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Il 22 marzo si è svolto in Portogallo, di nuovo in recessione già dal 2011, il terzo sciopero generale nel giro di poco più di un anno.
Dopo i due grandi scioperi del 24 novembre 2010 (la più grande protesta dalla caduta della dittatura nel 1974) e del 24 novembre 2011 e dopo il crollo elettorale dei socialisti che col governo Socrates avevano implementato il primo pacchetto di austerità, la situazione è ulteriormente peggiorata.
L’industria è stata quasi completamente distrutta, il tasso di precarietà nel giro di tre anni è passato dal 9% al 23%, l’Iva è passata dal 12 al 23% e ora nei negozi e nei ristoranti viene riportato, accanto al prezzo da pagare, quello senza Iva.
C’è stato un taglio drastico delle pensioni sopra ai 500 euro, l’abbonamento ai trasporti nelle principali città è raddoppiato e sono stati tagliati praticamente tutti gli assegni familiari. 600mila famiglie non possono pagarsi il mutuo e in totale ve ne sono un milione che hanno la casa a rischio, è stato abolito l’equo canone e qualsiasi forma di agevolazione per pagarsi l’affitto della propria casa.
I negozi chiudono al ritmo di cento al giorno (le vendite sono diminuite del 50% in cinque anni), ad ogni angolo delle strade compaiono negozi che comprano oro.
La sanità è al collasso. Negli ultimi due anni i tagli sono stati di 1.200 milioni di euro, gli ospedali pubblici hanno accumulato 3 miliardi di euro di debiti coi fornitori: per effetto dei tagli nella sanità la mortalità nella popolazione è aumentata del 20%.
Lo sciopero generale del mese scorso, convocato contro i tagli alla spesa pubblica (a cui lo Stato portoghese è stato indotto per restituire il prestito di 78 miliardi di euro ricevuto lo scorso anno dalla Bce) e contro la devastazione della legislazione sul lavoro e le norme che rendono più facili i licenziamenti,  è stato un nuovo passo nel processo di rapida radicalizzazione del movimento operaio portoghese ed è stato, in questa occasione, convocato solo dalla Cgtp-In, conferedazione sindacale legata al partito comunista. La Ugtp non ha invece aderito; evidentemente il sindacato legato ai socialisti intendeva lo sciopero generale di quattro mesi fa solo come un tentativo per creare rapporti di forza più favorevoli per sedersi al tavolo della trattativa con la destra.
Ci sono state manifestazioni in tutte le città del Portogallo e il sito della Cgtp-In riporta un’adesione dell’80 per cento. I trasporti sono rimasti completamente paralizzati e la metro di Lisbona è rimasta chiusa a partire dalle 22 della sera precedente.
Le adesioni sono state alte in tutti i settori: 85% alla Parmalat di Palmela, 100% nella sede della compagnia nazionale dell’elettricità di Sintra, 60% alla Citroen di Setubal. Notevole la partecipazione anche nelle aziende di telecomunicazioni, poste e call center che traboccano di giovani lavoratori precari.
In tutte le città il sindacato ha organizzato picchetti che, vista la loro riuscita, hanno provocato l’intervento della polizia che, con delle vere e proprie azioni squadristiche, in alcuni casi è riuscita a romperli e a far passare le merci in entrata o in uscita dalle fabbriche.
La Cgtp-In chiama ora all’assedio del parlamento per il giorno in cui si voteranno le modifiche alle leggi sul lavoro e a nuove manifestazioni in tutte le città che, a dire il vero, sono state la costante degli ultimi due anni in Portogallo.
Qui Lisbona, linea a Madrid e a Roma.

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