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Odg conclusivo

Proposto dalla minoranza (documenti 2 e 3)

Il quadro economico vede l’accumularsi di indicatori negativi. A quattro anni dall’esplodere della crisi siamo ben lontani dal ristabilimento dell’equilibrio. Al contrario le politiche messe in atto (salvataggio e sostegno delle banche e del sistema finanziario, politiche di austerità di portata senza precedenti da generazioni) non fanno altro che preparare l’esplosione di nuove contraddizioni.

La crisi dei debiti sovrani è la conseguenza diretta di queste politiche, aggravata pesantemente in Europa dalle rigidità imposte dalla moneta unica. Quasi ovunque i livelli di profitti, investimenti, consumi, utilizzo degli impianti produttivi, sono ben al di sotto dei valori pre-crisi, per non parlare dell’aumento della disoccupazione. Le manovre di austerità aggraveranno pesantemente le tendenze recessive, il 2012 sarà  un nuovo anno di recessione per molti paesi fra i quali l’Italia. Le crisi aziendali si aggravano e si estendono, non si vede all’orizzonte il segno di una inversione di tendenza.

 

L’azione del governo Monti prosegue a ritmi rapidi, dopo l’affondo su pensioni e tasse si prepara a tappe forzate una “fase 2” fatta di attacco ai diritti del lavoro e liberalizzazioni spinte che calpestano apertamente l’esito referendario, i contratti nazionali e preparano un nuovo giro di svendita del patrimonio pubblico. Nel frattempo il governo ratifica l’accordo separato in Fincantieri, assiste da spettatore alla espulsione della Fiom dalle fabbriche Fiat, non si sogna di rimettere in discussione l’art. 8 e la conseguente demolizione di fatto del contratto nazionale.

La forza con la quale il governo prosegue non deriva da un diffuso consenso popolare, bensì dalla dinamica politica che ha presieduto la sua stessa nascita. Il ricatto incrociato che paralizza le forze parlamentari, nessuna delle quali ha la possibilità di togliere il sostegno all’esecutivo, conferisce a questo governo un elevato livello di indipendenza dal contesto sociale, tale da poter esprimere in forma diretta gli interessi e il programma del grande capitale nazionale e internazionale, pressoché senza mediazioni.

In questo contesto il Pd, con il sostegno al governo “tecnico” di Monti, palesa pienamente il suo ruolo e la sua funzione di strumento politico istituzionale attraverso cui i poteri forti esprimono i loro diretti interessi. Le riforme strutturali, quali la riforma delle pensioni e del mercato del lavoro, sono necessarie alla continuità del sistema capitalistico ed alla sua ristrutturazione e non potrebbero realizzarsi senza l’appoggio del Pd che risulta determinante sia in parlamento sia nel contesto sociale e culturale per la sua funzione di normalizzatore del dissenso.

Il governo Monti e le forze che lo sostengono tentano ora di trasferire questo schema al corpo sociale, annullando ogni possibile elemento di resistenza. Al di là degli elementi di contorno che colpiscono alcuni settori delle professioni e della piccola borghesia (alcuni dei quali peraltro con pesanti ricadute sociali anche sui lavoratori, si veda ad es. la liberalizzazione delle aperture degli esercizi commerciali che strangola la piccola distribuzione e sottopone i lavoratori a cicli lavorativi sempre più insostenibili), il bersaglio grosso è il movimento sindacale.

Il Prc affronta questa fase di cambiamenti storici a partire da una situazione politica e organizzativa deteriorata; tanto più è essenziale che la nostra linea si basi saldamente sui fattori decisivi e di fondo, senza lasciarci condizionare da elementi superficiali ed episodici.

Negli anni ’90, con gli accordi di luglio 1993, le burocrazie sindacali ritennero di poter difendere il proprio ruolo e la propria esistenza dissociandolo dalle condizioni materiali dei lavoratori. Oggi anche questo schema deteriore, che ha portato i salari italiani ai livelli più bassi e il movimento sindacale a una lunga deriva concertativa, risulta intollerabile per il capitalismo italiano.

La chiave della situazione attuale sulla quale fondare la nostra azione è precisamente questa: lo scarto stridente tra la portata dell’attacco, la profondità del cambiamento in atto, e la linea attualmente dominante nel movimento operaio, incapace di porsi all’altezza della sfida. Questo elemento esiste anche a livello di massa, la coscienza diffusa è riluttante ad accettare che la crisi non è fatto temporaneo, che la fine di garanzie e condizioni acquisite da generazioni è un pericolo reale; tuttavia è nelle burocrazie, nei gruppi dirigenti sempre più staccati dalle condizioni reali e che vivono nel passato, che tale conservatorismo si esprime nella forma più chiara.

Ciò è nettamente visibile negli orientamenti assunti dal gruppo dirigente della Cgil, che continua a immaginare un dialogo ragionevole col governo, traguarda alla scadenza elettorale del 2013 come a una terra promessa, insomma fa tutto tranne che parlare ai lavoratori, spiegare la reale situazione e creare le condizioni per una battaglia in campo aperto. Ciò rende ancora più difficile l’azione della Fiom, che da una parte è protagonista di lotte prolungate e in forme radicali (Fincantieri) e dall’altra manifesta una difficoltà e un’incertezza visibili nel promuovere lotte analoghe a livello nazionale contro la Fiat e il governo, basandosi sulla forza dei lavoratori, a partire dai settori più combattivi e/o meno esposti alla crisi,

Il punto di fondo è che nonostante tutti i tentativi, nessun compromesso è possibile con questo governo, neppure sulle basi moderate e rinunciatarie alle quali sono disposti a scendere i dirigenti della Cgil (per non parlare di Cisl e Uil). Ciò che governo e padroni chiedono non è un accordo, sia pure al ribasso, ma una resa senza condizioni. Questa è la realtà che si impone con sempre maggior chiarezza a settori crescenti di lavoratori che si rendono protagonisti di vertenze che, al di là della loro maggiore o minore consistenza numerica, si caratterizzano sempre più per la diffusione di forme di lotta ad oltranza, di occupazioni, di casse di resistenza, di lotte al di fuori della “rappresentazione del conflitto” alla quale troppo spesso abbiamo dovuto assistere in passato. Si diffonde la consapevolezza che il rapporto di forza è solo quello che si conquista sul campo, in una fase nella quale non solo la sinistra politica è frantumata, ma le stesse rendite di posizione delle burocrazie sindacali sono minate fin dalle fondamenta.

È questa la lezione di Fincantieri, di Jabil, di Wagon Lits, delle cooperative Esselunga, della Elnagh e di tante e tante altre lotte sparse sul territorio; non a caso sono spesso i presidi di queste lotte a diventare punti di riferimento e sede di dibattito e di iniziativa, proprio per la debolezza o l’assenza di altri riferimenti credibili.

In questa situazione sono evidenti gli elementi di debolezza del movimento in generale, che saranno acuiti dalla crisi, ma anche i punti di dinamicità, ed è su questi che ci dobbiamo basare se vogliamo dare una prospettiva credibile di rilancio del partito e uscita dalla sua lunga crisi.

È con questa prospettiva generale che assumiamo le scadenze di mobilitazione, a partire dalla manifestazione della Fiom convocata per l’11 febbraio e dalla campagna contro l’esclusione dal gruppo Fiat.

Il cpn considera centrale per il partito l’impegno per la riuscita della manifestazione indetta per il 10 marzo a Milano dal comitato No Debito. Riteniamo fondamentale sostenere quella che ad oggi è l’unica convocazione, assieme allo sciopero di parte del sindacalismo di base per il 27 gennaio, che si pone in chiara opposizione al governo e che apre la discussione sulla necessità di rompere le compatibilità rifiutando di pagare il debito pubblico. È necessario lavorare sia alla riuscita dell’iniziativa, sia alla costruzione di un dibattito nelle forze della sinistra, dei movimenti e soprattutto nel movimento operaio e giovanile, che metta al centro l’elaborazione di una piattaforma programmatica chiaramente antisistema, al di fuori di ogni illusione di “default concordato” o di rinegoziazione del debito all’interno del quadro dato

L’impegno per le prossime scadenze amministrative deve essere legato a questo quadro: lavoriamo a costruire liste e candidature che siano espressione riconoscibile del movimento operaio, e di uno schieramento alternativo alle forze che sostengono il governo Monti, che al centro della propria piattaforma programmatica pongano i bisogni sociali, le lotte operaie e di resistenza alla crisi, il rifiuto del patto di stabilità interno e la difesa ed estensione della gestione dei servizi pubblici e delle utilities. È questa l’unica proposta credibile per dare consistenza alla battaglia per la difesa dell’esito referendario, apertamente minacciato dall’attacco del governo sulle liberalizzazioni e che non può essere difeso solo con scelte affidate alle amministrazioni locali all’interno di vincoli di bilancio che rendono obbligata la via delle dismissioni e dei tagli.


Mara Armellin, Franco Bavila, Claudio Bellotti, Claudio Bettarello, Donatella Bilardi, Maria Lucia Bisetti, Serena Capodicasa (cng), Pasquale D’Angelo, Leda Di Santo, Antonio Erpice, Lucia Erpice, Alessandro Giardiello, Francesco Giliani, Patrizia Granchelli, Luisa Grasso, Domenico Loffredo, Simona Lorenzoni (cng), Lidia Luzzaro, Mattero Malerba, Antonello Manocchio, Luigi Minghetti (cng), Sonia Previato, Claudia Rancati, Jacopo Renda, Dario Salvetti, Sandro Targetti, Marco Veruggio, Ilic Vezzosi

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