Il nostro documento al Comitato politico nazionale del Prc (17-18 novembre 2012) - Falcemartello

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Lo sciopero europeo del 14 novembre ha segnato un punto di svolta anche nel nostro paese. Le manifestazioni tenute in Italia hanno visto due elementi caratterizzanti: da un lato il gruppo dirigente della Cgil ha organizzato la presenza nel modo più routinario e piatto possibile, dall’altro le manifestazioni studentesche sono state ribollenti e in molti casi massicce.

 

Tale contrasto non deve ingannare: la realtà è che gli studenti medi, quasi dovunque presenza dominante nelle manifestazioni, hanno veicolato con il loro protagonismo anche la rabbia e la voglia di opposizione di una classe lavoratrice da troppo tempo paralizzata dalla cappa burocratica dei vertici sindacali. È una ripetizione di quanto abbiamo visto negli scorsi due anni in Spagna e in Grecia, dove il movimento giovanile ha anticipato e aperto la strada alle massicce mobilitazioni operaie.

Le quattro ore di sciopero erano state concepite dai dirigenti della Cgil come una pura testimonianza legata anche, nelle intenzioni del gruppo dirigente, alla necessità di spingere la candidatura Bersani in vista della campagna elettorale. Non è questa la mobilitazione necessaria, serve invece un piano per una vera e propria stagione di lotte articolate e diffuse in tutto il paese, in tutte le categorie, in ogni azienda e territorio, scuola e università, che ponga chiaramente l’obiettivo di cacciare il governo. A partire dalle scadenze già organizzate (sciopero della scuola del 24 novembre, scioperi della Fiom del 5-6 dicembre) lavoriamo per questa prospettiva.


Il quadro europeo e nazionale conferma una volta di più l’inserimento profondo delle forze riformiste (non solo il Pd, ma l’insieme del Partito socialista europeo) nella logica dell’austerità capitalista. Sia dove governano a maggioranza (oggi in Francia, ieri in Spagna e Portogallo), sia dove sono all’opposizione (Germania, Portogallo e Spagna), sia dove sono inserite in governi di unità nazionale (Grecia, Italia), queste forze seguono servilmente i dettami dell’Ue, della Bce e sono completamente subordinate ai dettami del capitale finanziario. La prospettiva di condizionare e indirizzare tali forze all’interno di una logica di alleanze è oggi più che mai una utopia priva di sbocchi. Non a caso in Europa sono cresciute quelle forze che, sia pure con contraddizioni di fondo irrisolte, sono state identificate come alternative anche alla sinistra riformista, in particolare nei paesi dove la mobilitazione ha assunto un carattere di massa.

Il centrosinistra conferma tale impostazione con l’esplicito impegno della “carta d’intenti” a rispettare i piani di austerità. A questa logica si piega anche Sel mentre l’Idv, in profonda crisi, si appresta a chiudere la fase dell’“opposizione” e a tentare un reinserimento nel centrosinistra. Crolla definitivamente l’ipotesi di una alleanza Prc-Sel-Idv come possibile fronte elettorale distinto dal centrosinistra.

Questa valutazione si applica analogamente alle elezioni regionali di Lazio e Lombardia, dove il centrosinistra si appresta a gestire l’alleanza nella stessa identica logica che lo guida a livello nazionale. Per l’importanza di queste consultazioni è inconcepibile che il Prc possa seguire una linea differenziata tra livello nazionale e locale, che diverrebbe perfino grottesca nel caso di un possibile accorpamento del voto con le elezioni politiche.


Il legame tra mobilitazione sociale e prospettiva politica è oggi più che mai il problema centrale a cui dobbiamo rispondere.

Il risultato delle elezioni siciliane ha mostrato l’impossibilità di sommare forze con prospettive divergenti. Il “fronte” tra Fds, Sel e Idv non ha retto la prova dei fatti. Siamo quindi chiamati a scelte nette che riaprano una prospettiva per il nostro partito.

La prospettiva politica ed elettorale ad oggi è nettamente definita. Il Pd sarà perno del prossimo governo su una piattaforma di rispetto e applicazione delle politiche di austerità dettate dai “mercati” e dalla Bce. Il centrodestra, più in crisi e diviso che mai, in prevalenza dovrà seguire la logica dell’unità nazionale tentando di condizionare il futuro governo, ma non può aspirare a riconquistare a breve la guida del governo. Lo scontro tra chi propone un nuovo centrosinistra e chi caldeggia una coalizione più allargata al centro in nome della continuità con Monti è uno scontro dal nostro punto di vista secondario nella misura in cui nessuna di queste due ipotesi si pone al di fuori del recinto delle compatibilità imposte dalla crisi.

Nel voto siciliano la protesta contro i tagli, l’austerità, la corruzione politica, viene interamente raccolta dal Movimento 5 stelle o rimane nell’astensione. Il movimento operaio si trova qui di fronte a una falsa alternativa. Né il centrosinistra, né il movimento di Grillo sono in grado di dare risposte credibili alla crisi sociale che attanaglia milioni di persone e che è destinata a continuare e ad aggravarsi nella prossima fase.

Il nostro compito è contribuire a costruire quel punto di riferimento oggi mancante: una sinistra di classe, che rompa nettamente con la prospettiva di un nuovo centrosinistra e che non si faccia trascinare nell’orbita del populismo borghese e piccolo-borghese. Ad oggi questa prospettiva può concretizzarsi solo a partire da una presentazione autonoma e indipendente del nostro partito.


La Federazione della sinistra ha certificato il suo fallimento politico nella riunione del 3 novembre. La natura del dissenso è insanabile alla luce dei seguenti fatti:

– il rifiuto del Pdci e del movimento per il partito del lavoro di aderire alla manifestazione No Monti del 27 ottobre, rifiuto motivato pubblicamente e politicamente.

– la scelta di queste stesse forze di aprire una interlocuzione col Pd a partire dalla proposta di partecipazione alle primarie al fine di inserirsi nella coalizione di centrosinistra.

Il Cpn dichiara pertanto conclusa la partecipazione del Prc alla Fds e ritira le proprie delegazioni dai suoi organismi nazionali, locali e dalle rappresentanze istituzionali congiunte.

La nostra scelta di costruire fin da subito la nostra battaglia elettorale con una posizione autonoma non significa rifiutare a priori il confronto con le forze politiche e sociali che si oppongono al governo Monti. Tuttavia dobbiamo essere consapevoli che una alternativa credibile, anche sul piano elettorale, non può oggi nascere dalla sommatoria di realtà scarsamente rappresentative o dall’ennesimo appello di “intellettuali, amministratori e personalità della società civile”. I tentativi in corso già da mesi, a partire da Alba o oggi dall’appello “Cambiare si può” lo confermano una volta di più.

L’interlocuzione con i promotori di questo appello non può oscurare la nostra critica su punti decisivi:

- manca completamente una lettura di classe della crisi e dell’alternativa necessaria. Sul piano economico la critica al sistema rimane interna a un orizzonte di riforme di tipo keynesiano, su quello politico si fonda sul piano dell’“onestà”, della “sobrietà” e di una astratta democrazia priva di qualsiasi connotazione di classe.

- L’area che propone l’appello è stata e rimane pervasa, al di là della critica al centrosinistra, sia dall’illusione di un possibile condizionamento da sinistra del Pd, sia da attrazioni verso logiche simili a quelle del grillismo.

- La pretesa che le “forze della società civile” possano rappresentare l’elemento di guida, in contrapposizione a qualsiasi idea di battaglia organizzata e strutturata è rivolta innanzitutto contro il nostro partito, del quale interessa solo poter sfruttare la forza militante e il potenziale bacino elettorale.

Il punto decisivo è che questo appello non si rivolge al movimento operaio, né ha la possibilità di svolgere alcun serio ruolo nella costruzione di un movimento di massa su scala simile a quanto vediamo in Grecia e in altri paesi, che sarebbe l’unica leva per creare una effettiva crisi nel quadro politico dell’unità nazionale e di sgretolare il sostegno a quelle forze politiche e alle burocrazie sindacali che sono state fino ad oggi il principale ostacolo allo sviluppo di una opposizione di massa a questo governo.

Conseguenza e sottoprodotto di questi limiti strutturali sarà anche l’inefficacia di queste aggregazioni sul piano elettorale, né tale debolezza può essere ovviata dall’inserimento di qualche sindacalista, di spezzoni di partiti in crisi come l’Idv o di altre figure “note”.


Siamo quindi a un passaggio di grande rilevanza per il futuro del Prc e soprattutto per la nostra ambizione di essere una forza politica capace di incidere nello scontro di classe nel nostro paese e a livello internazionale, di essere parte attiva nella costruzione di una alternativa ad un sistema in crisi che sprofonda milioni di persone nella povertà, nel peggiore sfruttamento e nella privazione di un futuro dignitoso.

Una volta di più verifichiamo in questi giorni la vulnerabilità di settori dei nostri gruppi dirigenti locali e istituzionali che in varie realtà hanno sostenuto appelli alla partecipazione alle primarie del centrosinistra. Sono perduranti elementi di istituzionalismo e burocratismo che si sono obiettivamente alimentati anche della insistente campagna “unitaria” fin qui seguita dalla segreteria nazionale e che devono essere combattuti attraverso una battaglia politica aperta e intransigente. Questi episodi peraltro confermano come la riconquista di rappresentanze istituzionali – obiettivo questo comune a tutto il partito – se non è fondata su una chiara scelta di campo, sul protagonismo della militanza, su una scelta dei candidati libera da concezioni elettoraliste, si rivela non come elemento di forza, ma di debolezza del nostro partito.

L’obiettivo di inviare nel prossimo parlamento una rappresentanza politica della sinistra che sappia essere punto di riferimento anche per la costruzione del movimento di massa può essere perseguito e raggiunto solo sulla base di una politica di coerente indipendenza di classe.

Il Cpn pertanto delibera:

- di assumere la prospettiva qui esposta come base del lavoro del partito da qui alle elezioni politiche.

- di convocare entro gennaio una conferenza nazionale straordinaria che definisca il programma elettorale e getti le basi per una mobilitazione straordinaria di tutto il partito.

- di lanciare una sottoscrizione straordinaria specificamente dedicata al sostegno alle iniziative politiche fino alle elezioni politiche.

- Proseguire e intensificare la raccolta di firme per i referendum sul lavoro in piena autonomia e indipendenza, anche come leva per mettere a nudo le contraddizioni delle forze politiche e di quei settori sindacali che pur essendone teoricamente promotrici di fatto intendono depotenziarne ogni aspetto di contraddizione col Pd e con la linea della maggioranza della Cgil.

- di avviare un vasto lavoro di confronto con realtà di aziende in lotta, Rsu, comitati esponenti di vertenze ambientali e territoriali, della scuola, al fine di presentare questa prospettiva politico-elettorale e lavorare alla costruzione di liste e candidature chiaramente identificabili con le punte avanzate delle mobilitazioni, sviluppando l’idea del “voto operaio a candidati operai” e di “un voto di lotta a candidati che lottano”, ossia dando un netto carattere di classe alla nostra critica al sistema politico distinguendola nettamente dalle posizioni interclassiste e populiste.


Claudio Bellotti, Donatella Bilardi, Maria Lucia Bisetti, Margherita Colella, Antonio Erpice, Alessandro Giardiello, Francesco Giliani, Jacopo Renda, Dario Salvetti, Ilic Vezzosi

 

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