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Alla fine di marzo sono iniziati gli incontri per stabilire il futuro della Fiat in Italia. L’amministratore delegato, Sergio Marchionne, presenterà il suo piano industriale il 21 aprile a Torino ma una serie di elementi già risultano chiari dai primi incontri con le organizzazioni sindacali.

Nel piano sono contenute le condizioni che l’azienda pone come innegoziabili per il mantenimento del settore auto in Italia. è abbastanza chiaro che la crisi diventa uno strumento per il management per comprimere il costo del lavoro, aumentare la produttività e annichilire il ruolo del sindacato, creando le condizioni perché l’industria dell’auto in Italia sia vantaggiosa quanto le delocalizzazioni delle produzioni all’estero come accaduto per la 500 in Polonia.

Su questo terreno infatti il nuovo piano Marchionne è chiaro ed inequivoco.

Il piano infatti prevede una riduzione dell’organico di 5mila lavoratori e l’aumento delle vetture prodotte da 600mila a 900mila. Oltre alla chiusura dello stabilimento di Termini Imerese, si prevede la riduzione di 500 posti di lavoro a Cassino, ed altrettanti a Pomigliano, attraverso prepensionamenti e mobilità. Anche Mirafiori subirà un taglio importante che si aggira attorno alle 2mila unità, cui vanno aggiunti 600 lavoratori della Fiat Fma di Pratola Serra in provincia di Avellino di cui nessuno parla ma che, non potendo più contare sulle commesse di General Motors e Opel, sono nei fatti a rischio.

Quello che invece la Fiat ritiene il pezzo forte del nuovo piano è lo spostamento della Panda a Pomigliano, che ne farebbe lo stabilimento di punta a livello nazionale. Questa proposta arriva dopo un lungo periodo di cassa integrazione ed una martellante campagna da parte dell’azienda che, con il sostegno di Cisl-Uil e Fismic, ha portato avanti un vero e proprio terrorismo psicologico paventando la chiusura.

Ma l’arrivo della Panda è vincolato ad una serie di proposte ribadite dal capo del personale di Fiat auto Giorgio Giva nell’incontro svoltosi il 9 aprile a Napoli. Queste proposte, che sarebbe più giusto chiamare diktat, vista l’arroganza con cui la Fiat le ha portate al tavolo della discussione con i sindacati, sono una richiesta di resa senza condizioni su tutta una serie di diritti dei lavoratori. Come spiega Marchionne in un’intervista comparsa con particolare tempestività lo stesso giorno dell’incontro sul Mattino di Napoli: “Le condizioni minime per poter essere competitivi in Europa sono il massimo utilizzo degli impianti e la flessibilità, indispensabile per rispondere tempestivamente alle esigenze del mercato. Il tutto accompagnato da un rigoroso contenimento dei costi di struttura e del lavoro. Inoltre sarà necessario il riconoscimento della cassa integrazione per i lavoratori per tutto il periodo di ristrutturazione dello stabilimento.” (Il Mattino 9 aprile).

L’applicazione delle parole dell’amministratore delegato della Fiat è sintetizzato da una serie di provvedimenti che configurano una nuova “cura Marchionne” per lo stabilimento “Giambattista Vico”.

Infatti la produzione della Panda inizierà a ottobre 2011 per andare a regime a marzo 2012 ma nel piano non sono delineate prospettive per i lavoratori della 159 attualmente in produzione. L’utilizzo degli impianti dovrà essere portato al massimo con la produzione di mille vetture al giorno per un totale di 270mila all’anno, il che vuol dire un incremento significativo della produttività, visto che prima della crisi al massimo del regime produttivo non si è mai superata la produzione di 700 auto al giorno.

L’aumento della produzione non verrà fatto attraverso nuove assunzioni, anzi si prevede con un accordo già firmato che 320 lavoratori andranno in mobilità volontaria da subito e oltre 100 durante la cassa integrazione. Malgrado la Fiat non li consideri licenziamenti queste misure rappresentano un esubero di circa 500 lavoratori nello stabilimento.

Siamo certamente davanti ad un investimento importante su Pomigliano da parte della Fiat che ammonterebbe a circa 770 milioni di euro e darebbe un certo respiro alla produzione per il sito napoletano ma per arrivare a questo viene proposto un complesso di misure inaccettabili che farebbero pagare il costo dell’aumento di produttività solo ai lavoratori.

Si chiede la massima flessiblità, la variazione dell’“impostato di linea” che aumenta nei fatti i ritmi di lavoro, la riduzione della pausa collettiva che attualmente è in media di 30 minuti oltre che lo spostamento della mensa a fine turno, spingendo al non utilizzo della stessa con una probabile riduzione dell’organico delle ditte addette al servizio.

Ma la cosa più grave è l’introduzione dei 18 turni con il sabato lavorativo e il turno di notte che introdurrebbe a Pomigliano l’odiata “doppia battuta” che prevede fino a due settimane di lavoro notturno consecutivo, provvedimento cancellato a Melfi dopo la rivolta dei 21 giorni del 2004.

Ma tutto ciò non basta all’azienda che chiede ancora di più. Infatti la richiesta di massima flessibilità si sostanzia nel rendere obbligatorie 80 ore annuali di straordinario rispetto alle attuali 40 e nel recupero lavorativo qualora la produzione si fermasse per un guasto o uno sciopero dell’indotto.

Il complesso di queste proposte svuota le Rsu di ogni capacità di contrattazione e non è un caso che tra le richieste da parte dell’azienda vi siano anche l’obbligatorietà del “comando distacco” che prevede la possibilità di spostare il lavoratore entro 40 chilometri dallo stabilimento e lo spostamento di altri lavoratori nel centro di smistamento logistico a Nola. Questi provvedimenti non vanno solo nella direzione di maggiore flessibilità, ma rispondono soprattutto all’esigenza di isolare i lavoratori più combattivi, di ampliare i reparti punitivi approfondendo le strategie repressive di cui il gruppo Fiat è maestro.

Tutto il cinismo della Fiat trova conferma nella richiesta di non utilizzo per i dipendenti della legge 104/92, che prevede permessi per chi ha un familiare disabile o infermo, e nel taglio dei permessi per la donazione del sangue.

L’obbiettivo della Fiat è molto chiaro: utilizzando la paura della perdita del posto di lavoro, in una regione desertificata dal punto di vista industriale, si cerca un nuovo “prato verde” con deroghe ai contratti nazionali ed alle leggi, con una manodopera disposta a tutto, dequalificata grazie alla formula che prevede la possibilità per i lavoratori indiretti (capo, operatore, carrellista, manutentore ecc.) di passare direttamente alla produzione ed un sindacato senza alcun potere di contrattazione.

Davanti a questa dichiarazione di guerra Cisl-Uil e Fismic si sono subito dichiarate pronte a firmare immediatamente, come ha detto Giovanni Sgambati segretario regionale Uil: “C’è piena disponibilità a fare i 18 turni, perché così si saturano gli organici previsti, e piena disponibilità a una nuova organizzazione del lavoro. Noi firmeremo l’accordo con Fiat. Non è pensabile che dopo anni di cassa integrazione e di incertezze si rinunci al lavoro e a prospettive positive.” (Il Giornale 12 aprile).

La Fiom, pur essendo giustamente contraria, non ha ancora deciso alcun percorso di lotta mentre prosegue la campagna di odio da parte della Fiat che prova ad additarla come responsabile dell’attuale stallo dichiarando che: “Ci sono tre sindacati favorevoli e la Fiom che come sempre fa le bizze. Non hanno capito che qui è in gioco il salvataggio della Fiat di Pomigliano, di una grande fabbrica strategica?” (Il Mattino 10 aprile).

La Fiat ha una strategia chiara che prova a rivoluzionare le relazioni sindacali e a portare il livello dei lavoratori del gruppo alle condizioni peggiori dei paesi più arretrati a livello europeo, pena l’abbandono del settore auto nel nostro paese. A un simile progetto non si può rispondere accettandolo supinamente come fanno Cisl, Uil, Fismic e Ugl, ma nemmeno tentando di limitare il danno.

è necessaria una proposta strategica complessivamente alternativa che parli di nuove produzioni ecologiche nell’ambito di un progetto nazionale di mobilità dei cittadini, nel quadro della rinazionalizzazione, l’unica proposta che può dare certezze sul terreno dei volumi occupazionali e dei diritti. In assenza di questo ogni proposta rischia di non essere credibile. I lavoratori si troveranno davanti al bivio tra la chiusura ed un peggioramento senza precedenti delle loro condizioni di vita e di lavoro.

La disponibilità per una mobilitazione capace di cambiare gli attuali rapporti di forza si possono trovare solo se il sindacalismo combattivo, a partire dalla Fiom, ritroverà lo spirito che hanno dimostrato i lavoratori nei 21 giorni dello sciopero di Melfi, l’unico capace di sconfiggere la Fiat.

 

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