Contro la deriva governativa - Falcemartello

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Contro la deriva governativa

Per l’indipendenza politica da Prodi

 La discussione aperta nella Direzione nazionale del Prc segna la fine di una fase politica. La strategia del terzo congresso, cioè la "collaborazione conflittuale" con il governo Prodi, è ormai al capolinea. Non importa quante settimane o mesi dovranno passare prima che questo fatto divenga evidente, oramai il conto alla rovescia è cominciato. Con questa strategia è giunta al termine anche la maggioranza espressa da quel congresso.

Qual è il fatto nuovo, decisivo, di questo dibattito? In primo luogo è l’emergere, per la prima volta dal 1995, di una posizione rappresentata ai massimi livelli del partito e in primo luogo da Cossutta, che critica da destra, da un punto di vista moderato, la linea del partito.

 


 

Lasciando da parte la fraseologia, la proposta di Cossutta si limita a un solo punto: impedire a tutti i costi che il Prc venga estromesso dalla coalizione di governo. Non a caso nell’indicare in un’intervista al manifesto i casi in cui il Prc potrebbe decidere di votare contro l’Ulivo, Cossutta ne ha indicati solo due, e cioè nel caso di guerra contro l’Irak e nel caso che si approvasse una legge elettorale diretta contro di noi (per esempio il doppio turno). Questa posizione equivale a una dichiarazione di resa: infatti significa dire all’Ulivo che il Prc non romperà col governo fino a quando il governo stesso non deciderà di escluderci dalla maggioranza. A cosa si riduce la proposta di Cossutta per rovesciare l’attuale corso del governo? "Insistere per condizionare, premere, correggere" e infine il famoso "tirare la corda, ma senza romperla". Insistere…

Due anni di coalizione hanno fatto crescere al centro e in periferia l’esercito di consiglieri comunali, regionali, provinciali, assessori, ecc., grazie alla generalizzazione degli accordi elettorali con l’Ulivo, alimentando la presenza di coloro che ritengono oramai il Prc un partito "rispettabile" e "responsabile", buono come altri per costruirsi una carriera politica e istituzionale.

Una buona parte di questi compagni ritiene che il partito sia una macchina al servizio delle campagne elettorali, e dopo la crisi di governo di ottobre e soprattutto dopo la sconfitta elettorale delle amministrative, in cui hanno visto messe a rischio tutte le loro prospettive, hanno gridato "mai più!". Basta estremismo, basta "massimalismo", basta conflitti! Con questo grido di battaglia hanno aperto lo scontro al vertice del partito, trovando nel compagno Cossutta un autorevole capofila.

Se si affermasse questa linea il Prc correrebbe un rischio mortale. Diciamo con chiarezza che con queste posizioni non cerchiamo nessuna "sintesi": esse devono essere sconfitte politicamente attraverso un dibattito che attraversi l’intero corpo militante del partito.

Il nostro obiettivo, tuttavia non può essere semplicemente giungere a una votazione, e magari a qualche cambiamento nella composizione degli organismi dirigenti. Il nostro obiettivo deve essere quello di combattere le idee, le teorie e la cultura che alimenta questa opposizione moderata. Ci riteniamo impegnati in prima persona in questa battaglia che crediamo possa aprire la strada a un cambio di rotta nel partito. Proprio per questo, tuttavia, pensiamo che sia scorretto un atteggiamento che si limiti magari a indicare un "capro espiatorio" delle difficoltà del partito. Ricordiamoci dell’esperienza dei comunisti unitari: se oggi quel tipo di idee risorgono nel Prc, significa che la battaglia di allora, che giunse fino alla divisione organizzativa, non riuscì a sradicare quel tipo di concezioni che oggi, in forma di poco mutata, vediamo riproporre.

 

È necessario un bilancio serio

 

Da due anni abbiamo avvertito dell’inevitabilità del risorgere di una corrente moderata nel Prc. "Esiste un intero settore del Prc, che si è manifestato più o meno apertamente in numerosi interventi, [nei congressi dei circoli – NdR] che propone argomenti come ‘dobbiamo cominciare a entrare nell’apparato dello Stato’, che si considera parte organica della maggioranza di governo. Questa ‘destra dormiente’ non ha oggi nessun problema a votare per Bertinotti; questi elementi non disdegnano per nulla la fraseologia radicale che considerano un utile schermo alle loro aspirazioni ‘uliviste’. Quale ruolo giocherà in futuro questo settore nella vita del partito? Ecco una domanda che ci piacerebbe porre la compagno Bertinotti, al quale evidentemente non crea imbarazzo vedere che oggi tutti questi elementi sono disposti a sottoscrivere anche il ‘superamento del capitalismo e la ‘crisi del riformismo’ di cui parla la prima mozione, purché nessuno li disturbi nei loro posticini nel’apparato amministrativo, sindacale ecc." (FalceMartello, 28/11/96).

E sei mesi dopo: "Con la sua politica Bertinotti spalanca le porte a un ritorno in forze, in futuro, di una corrente moderata nel partito. Già da ora possiamo dire che qualsiasi ipotesi di rottura fra Prc e Ulivo deve fare i conti in partenza con la possibilità di una contemporanea frattura all’interno del Prc." (FalceMartello 29/6/97).

Crediamo che il primo dovere del segretario sarebbe quello di tracciare un bilancio serio e onesto di questi due anni, un bilancio che finalmente non tenti di ammorbidire i fatti, ma di comprenderli.

La lista dei nostri cedimenti nei confronti del governo Prodi è lunga, lunghissima. Non è accettabile la posizione di Bertinotti che si limita a criticare il corso seguito dal governo nei mesi successivi alla crisi di ottobre, tentando di sottacere gli effetti negativi della politica di Prodi prima di ottobre. Citiamo solo alcuni punti decisivi: controriforma della scuola pubblica con tagli e apertura all’autonomia scolastica, cedimento parziale sulle pensioni (autunno ‘97), cedimento sostanziale sulle privatizzazioni decisive, appoggio acritico alla "mediazione" del governo sul contratto dei metalmeccanici, pacchetto Treu e introduzione del lavoro interinale… Qualcuno può forse negare che tutto questo abbia seriamente ostacolato il radicamento del partito e la sua capacità di incidere nei movimenti sociali?

Dopo due anni di collaborazione governativa ci troviamo con un partito diviso al vertice, con una scissione alla nostra sinistra, calo elettorale, calo della militanza attiva. Ma soprattutto è l’analisi dei rapporti di forza che condanna la politica seguita finora: infatti, non solo non avanziamo rispetto al Pds, ma subiamo le incursioni di quel partito nella nostra base sociale ed elettorale. Se si apriranno delle contraddizioni fra Pds e governo, o fra sindacato e governo, questo avverrà non grazie alla nostra politica, ma nonostante questa.

 

La lotta per l’egemonia a sinistra

 

Nel dibattito devono quindi entrare tutti i temi decisivi che dal congresso in poi sono stati estromessi dalle nostre discussioni. Come è possibile riprendere le fila di un processo di radicamento che era in corso e che in questi due anni si è arenato? In primo luogo è necessario partire da una valutazione realistica e accurata dei rapporti di forza attuali. Ci piaccia o meno, dobbiamo prendere atto del fatto che nonostante tutte le nefandezze del "governo amico", in questi due anni a logorarsi è stato in primo luogo il nostro partito. Capire questo significa anche capire che la rottura con il governo, che rimane secondo noi una precondizione per riprendere il percorso di costruzione del partito, non sarà il toccasana, né per noi né per la classe lavoratrice in generale. Dunque il Pds ha mantenuto e, per certi versi rafforzato la sua egemonia a sinistra. È del tutto infantile tentare per così dire di "consolarsi" di questo fatto spiacevole limitandosi a definirlo un partito "liberale", come oramai è luogo comune nei discorsi di Bertinotti. Questa è una definizione priva di qualsiasi base scientifica. Si dice che il Pds si è "sradicato dal solco delle socialdemocrazie e del movimento operaio"; resta allora da spiegare come e perché dei "liberali" riescono ad esercitare un’influenza determinante sui settori decisivi dei lavoratori organizzati di questo paese, sui sindacati largamente maggioritari, ecc. Resta anche da spiegare perché, se il Pds è un partito "liberale", i liberali più conseguenti al suo interno, a partire da Veltroni, non sono alla guida del partito, ma sono continuamente messi in minoranza. Il corollario di queste analisi impressionistiche è l’esaltazione del buon Jospin contrapposto ai "liberali" D’Alema e Blair.

L’errore di questa posizione è di fare un’analisi astratta del Pds. Il capitalismo negli anni ’90 ha eroso gran parte dei margini economici che hanno permesso le riforme degli anni ’60 e ’70. Questa è la causa fondamentale della deriva a destra del Pds e del sindacato. Bisogna però capire tutte le implicazioni di questi processi. Senza una crescita economica consistente non vi possono essere riforme durature, ma senza riforme non può esistere una politica riformista. Tuttavia questi apparati mantengono un radicamento di massa fra i lavoratori organizzati, e questo è il fattore decisivo che deve determinare la nostra politica nei loro confronti. Il "riformismo senza riforme" di D’Alema e Cofferati entrerà inevitabilmente in conflitto con le aspirazioni dei lavoratori. A questo proposito, proprio l’esempio francese dovrebbe farci riflettere. Il partito socialista francese è stato, dalla metà degli anni ’80 in poi, uno dei capofila dell’evoluzione moderata di tutta l’internazionale socialista, e si è ampiamente compromesso nel portare avanti la politica della borghesia francese. Se oggi Jospin è (temporaneamente) costretto a portare avanti alcune riforme e a sfidare le ire della Confindustria francese, questo non si deve a una qualche diversità "genetica", o culturale o sociologica da D’Alema o Blair, ma si deve all’onda lunga del movimento del dicembre 1995, che ha trasformato da cima a fondo l’ambiente nella società francese, aprendo la strada a nuovi conflitti sociali (camionisti, disoccupati, ecc.). È bene ricordare che in quel movimento il Psf non ebbe nessuna parte di rilievo, e anzi assunse un’atteggiamento da spettatore dichiarando di non voler "interferire" in una lotta sindacale.

Le difficoltà attuali del partito non devono farci perdere di vista il processo fondamentale che si sta sviluppando sotto i nostri occhi. Questo processo è costituito dalla crescita della delusione, della frustrazione e dell’opposizione verso questo governo da parte di settori sempre più ampi di lavoratori. È forse un caso quello che sta accadendo nelle ferrovie? O il fatto che il sindacato decida di convocare uno sciopero generale (rituale e calata dall’alto finché si vuole, si tratta pur sempre di una mobilitazione) nella Campania? Questi episodi sono indizi dei processi sotterranei che si sviluppano fra le masse, sono le prime, piccole crepe che si aprono nella cappa di passività che il governo, grazie alla collaborazione decisiva dei dirigenti sindacali e del Pds, è riuscito finora a imporre sulla classe lavoratrice. La capacità del governo Prodi di disciplinare i lavoratori, di far passare senza opposizione la politica di Maastricht comincia ad esaurirsi. Il nostro compito in questa fase deve essere quello di lavorare pazientemente, in primo luogo alla base del movimento sindacale, per ritessere le fila dell’opposizione, fabbrica per fabbrica, categoria per categoria, senza assumere un atteggiamento ultimatistico verso i lavoratori, ma aiutando gli attivisti e gli elementi più avanzati in questo processo complicato.

Da questo punto di vista, tutta la discussione avuta in direzione su "movimento" e "istituzioni" è pervasa da un’atmosfera di irrealtà. Mettiamoci in testa una volta per tutte che il movimento non lo crea il partito, che mille, diecimila o cinquantamila militanti del Prc che prendono parte a una manifestazione di piazza non sono il movimento; è ora di finirla con una discussione che parla del movimento in tutte le salse ma che è incapace di capire il nostro intervento reale nei movimenti reali. Qual è stato il nostro intervento nella lotta dei metalmeccanici? E nei movimenti studenteschi? Quali sono gli strumenti con i quali vogliamo intervenire fra i ferrovieri oggi sotto attacco? Quali sono i settori della classe in cui stanno maturando le contraddizioni maggiori? Con quali parole d’ordine, con quali proposte politiche, tattiche, organizzative possiamo intervenire in questi settori? Questa è la discussione di cui avremmo bisogno, ma tutto questo rimane un libro chiuso nell’analisi di Bertinotti.

Perché tutti questi punti decisivi rimangono fuori dal dibattito? Al fondo di tutto c’è una concezione sviluppata nella crisi di ottobre, secondo cui oggi la lotta di classe si esprime in una delega passiva che i lavoratori fanno al nostro partito affinché li rappresenti in parlamento.

La "lotta di classe per delega", checché se ne dica oggi, non è la novità del terzo millennio. È una legge della politica che i lavoratori, sia come singoli che come classe, cerchino sempre di seguire la via apparentemente più semplice, la via del minimo sforzo. Detto per inciso, questa delega si esercita in modo decisivo verso D’Alema e Cofferati, e solo in seconda istanza verso il nostro partito, considerato, guardiano e "coscienza critica" del governo. È forse così strano? Al contrario, è un fenomeno perfettamente comprensibile, che fu previsto con largo anticipo da chi scrive. Il problema decisivo è che questa fiducia dei lavoratori è del tutto malriposta: nè D’Alema, né Cofferati possono oggi garantire le conquiste del passato, né tantomeno portarne di nuove. È ovvio che la presa di coscienza di questo fatto è un processo lungo, complesso e anche doloroso, perché implica rimettere in discussione tutte le idee che negli ultimi tre anni, dal governo Berlusconi in poi, sono state il luogo comune dominante, non solo fra la massa dei lavoratori, ma anche fra una parte non secondaria dei militanti, dei quadri politici e sindacali, dei delegati, ecc. Come si può negare che questo processo sia reso molto più complicato dalle posizioni assunte dal partito? Se invece di spiegare ai lavoratori che la loro fiducia è malriposta, invece di indicare una strada alternativa accettiamo e alimentiamo l’idea di questa delega, il messaggio che lanciamo, inevitabilmente, è il seguente: dove non arriva D’Alema, dove non arrivano Cofferati e D’Antoni, arriviamo noi. Su queste base, è ovvio che ogni volta che arriviamo ai ferri corti con la maggioranza, o col vertice sindacale, non ci possa capire più nessuno.

Ma, cari compagni, non date la colpa ai lavoratori dei vostri errori, non date la colpa ai lavoratori per la confusione che voi stessi avete seminato!

 

Riforme e rivoluzione

 

La prospettiva che abbiamo di fronte è quella di una lotta lunga e paziente per risalire la china lungo la quale siamo scivolati in questi anni. Diamo atto a Bertinotti di avere, dopo due anni, espresso la necessità di riprendere il dibattito strategico su due terreni decisivi e connessi fra loro. Da un lato, ci si propone la questione di un programma che definisca la natura del partito; dall’altro solleva la questione del rapporto fra riforme e rivoluzione. È un fatto altamente positivo che dal segretario vengano queste sollecitazioni, perché troppe volte in questi ultimi anni abbiamo constatato che il solo parlare di questi temi suscitava la reazione stizzita di numerosi compagni, quasi che si trattasse di dibattiti che ostacolano la vita del partito. Tuttavia Bertinotti si è limitato ad enunciare la necessità di questo dibattito, senza entrare nel merito della discussione. In questa fase, ci dice Bertinotti, riforme e rivoluzione sono entrambi "immaturi", e quindi entrambi "attuali". Che conclusioni possiamo trarre? Su queste basi si può giungere a qualsiasi conclusione! A nostro avviso il problema della rivoluzione si pone precisamente perché è finita oramai da anni la fase delle grandi riforme.

Questo deve essere il punto di partenza per la discussione su quello che Bertinotti chiama un programma "che sappia esprimere la natura di fondo del partito". Alla campagna del "libro nero del comunismo", dice il segretario, non si può rispondere con un "noi non c’eravamo". Giustissimo! Ma ancora una volta ci si limita a indicare il problema, senza indicare neppure una direzione di analisi. Non è neppure pensabile una risposta a questi questiti che eluda il tema fondamentale della rivoluzione russa, della sua degenerazione che ha portato come sbocco ultimo l’attuale processo di restaurazione del capitalismo.

Al tempo stesso è lo sviluppo stesso delle contraddizioni del capitalismo che ci riporta a questi temi fondamentali. La crisi asiatica, la nuova corsa imperialista verso una nuova spartizione del mondo, i conflitti regionali e locali che essa alimenta sempre di più, lo stesso progetto di Maastricht ci ricordano ad ogni passo una verità proclamata dal marxismo per 150 anni, e troppe volte dimenticata: le forze produttive, l’industria, il commercio, le comunicazioni, la finanza hanno ampiamente superato i confini degli stati nazionali, e degli stessi blocchi continentali (Unione europea, Nafta, ecc.). Proprietà privata dei mezzi di produzione e confini nazionali sono oggi due camicie di forza che, se non vengono abbattute, possono spingere l’economia mondiale verso una nuova fase di conflitti ancora più catastrofici di quelli visti nella prima metà del secolo con due guerre mondiali. Oggi le analisi della cosiddetta mondializzazione non fanno che rimasticare quanto scritto nel Manifesto del partito comunista di 150 anni fa, ma con un limite decisivo: infatti nessuno dei teorici della "globalizzazione" si pone una domanda decisiva: quale deve essere la risposta a questo processo? Quali forze sociali possono opporvisi, e con quale prospettiva storica? Non a caso tutti questi signori, compresi i più radicali, si scagliano sempre contro il "liberismo", altrimento detto "neoliberismo", ma non parlano mai di capitalismo. La loro opposizione si limita alla denuncia, ma quando tentano di passare da questa alle proposte in positivo, scivolano irrimediabilmente nel nazionalismo, in un tentativo perso in partenza di ripristinare il ruolo presuntamente "progressista" degli stati nazionali come possibili veicoli di politiche riformistiche come quelle degli anni ’60 e ’70. Ridotta all’osso, tutta l’ideologia anti-globalizzazione, che pure sa a volte essere molto efficace nelle sue denunce, si riduce alla nostalgia per un passato di cui non si vuole accettare la scomparsa. Ecco perché da queste analisi scompare completamente il concetto di crisi del capitalismo, scompare qualsiasi valutazione sui limiti di questo sistema, mentre tutto viene ricondotto alle perfide "politiche neoliberiste" le quali pare cadano dal cielo solo per la cattiveria della borghesia.

Le dichiarazioni generiche su "riforme e rivoluzione" devono una volta per tutte scendere dalle nuvole e collegarsi al terreno reale su cui cammina il partito. Non è pensabile che da un lato nei nostri convegni discutiamo la "fine del riformismo" e il rapporto fra riforme e rivoluzione, e dall’altro, di fronte alle masse, andiamo a sbandierare le nostre richieste di "uno scatto riformatore" (precisamente!) da parte del governo. Su questa strada non si fa che confondere il partito e i lavoratori.

Certo, i lavoratori si aspettano da questo governo delle riforme. Sappiamo perfettamente che questa attesa e questa aspettativa non possono venire cancellate solo perché la propaganda dei comunisti mette in guardia contro queste illusioni. È quindi necessario sviluppare un ragionamento serio su come affrontare questa complicazione tattica, determinata dal ruolo del Pds e del sindacato nella coalizione di governo. Ma prima di scendere sul terreno della tattica, è necessario ragionare sulle prospettive generali.

La fase attuale di pace sociale non ha forti radici materiali; non sono le inesistenti riforme di Prodi a garantire la stabilità di questo governo, non sono cambiamenti decisivi nell’economia, nella realtà materiale che vivono i lavoratori e in generale le classi popolari di questo paese, anche se la modesta ripresa economica di questi tre anni ha certamente influito sul clima sociale. Molte delle illusioni seminate due anni fa verso il governo Prodi sono andate disperse. Allora, su cosa si fonda l’attuale equilibrio? La risposta non può che essere una: sull’inerzia storica, sul conservatorismo che inevitabilemente caratterizza una fase di passaggio come quella attuale. Sono gli stati d’animo di due, tre anni fa, maturati con l’esperienza del governo Berlusconi e del periodo successivo, che ancora garantiscono a D’Alema e Cofferati un margine di manovra sufficiente per sostenere la politica antipopolare di Ciampi e compagnia.

 

Due ipotesi sulle prospettive

 

Quanto può durare ancora questo stallo? Per rispondere proviamo a fare due ipotesi alternative.

Prima ipotesi: D’Alema e Cofferati, sotto le pressioni dei lavoratori e del nostro partito, cominciano a spingere energicamente sul governo (di cui, non dimentichiamolo, sono pilastri fondamentali) perché si faccia una buona legge sulle 35 ore, per fermare le privatizzazioni, per un piano straordinario di intervento nel mezzogiorno, e via di seguito. Non c’è nessun dubbio che di fronte a una simile svolta l’esecutivo entrerebbe rapidamente in crisi. Ci sarebbe una levata di scudi del padronato e della destra, che troverebbe ben presto un’eco all’interno dell’Ulivo, in primo luogo nei partiti di centro, ma anche nell’ala "ulivista" del Pds. A loro volta i lavoratori sarebbero spinti a mobilitarsi per sostenere le riforme, vi sarebbe un crescendo di manifestazioni, scioperi, ecc. In poco tempo si creerebbe un clima di conflitto sociale aperto in tutto il paese, che farebbe inevitabilmente sprofondare l’attuale coalizione spaccandola in due, e probabilmente dividendo lo stesso Pds, dove la destra veltroniana tenterebbe di giocare il ruolo di cavallo di troia della borghesia.

Seconda ipotesi: si continua sull’andazzo attuale: nuovi tagli "per restare nella moneta unica, che ci è costata tanti sacrifici", proseguimento dell’offensiva già avviata su tutti i terreni: privatizzazioni, tagli allo stato sociale, controriforma nella scuola, ecc. Per quanto tempo pensiamo che questa politica potrebbe continuare senza che ad un certo punto scoppi la risposta dei lavoratori? La capacità di condizionamento del Pds e dei vertici sindacali è certo grande, ma non è infinita. Se lo pensassimo, faremmo meglio a chiudere baracca e burattini e ad abbandonare la lotta politica. Dunque con più o meno ritardo, con più o meno passaggi, sarebbe inevitabile una reazione da parte della classe, una reazione tanto più esplosiva quanto più a lungo venisse ritardata. Anche quest’altro scenario porterebbe alla fine dell’attuale coalizione, poiché l’Ulivo e il Pds al governo vengono accettati dalla classe dominante solo fintanto che garantiscono la pace sociale.

Ma, ci domandano certi pessimisti di professione, cosa succede se i lavoratori non si muovono? Se, contro tutte le probabilità, il governo riuscisse a continuare sulla strada attuale per ancora due o tre anni, senza una reazione significativa da parte del movimento operaio, la conclusione inevitabile sarebbe il logoramento progressivo nel-l’appoggio al Pds e anche al Prc, che porterebbe a porre la questione di sloggiare la sinistra, indebolita, divisa e disorientata, dalla maggioranza e passare a un governo più direttamente legato alla grande borghesia, che saltasse la politica di mediazione con l’apparato sindacale che costituisce il metodo fondamentale del governo Prodi. Ma anche in questo caso non sarebbe aperta una prospettiva di pace sociale, al contrario. Dopo un inziale disorientamento, che potrebbe durare più o meno a lungo a seconda di molti fattori che ora è impossibile prevedere, la classe lavoratrice sarebbe inevitabilmente costretta a riprendere la strada della mobilitazione, con un processo simile a quello visto in Francia dopo la sconfitta elettorale delle sinistre nel 1995.

In ogni caso, dunque, l’epoca della pace sociale va a terminare. Questo tema è completamente assente dalle analisi di Bertinotti, e non a caso. La realtà è che tutta la discussione è permeata da una profonda sfiducia nella classe lavoratrice, da una profonda sfiducia nelle capacità del movimento operaio di uscire dall’attuale palude e di riprendere la strada delle mobilitazioni. È sulla base di questa sfiducia che fioriscono tutte le teorie sulla ricerca dei "nuovi soggetti", siano i centri sociali o altri, ai quali affidare il futuro del partito. Questo movimentismo informe, sempre alla ricerca di qualcuno o qualcosa in cui disperdersi, sempre pronto ad annacquare l’identità politica del partito, appare a volte molto radicale, ma nasconde una sostanziale sfiducia, e un’impazienza opportunistica, sempre alla ricerca del risultato "qui e ora". Su queste basi avremo un partito eternamente incapace di capire i flussi e i riflussi della lotta di classe, incapace di prevedere gli avvenimenti e di guidarli, ma al contrario sempre a rimorchio degli avvenimenti stessi.

 

La crisi della sinistra del partito

 

Di fronte alla divisione che attraversa verticalmente la maggioranza congressuale, sorge spontanea una domanda: per quale motivo la sinistra interna, che pure aveva preannunciato molti dei guasti che oggi sono sotto gli occhi di tutti, non esce rafforzata, ma al contrario va in pezzi in modo speculare alla maggioranza?

La risposta va ricercata nella natura politicamente primitiva di questa sinistra, e in primo luogo nell’atteggiamento scorretto assunto nella vita di partito dai suoi dirigenti. In questi due anni il compagno Ferrando, e con lui molti altri, hanno praticato un’opposizione puramente letteraria, che consisteva unicamente nel riproporre ad ogni discussione il tema dell’uscita del partito dalla maggioranza. Salvo rare eccezioni, la sinistra del partito non si è mai seriamente impegnata nel duro lavoro di "sporcarsi le mani" scendendo sul terreno complicato del radicamento, dell’intervento fra le masse, del dibattito programmatico, strategico e tattico.

Quello che era necessario, dopo il congresso, era prendere atto del fatto che la sinistra non era all’altezza di proporsi come una direzione alternativa, sia per il suo insufficiente radicamento, sia per la sua disomogeneità politica, e lavorare pazientemente per superare
questi limiti.

Questo significava innanzitutto approfondire il dibattito sui temi che il congresso aveva lasciato aperti, che poi in larga misura sono quelli dell’attuale discussione; in secondo luogo bisognava sviluppare un lavoro di radicamento fra i giovani,
nel movimento sindacale, ecc. tale da creare un terreno più avanzato per questo dibattito, che impedisse che la sinistra si isterilisse in una discussione accademica.

Ma soprattutto era necessario capire che dopo il congresso non si poteva pensare ad un’avanzata regolare e senza soste della sinistra, che era necessario mettere in conto un periodo di stallo, come conseguenza dell’ambiente generale nel movimento operaio e nel partito stesso, un periodo di cui si doveva approfittare per consolidare e approfondire la battaglia congressuale, mantenendo aperto un dialogo con i militanti della maggioranza.

Cosa si è fatto invece? Ci si è limitati ad alimentare l’attesa mistica che gli "errori della maggioranza" avrebbero automaticamente portato ad una crescita dell’opposizione interna, facendo ogni sorta di concessioni a una fascia di compagni che, non vedendo la possibilità di continuare la battaglia nel partito, cominciava a parlare di uscirne. Contro il pericolo di scissione non si è fatta nessuna seria battaglia, in particolare non l’ha fatta il compagno Ferrando, il quale ha preferito spendere la sua autorità nell’organizzare azioni plateali (l’uscita dal Cpn del luglio ’97, la presenza di uno spezzone lillipuziano "della sinistra" alla manifestazione nazionale di ottobre ’97, ecc.) illudendo e illudendosi sul fatto che "migliaia di compagni" della maggioranza già immediatamente dopo il congresso fossero "in fase di rpensamento" e sulla strada di aderire alla sinistra.

Con questa prospettiva del tutto errata ha premuto senza sosta affinché si promuovessero associazioni legate alla seconda mozione, che organizzassero, pensate un po’, una "manifestazione" contro la finanziaria di quest’anno. Quando poi nulla di tutto questo si è avverato, una parte dei compagni della sinistra, compresi due membri della Direzione nazionale, ha ceduto all’impazienza organizzando una scissione sciagurata che ha sottratto centinaia di militanti validi al dibattito odierno.

Nè si può dire molto meglio di altri eminenti compagni che, pur non condividendo tutto questo, hanno preferito non esporre pubblicamente le loro critiche, scegliendo la strada delle trattative private, del "penso una cosa, ne dico un’altra e ne faccio una terza".

Non ci possiamo stupire, quindi, se oggi dopo aver subìto un’amputazione a sinistra per colpa di una politica settaria, quello che rimane della sinistra del congresso rischia di subirne un’altra a destra, che si manifesta nella evidente tentazione di accodarsi a Bertinotti nel tentativo di formare una nuova maggioranza nel partito a spese di Cossutta da un lato e di Ferrando dal’altro (vedi l’intervento del compagno Maitan in direzione nazionale). Questo metterebbe la parola fine a un percorso che è ormai largamente compromesso dagli errori passati.

Crisi della maggioranza, crisi della minoranza… Da questa strettoia potremo uscire positivamente solo se ci sarà l’intervento deciso in primo luogo di quei settori operai e giovanili che sono il cuore del partito, e che da due anni vedono ridursi la loro influenza nella vita del partito. Questo contributo è rivolto innanzitutto a questi compagni, a coloro che in questi anni hanno visto inaridirsi la vita politica dei circoli e che cercano ora una via per ribaltare una situazione compromessa. Solo se ci sarà questo intervento si potrà tramutare la crisi attuale in una ripresa della rifondazione comunista.

(20/3/98).