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Lettera aperta al segretario di Rifondazione comunista

Caro compagno Ferrero, come dirigenti nazionali del Prc eletti allo scorso congresso in rappresentanza della Mozione 2 (“Per il partito di classe”) ci rivolgiamo a te, e attraverso di te a tutti i compagni e compagne del Prc in forma pubblica. Da troppo tempo ormai si è affermata nei nostri organismi dirigenti la pratica di temporeggiare, rinviare i problemi, rimuovere le contraddizioni. La situazione del nostro partito è troppo drammatica perché accettiamo di farci partecipi, sia pure col silenzio, di questa prassi.

 

Le elezioni siciliane sono sotto gli occhi di tutti noi, una sconfitta bruciante, ancora di più per lo sforzo profuso innanzitutto dai nostri militanti, che ci chiama a scelte nette.

Per l’ennesima volta è crollato il pilastro sul quale si credeva di poter erigere una linea politica. È successo due anni fa col “fronte democratico contro Berlusconi”, è successo con la Federazione della sinistra, è successo con tutte le varie proposte di “unità a sinistra”, l’ultima delle quali incarnata, a dire tuo e della segreteria nazionale, dalla campagna referendaria e dalla coalizione siciliana, proposta esplicitamente come “modello”.

Siamo ben consapevoli della complessità della situazione e non pensiamo di avere proposte miracolistiche. Tuttavia proprio per questa situazione è tanto più grande la responsabilità di chi è stato eletto in posizioni dirigenti. Il nostro partito ha perso gran parte della sua credibilità e autorevolezza, abbiamo dovuto sospendere il quotidiano, abbiamo come tutti sappiamo una situazione finanziaria allarmante. L’unica ricchezza che abbiamo sono quelle migliaia di militanti che nonostante tutto non intendono dismettere le ragioni della propria battaglia. Un gruppo dirigente responsabile ha innanzitutto il dovere di dire le cose come stanno ai compagni e di esporsi con una proposta chiara.

La tesi di fondo che ha sorretto tutte le varie “proposte unitarie” che hai via via avanzato è stata per l’ennesima volta smentita in Sicilia: la somma di forze che vanno in direzione divergente non moltiplica queste forze, ma le annulla. In Sicilia il “fronte” non era affatto tale, l’impegno di Sel è stato notevole solo per l’occupazione delle posizioni nelle liste, mentre il “radicalismo” di Di Pietro, che tanto ha impressionato anche compagni nostri in questi anni, sta evaporando a velocità impressionante e il tentativo di riavvicinamento di quel partito al centrosinistra verrà ulteriormente accelerato dalla sconfitta siciliana.

È scandaloso che ci si dica oggi che l’errore in Sicilia sarebbe stato quello di non fare la lista unica, il che equivale a dire che per le prossime politiche dovremmo apprestarci a scioglierci (perché di questo si tratterebbe, sul piano elettorale e non solo) nelle liste dell’Italia dei Valori. Ci sono modi più dignitosi di distruggere un partito che annegarlo in una formazione populista e demagogica che in nessun modo può incarnare, neppure in forma parziale o abbozzata, un riferimento per i lavoratori.

Il nostro partito ha bisogno di un orientamento netto. Ora, non domani, perché il tempo a disposizione è quasi scaduto.

Ad oggi non esiste un fronte di sinistra significativo disposto a tagliare il cordone ombelicale col centrosinistra: questo è l’unico punto di partenza realistico, il resto sono solo illusioni e “analisi” fondate sui desideri. Questo non significa che oggi il Prc possa da solo colmare questa esigenza, tuttavia dobbiamo guardare la realtà per quella che è, non per quella che vorremmo che fosse.

Il Prc deve dichiarare da subito, inequivocabilmente e a chiare lettere, che qualunque cosa accada la nostra presenza come partito nelle prossime elezioni politiche e nelle importanti amministrative che si preparano (Lazio, Lombardia) sarà in rottura col Pd e non prevede subordinate. Non c’entra la legge elettorale, quello è un aspetto puramente tecnico. Il problema è politico: per noi, a differenza di Vendola, il problema non è se ci sarà una grande coalizione (Monti bis) o un centrosinistra più o meno allargato, per il semplice motivo che chiunque governi farà la politica che dettano i “mercati” e i padroni. Su questo non crediamo che vi siano divergenze fra noi.

Il nostro partito è indubbiamente indebolito, ma rimane pur tuttavia l’unica forza a sinistra con una consistenza significativa; se prendiamo una posizione chiara e la difendiamo con coerenza possiamo incoraggiare anche altri e parlare a quei lavoratori, giovani, precari, disoccupati, che non hanno alcun punto di riferimento e che non necessariamente devono farsi incantare dalle sirene del Grillo di turno.

Le nostre forze sono ridotte, ma non è un problema numerico: se le impieghiamo bene possono riprendere coraggio e moltiplicarsi; il destino di un ulteriore declino non è scritto in nessun libro; per essere molto chiari, gran parte dell’esito dipende da quanto il gruppo dirigente deciderà nei prossimi giorni e settimane.

Le prossime elezioni politiche avranno un’importanza forse decisiva. La nostra traiettoria politica è abbastanza conosciuta da permetterci questa affermazione senza essere tacciati di elettoralismo.

La riconquista di una rappresentanza parlamentare è indubbiamente parte non secondaria del lavoro di ricostruzione del partito che è necessario compiere. Tuttavia non esiste tattica o manovra che possa garantirci questo esito. Anzi, dato il quadro politico, paradossalmente queste tattiche e manovre allontanano ancora di più questo obiettivo perché confermano agli occhi dei nostri interlocutori, siano essi ostili o amichevoli, la nostra debolezza.

Nel prossimo parlamento entreremo se sapremo entrarci per la via maestra. È arduo? Comunque non ce ne sono altre. Ma la cosa più importante è che il giorno dopo le elezioni, quale che ne sia l’esito, i compagni che avranno speso il loro impegno, chi ci ha votato, chi ci ha guardato, abbia ben chiaro in nome di quale prospettiva abbiamo lottato. Solo così ci può essere un futuro al di là di una scadenza che obiettivamente per noi sarà impervia.

Se passeremo i prossimi mesi, come tu proponi, a smontare e rimontare i pezzi di questa ipotetica coalizione alternativa, il rischio concreto è che alla vigilia delle elezioni furbi e furbissimi si accoderanno chi a Vendola, chi a Grillo e dovremo improvvisare una corsa solitaria senza averne minimamente preparato le condizioni.

Se si verificheranno le condizioni per nuovi sviluppi che vedano forze significative nel movimento operaio rompere in maniera netta il cordone ombelicale col centrosinistra saremo i primi a prenderne atto e a valutare i passi necessari a concretizzare uno schieramento più ampio. Ma ad oggi di questo non si vede segnale, e l’arcipelago che discute delle varie ipotesi di aggregazione alternativa (lista “arancione”, accordi con Grillo, ecc. ) si distingue soprattutto per la sua ambiguità politica e per la presenza di numerosi soggetti la cui rappresentatività è tanto scarsa quanto smisurate ne sono le pretese.

Occorre quindi liberare le energie che ci sono nel partito, e il primo freno da togliere è la Federazione della sinistra. La storia della Fds è ingloriosa fin dalla sua fondazione, ma in questi giorni si è toccato veramente il fondo. Quando in una federazione qualsiasi vincolo di lealtà o di solidarietà politica è palesemente inesistente; quando le forze a noi “alleate” fanno a gara a chi arriva prima a parlare con Bersani per garantirsi una rappresentanza parlamentare; quando tre componenti su quattro (ossia tutti tranne il Rifondazione) giudicano sbagliato (sbagliato: non insufficiente la manifestazione, criticabile la piattaforma, o altro) manifestare contro il governo Monti… quando succede tutto questo, cosa abbiamo ancora da discutere?

La peggiore delle divisioni avrebbe fatto meno danno di questa paralisi imbarazzante con la quale da mesi e mesi si rinvia ogni scelta mortificando il partito e l’impegno dei nostri compagni. Peraltro queste scelte dilatorie hanno fatto precipitare il livello del dibattito nel partito a livelli preoccupanti: oramai pare che tra molti nostri militanti e dirigenti l’unica discussione appassionante sia quella sulle tattiche e sotto-tattiche elettorali praticate dalle varie componenti interne alla maggioranza “unitaria” che regge il Prc dalla fine del 2009.

Il paradosso giunge al culmine con la riunione del Consiglio della Fds del 3 novembre: la federazione è morta ma non lo diciamo pubblicamente perché non si sa mai che domani siamo costretti a ritrovarci… e intanto continuiamo come se niente fosse a preparare liste comuni in Lombardia e Lazio, sempre inserite nel recinto del centrosinistra.

Ci sono circostanze nelle quali dalle scelte di un gruppo dirigente possono dipendere le sorti di una intera organizzazione e il tuo ruolo di segretario non è parte secondaria di quanto avverrà, sia in positivo che in negativo. Dalla fine del 2009 ci siamo trovati a sostenere linee diverse nel partito, come si è manifestato nello scorso congresso e anche successivamente. Tuttavia non ci siamo mai considerati parte estranea alle scelte compiute.

Siamo e restiamo dirigenti e militanti del Prc e intendiamo partecipare pienamente alle battaglie che incombono davanti a noi e che, vogliamo ricordarlo, non saranno solo campagne elettorali perché il conflitto di classe continua ad esistere anche nel nostro paese e se in Grecia, Spagna, Portogallo, Francia, Gran Bretagna… l’austerità capitalista ha condotto a movimenti di massa, tanto più questo avverrà qui da noi. Nonostante tutto e tutti, Pomigliano chiama ancora. E chiamano anche Alcoa, Ilva, Carbosulcis, gli studenti, e tanti e tanti ancora, e domani saranno molti di più. Noi, come risponderemo?

 

Claudio Bellotti,
Donatella Bilardi,
Alessandro Giardiello,
Lidia Luzzaro,
Sonia Previato,
Jacopo Renda (Direzione nazionale Prc)

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