di sabato 19 giugno è stata un fallimento totale, uno squallido tentativo di ripetere la marcia dei 40mila del 1980 (per la verità anche allora non c’erano più di 5mila persone a manifestare per le piazze di Torino).
Ma se quella manifestazione dell’80 segnava una sconfitta, che apriva un ciclo di arretramenti durato 30 anni, la lotta di Pomigliano oggi può rappresentare l’inizio di una riscossa che chiude quel ciclo per aprirne uno completamente nuovo.

La posta in gioco

Altro che modernità, come ha dichiarato Sacconi, quello che volevano era tornare alle condizioni di lavoro dell’800.
Ma hanno avuto la loro risposta, non si tratta solo di dignità come molti a sinistra hanno osservato. Quello che abbiamo visto a Pomigliano è qualcosa di più, si tratta di coscienza di classe.
Sentire sulle proprie spalle la responsabilità di rappresentare gli interessi complessivi della propria classe, comprendere la valenza generale dell’attacco, dare una risposta agli operai polacchi di Tichy (che hanno scritto una lettera che è circolata in rete) così come a tutti i lavoratori che in questi anni hanno subito ricatti di questo tipo.
Gli operai di Pomigliano hanno dimostrato che non sono insensibili al fatto che se la Fiat passa nel loro stabilimento, dal giorno dopo quell’accordo capestro sarebbe dilagato in tutto il gruppo e in tutte le fabbriche del paese, come già si sta tentando di fare alla Indesit.
Poi c’è la fatica, che era già tanta con i ritmi attuali e che verrebbe intensificata proponendo metriche di lavoro (Wcm), condannate persino dall’Ue.
Ai tanti critici dei lavoratori di Pomigliano, come Sacconi, Veltroni e compagnia cantante, che fanno appello al senso di responsabilità, vorremmo far provare cosa vuol dire lavorare sotto il controllo di un computer che controlla i tuoi tempi e che impone ritmi e movimenti che generano gravi ripercussioni alla schiena e alle articolazioni.
Per tutte queste ragioni i lavoratori si sono stretti attorno alla Fiom che non solo ha resistito alla pressione padronale e alla logica della competizione globale, ma ha dovuto contrastare anche le pressioni che venivano dall’interno dell’organizzazione, dai vertici della Cgil.
Uno degli aspetti peggiori di questa vicenda non sono solo le dichiarazioni di Epifani (“penso che i lavoratori andranno a votare e voteranno Si”), ma il fatto che ancor prima che si tenesse l’attivo con i lavoratori di Pomigliano, il segretario regionale della Cgil, Michele Gravano, e quello provinciale, Peppe Errico, si siano schierati per il Si al referendum.
L’azienda non ha mancato di fotocopiare il loro comunicato e distribuirlo a tutti i lavoratori per dire loro che anche la Cgil li invitava a votare a favore dell’accordo. Il giorno dopo il referendum è stata pubblicata sul Manifesto un’intervista a Michele Gravano nella quale si accusa di “infantilismo politico” la Fiom e si sostiene la tesi che il referendum è “un atto di democrazia” che va valutato attentamente.
Forse Gravano dovrebbe valutare attentamente qual è il contesto “democratico” in cui si è svolto il referendum.

La repressione aziendale

La gestione della campagna referendaria da parte dell’azienda è stata di tipo militare. Da informazioni che sono filtrate da alcuni capi-reparto “progressisti” sono state fatte delle vere e proprie liste di proscrizione tese all’isolamento dei delegati e dei lavoratori più “riottosi”.
In fabbrica è stato orchestrato un clima di terrore, con minacce di rappresaglia individuale. I lavoratori hanno ricevuto a casa il dvd con il discorso del direttore generale e lettere minatorie con i termini dell’accordo. Durante il voto c’erano i maxischermi che proiettavano gli interventi dei dirigenti Fiat sulla bontà del patto sottoscritto, le telefonate e gli sms ai dipendenti, i capi reparto che facevano continue pressioni verso chi si recava alle urne, minacciando la chiusura dello stabilimento in caso di voto negativo.
Ma nonostante tutto 1.673 operai hanno detto NO! Nonostante le minacce aziendali, la campagna mediatica, le prese di posizioni del Pd e della Cgil che si sono schierate per il SI (come per altro un pezzo rilevante dell’Italia dei Valori) e con lo spettro di perdere il posto di lavoro, hanno comunque votato NO.

Dalla parte della Fiom

Un NO così imponente apre un quadro che deve essere analizzato in tutti i suoi aspetti e che chiama in causa direttamente la Fiom che potrebbe presto trovarsi in un nuovo braccio di ferro con l’azienda, su un piano più alto.
La strategia della Fiom fino ad oggi è stata quella di “non pesarsi” sul voto in fabbrica, ha semplicemente dichiarato illegittimo il referendum; consigliando ai lavoratori di andare a votare per evitare rappresaglie ma senza dare un’indicazione precisa di voto.
Proprio per questo il risultato del referendum ha un carattere ancora più straordinario.
Ma a questo punto Marchionne potrebbe avviare una nuova offensiva, ricattando la Fiom con la minaccia di andarsene da Pomigliano, che obbligherebbe il sindacato di Landini a dare un salto di qualità alla propria iniziativa sindacale e di mobilitazione.
Forse andrebbero evitate certe esitazioni che ci furono lo scorso anno quando, dopo lo sciopero del comprensorio del 27 febbraio, che fu un successo straordinario, si attesero ben 80 giorni per arrivare alla convocazione di una manifestazione a Torino di tutto il gruppo Fiat. Oggi la mobilitazione deve essere molto più serrata e soprattutto incisiva. Anche perchè l’ambiente tra i lavoratori del gruppo è molto migliore. Non a caso un capo di quelli che hanno organizzato la manifestazione a favore dell’azienda di sabato scorso ha dichiarato al Tg3 che erano preoccupati dell’ambiente di radicalizzazione che vedevano montare in fabbrica.
Il 25 giugno allo sciopero generale gli spezzoni della Fiom sono stati accolti da applausi fragorosi in ogni piazza. La resistenza di Pomigliano era sulla bocca di tutti, non si contavano gli striscioni che inneggiavano ai lavoratori di Pomigliano.
Le condizioni per un’offensiva sindacale ci sono e non devono essere sprecate.
Sono anni che la Fiom si lamenta, giustamente, dell’assenza di una sponda politica a sinistra che la mette nella difficilissima condizione di condurre questa battaglia decisiva, da sola e spesso senza il sostegno della Cgil.
È una grande responsabilità quella che grava sul sindacato di Landini, che può rendere comprensibili alcune incertezze, ma non le può affatto giustificare. Anche perché è molto probabile che ora i nodi vengano al pettine.
La Fiom si è opposta all’accordo e questo le consegna un’enorme autorità in tutto il movimento ma anche delle responsabilità. A Pomigliano assistiamo all’afflusso di nuovi militanti che lasciano i sindacati concertativi e chiedono la tessera della Fiom, a Melfi nelle elezioni della Rsu la Fiom torna ad essere il primo sindacato.
Questo è positivo, molto positivo, ma allo stesso tempo acutizzerà il conflitto con il gruppo dirigente della Cgil e soprattutto allarmerà ancor più il padronato che metterà in campo le proprie contromisure.
Marchionne potrebbe decidere nei prossimi giorni di giocarsi una partita per far venire allo scoperto la Fiom.
Non siamo in grado di prevedere che tipo di proposta verrà fatta, ma possiamo prevederne le modalità e gli obiettivi: isolare e indebolire la Fiom accusandola di essere l’unica responsabile dei mancati investimenti. Questa linea hanno interesse a perseguirla anche se decideranno comunque di mantenere la Panda a Pomigliano, perché torna utile in chiave politica e sindacale. Intanto decidono di escludere la Fiom dal tavolo delle trattative. In un contesto del genere alla Fiom resta solo il terreno della mobilitazione.
Non ci si potrà più limitare a parlare di illegittimità del referendum, si dovrà organizzare il conflitto a un livello più alto puntando alla sua generalizzazione e con il massimo di audacia. La Cgil non sosterrà la Fiom su una linea di questo tipo, è inutile dirlo.
A quel punto l’unica forza su cui potrebbe basarsi la Fiom è quella che gli viene dallo stesso movimento, sfruttando l’enorme autorità che si è conquistata in questi anni e che forse ha utilizzato in passato con eccessiva cautela.
La rabbia e la frustrazione che si è andata accumulando può essere organizzata ed è così che una debolezza può essere ribaltata in un punto di forza non cercando appigli al vertice ma guardando verso il basso e appoggiandosi sulla forza che il movimento è in grado di sprigionare se solo gli si offre un canale di espressione.
Da questo punto di vista ci pare che nella conferenza stampa tenuta da Landini, il giorno dopo il referendum, il segretario generale della Fiom sia rimasto troppo sulla difensiva insistendo sulla disponibilità alla trattativa con la Fiat e sul fatto che togliendo le parti anticostituzionali proposti nell’accordo esistono grandi margini di produttività (leggasi sfruttamento) su cui la Fiom è assolutamente disponibile a trattare.
La lotta contro i 18 turni, la riduzione delle pause, la metrica, ecc. sembra essere andata totalmente in secondo piano e tutta la battaglia si concentra esclusivamente sulla clausola di esigibilità.
All’assemblea dei lavoratori del gruppo Fiat, dei grandi gruppi e del Mezzogiorno che si è tenuta il 1° luglio a Pomigliano, alla presenza di 800 delegati, c’è stata una grande dimostrazione di orgoglio da parte della Fiom. Ma sul terreno della proposta non si è andati oltre l’indicazione immediata di qualche presidio. Il percorso di lotta è stato rimandato a settembre e non è emerso un piano di azione adeguato alle necessità.
Matteo Parlati, delegato della Ferrari e Laura Serra, delegata della Lasme di Melfi, hanno proposto uno sciopero generale della categoria, Mimmo Loffredo di Pomigliano ha ribadito la necessità di riprendere in mano tutta la partita dei diritti (a partire dalla lotta contro i 18 turni) e di non essere cedevoli su questo.
Ma a queste sollecitazioni per ora non è stata data alcuna risposta.
La Fiom è a un bivio. Non può contare che in questo scontro sia la Fiat a togliere le castagne dal fuoco.
Il compagno della Ferrari ha ironicamente ringraziato Marchionne per “aver commesso tanti errori”. Un atteggiamento che ha favorito la mobilitazione e lo sciopero del 25 giugno dove c’era un clima di combattività che non si vedeva da molti anni.
Ora però non ci sono più scuse per stare fermi. La disponibilità alla lotta da parte dei lavoratori c’è, si tratta solo di organizzarla nel migliore dei modi. Ogni altra esitazione può essere fatale al movimento e al sindacalismo di classe.
I lavoratori di Pomigliano hanno tracciato il solco, si tratta semplicemente di continuare in quel solco per aprirsi la strada fino alla vittoria.
 
7 luglio 2010
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