Dibattito della sinistra - Falcemartello

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Due contributi

Nel congresso del partito, come compagni sostenitori di questo giornale non ci siamo limitati a sostenere il documento alternativo "Per un progetto comunista" ma abbiamo voluto contribuire al dibattito proponendo due emendamenti a questo documento. Due emendamenti pubblicati in queste pagine, che sono stati proposti in vari congressi di circolo e federali.

Il primo emendamento "Le contraddizioni del centrosinistra e la lotta per l’egemonia" tratta delle contraddizioni che si insinuano nella socialdemocrazia coinvolta nel governo e la nostra tattica elettorale verso di essi; questo emendamento è spiegato in modo più approfondito nell’inserto speciale contenuto nelle pagine di questo numero del giornale.

Il secondo emendamento riguarda il dibatto sindacale, che come è noto taglia trasversalmente le due mozioni congressuali.

Si sta creando una situazione assai pericolosa, che deriva dalla frustrazione di molti quadri del partito per gli insuccessi nel campo sindacale. Su questi sentimenti fa leva un rinnovato tentativo in alcune federazioni di spingere tutti i comunisti fuori dalla Cgil in una o l’altra delle sigle extraconfederali. Le tesi di maggioranza giocano col fuoco quando affermano posizioni quali la seguente: "Questa ulteriore involuzione sindacale ci pone di fronte a scelte difficili e gravi, che proprio per questo non sopportano banali semplificazioni", posizioni che incoraggiano sottobanco la spinta all’uscita dalla Cgil al tempo stesso deresponsabilizzando completamente il gruppo dirigente delle scelte che si portano avanti a livello locale.

Purtroppo dobbiamo dire che anche le tesi della sinistra, che pure contengono una valida critica sul passato, non danno affatto risposte chiare su cosa fare ora. Il motivo di questa debolezza è semplice. Le tesi non sono state scritta partendo dalla reale situazione del movimento sindacale e dell’intervento dei comunisti, ma sono state scritte tentando di "mettere d’accordo" tutti i compagni della sinistra del partito i quali, al contrario, hanno posizioni diverse su questo argomento. La conseguenza è che le proposte avanzate sono in gran parte astratte, in particolare quella della "costituente di un sindacato classista, unitario, confederale, democratico e di massa".

Nella sinistra del partito sono presenti centinaia di compagni impegnati sul terreno sindacale, sia confederale che extra confederale; eppure è facile prevedere che quelli che si proveranno a formare questi fantomatici, "comitati per la costituente" si conteranno sulle dita di due mani; ed è altrettanto facile prevedere che quelli che ci si proveranno aggregheranno poco o nulla.

Per invertire questa logica, che privilegia un’unità di facciata a scapito del dibattito aperto e soprattutto a scapito del lavoro reale di radicamento della sinistra, abbiamo tentato di dare un primo contributo col nostro emendamento.

Questi emendamenti sono stati presentati inizialmente dai compagni:

Claudio Bellotti, Alessandro Giardiello, Sonia Previato, Fortunato Lania, Dario Salvetti (Milano) Roberto Sarti (Torino), Gabriele Donato, Elisabetta Rossi (Udine), Luca Paltrinieri (Modena) Francesco Merli, Mario Iavazzi, Carlo Simoni (Bologna) Corrado Arveda (Ravenna), Ion Udroiu, Jacopo Estevan Renda (Roma) Giuseppe Letizia (Caserta).

Emendamenti presentati al documento "Per un progetto comunista"

Emendamento ai paragrafi "Il centro sinistra, formula privilegiata della grande borghesia, L’apparato Ds come agenzia delle classi dominanti nel movimento operaio", "Il Prc alternativo al centrosinistra come polo autonomo di classe" e "Per un’opposizione di classe al governo D’Alema, oggi e domani"

Le contraddizioni del centrosinistra e la lotta per l’egemonia

Alle proprie necessità di classe la borghesia risponde con un’azione strategica dislocata su piani diversi ma complementari: - la riorganizzazione dello Stato, in funzione di un più stabile assetto istituzionale antioperaio e antipopolare; - Il bipolarismo politico in funzione della stabilità di governo e della compressione delle rappresentanze autonome delle classi subalterne.

La scelta del centrosinistra da parte delle classi dominanti è stata dettata in primo luogo dalla ricerca della pace sociale come elemento centrale per far passare il loro programma. L’esperienza delle mobilitazioni del ’94 in Italia e del ’95 in Francia ha in qualche modo reso obbligata questa scelta per tutta una fase, dato che le destre avevano provato sul campo la loro incapacità di gestire sia una concertazione stabile, sia uno scontro risolutivo che fosse per loro vincente. Dall’altra parte, l’involuzione ulteriore subìta in questi anni dal Pds ha spalancato le porte a questa scelta del capitale. La cultura di riferimento della larga maggioranza del gruppo dirigente dei DS ha conosciuto una deriva liberale, segnata dal distacco per molti aspetti dalla stessa tradizione riformista della socialdemocrazia. Si tratta peraltro del riflesso italiano dell’evoluzione liberaleggiante di parte importante della socialdemocrazia europea. Ma i DS non sono solamente un insieme di culture, programmi e politiche. L’apparato burocratico dei DS, nell’insieme della sua espressione politica e sindacale, è il principale strumento di controllo della classe operaia e delle sue potenzialità di conflitto. Il radicamento sociale dei DS presso le masse politicamente attive è esattamente funzionale a tale scopo. E tale controllo sulla classe lavoratrice resta il fattore di perdurante diversità tra i DS e un partito liberale tradizionale. Peraltro proprio per questo l’apparato DS è utile alla borghesia e indispensabile al centrosinistra: è individuato come unico possibile garante, tra le masse, di una politica concordata di sacrifici e restrizioni. Simmetricamente è questa la stessa dote contrattuale che i DS portano alle classi dominanti e al loro Stato per ottenerne il riconoscimento politico ed accrescere il peso del proprio apparato burocratico nel sistema borghese.

Il capitale finanziario sostiene attivamente questo governo per proprie prioritarie ragioni di classe: a) Il governo D’Alema segna una rassicurante continuità di fondo, politica e programmatica col governo Prodi. Una continuità materializzata dalla legge finanziaria e più in generale dal proseguo delle politiche di risanamento, flessibilità, privatizzazioni, con nuovo travaso di imponenti ricchezze nelle mani del grande capitale. Le scelte del governo in ordine alla liberalizzazione/privatizzazione dell’ENEL, alla legislazione sugli straordinari, alla scuola, segnano peraltro un significativo rafforzamento, nella continuità, della politica borghese del centrosinistra. Il quale, libero dalla necessità di negoziare il proprio programma col nostro partito, può procedere sulla medesima strada con maggiore linearità.

b) La composizione ministeriale dell’esecutivo dà al programma del governo una particolare "credibilità". La conferma dei ministri economici del governo Prodi, il valore aggiunto di un nuovo ministro del lavoro (Bassolino) che ha fatto della propria giunta napoletana un laboratorio avanzato delle politiche di concertazione; il ritorno ministeriale di Giuliano Amato, già sperimentato sul campo come ariete di sfondamento contro le pensioni; rappresentano un elemento importante dell’apprezzamento borghese. Ma è soprattutto la figura e il ruolo di Massimo D’Alema ad incarnare, entro la formula del centrosinistra, le aspettative della borghesia: il leader della socialdemocrazia italiana, proprio in quanto riferimento maggioritario del movimento operaio, si presenta come il capo di governo più idoneo a garantire la continuità della pace sociale.

c) Proprio la ridefinizione e il rilancio del patto sociale è il promettente biglietto d’esordio del nuovo governo. La concertazione viene estesa ai sindaci sia come terminali politici sia come rappresentanti di interessi locali in forte crescita (v. municipalizzate); viene estesa al cosiddetto "terzo settore" (no profit) e cioè a quel coacervo di ben robusti interessi che è cresciuto all’ombra della demolizione dello stato sociale e ambisce da tempo ad un maggior peso politico ed economico; viene estesa più direttamente che in passato al variegato mondo delle corporazioni piccole medio borghesi, prodighe infatti di elogi inediti verso il centrosinistra. La socialdemocrazia mira dunque ad assicurare all’imperialismo italiano una più solida base sociale di supporto entro il sistema di coinvolgimento di una più ampia platea di soggetti. E’ il terreno su cui il governo ottiene il pieno coinvolgimento della CISL e la subordinazione piena, sempre più netta, della burocrazia CGIL.

L’apparente monolitismo del blocco governativo, tuttavia, non deve nasconderci le profonde divisioni che lo minano alla base. Il pieno coinvolgimento dei Ds in una politica di controriforme porterà a medio termine a riaprire le contraddizioni nella coalizione di governo. I Ds, così come in generale la socialdemocrazia in Europa, vivranno inevitabilmente una crisi della propria autorità fra le masse, e in questa crisi il Prc si deve preparare ad intervenire.

Per raggiungere questo obiettivo non basteranno la denuncia

delle malefatte del governo D’Alema e l’appello ad appoggiare

il nostro partito; queste dovranno essere coniugate con parole d’ordine e proposte tattiche che facciano leva sul punto più debole dell’avversario, e cioè precisamente sulla politica di alleanza con il centro borghese.

A livello elettorale, questo si dovrà tradurre in una chiara discriminante fra i Ds e gli altri partiti del governo; il Prc deve dichiarare la propria disponibilità a discutere accordi elettorali, che possono andare da una desistenza concordata fino – nel peggiore dei casi – ad una desistenza unilaterale, solo ed esclusivamente con il partito di D’Alema. Simili accordi non possono e non devono impegnare il Prc a limitare o a nascondere la propria piattaforma politica, ma devono fare appello alla base Ds affinchè spinga i propri dirigenti ad affrancarsi dall’alleanza con i partiti borghesi. Concretamente, in una situazione per es. come quella delle elezioni del 1996, proporremmo accordi ai Ds dichiarandoci anche disposti a votare dei loro candidati, ma presenteremmo un candidato comunista ovunque vi fosse un candidato borghese del centrosinistra (popolari, diniani, Udr, ecc.).

Lo stesso filo conduttore deve avere la nostra propaganda politica in generale. L’idea della rottura con la borghesia e i suoi partiti è l’idea centrale che portiamo nel movimento operaio, e trova il suo sbocco naturale nella parola d’ordine di un governo dei partiti dei lavoratori, che mandi all’opposizione il centro borghese e che sviluppi un programma di uscita dalla crisi capitalistica basato sugli interessi dei lavoratori.

Il testo riprenderebbe dal paragrafo "Oltre la concezione delle due sinistre ecc."

 

Emendamento sostitutivo del capitolo "Per una coerente rifondazione sindacale"

La nostra lotta nel movimento sindacale

La battaglia contro l’egemonia burocratica sul movimento sindacale costituisce un punto decisivo nel processo di radicamento del Prc. L’esperienza degli ultimi sette anni dimostra che questo è uno dei terreni sul quale si gioca la battaglia per l’egemonia a sinistra. L’apparato sindacale è stato in questi anni l’elemento decisivo nel garantire la pace sociale sotto i governi Dini, Prodi e ora sotto il governo D’Alema.

Sotto questo profilo si impone un bilancio critico dell’obiettivo fallimento in seno alla Cgil, sia dell’esperienza dell’Area programmatica dei comunisti, sia di Alternativa sindacale. La prima ha costituito un tentativo verticistico di approntare una pura cinghia di trasmissione del Prc in Cgil, subordinata in particolare alle mutevoli scelte del gruppo dirigente del partito e alle sue esigenze tattiche nella negoziazione di governo: il sostegno attivo dell’Area Programmatica alle finanziarie del governo Prodi ne è stato un riflesso. Ma anche il gruppo dirigente di Alternativa sindacale non ha avanzato realmente un’alternativa di classe alla politica della burocrazia: si è invece chiusa in una logica di pressione, come "minoranza congressuale" sulla base di un approccio sostanzialmente riformista allo scontro sociale in atto: un appoggio che trova un riflesso nell’adesione al programma del cosiddetto "Forum antiliberista", basato su un’impostazione neokeynesiana, oggi accettata purtroppo da un’area vasta del sindacalismo di classe. Le gravi scelte sul terreno politico e di partito del gruppo dirigente di Alternativa sindacale non possono essere viste come fatti contingenti ma sono, in definitiva, il frutto della sua linea politico-sindacale complessiva e dell’adattamento alla pressione dell’ambiente burocratico, che contiene il rischio di un’ulteriore involuzione.

I comunisti assumono come via fondamentale in questa battaglia la strada dell’autorganizzazione, intesa come organizzazione indipendente, a partire dai lavoratori e dai delegati eletti; indipendente nei programmi e nell’azione sindacale, che prende a proprio unico vincolo il rispetto della volontà democraticamente espressa dai lavoratori stessi. Per questo occorre rilanciare con forza il percorso dei coordinamenti dei delegati eletti, superando gli attuali limiti del movimento dei delegati Rsu e rilanciando questo movimento sia sul terreno dell’elaborazione programmatica che su quello dell’iniziativa sindacale, ogni qual volta che se ne creino le condizioni. Questo significa un lavoro sistematico di radicamento nelle categorie, opponendoci alle piattaforme contrattuali blindate dalla concertazione, e nei singoli posti di lavoro.

Attraverso questo percorso miriamo costantemente all’unificazione di tutti i settori di lavoratori e di delegati che dimostrino disponibilità a entrare sul terreno dell’opposizione alla concertazione e al patto sociale.

Al tempo stesso è necessario trarre un bilancio delle diverse proposte strategiche presenti nel partito riguardo la lotta sindacale. L’esperienza degli anni seguenti il 1992, che ha segnato un passaggio qualitativo nelle politiche concertative, dimostra la rottura organizzativa con Cgil-Cisl-Uil non abbia aperto la strada verso una ricostruzione "da zero" di un nuovo movimento sindacale classista.

Al contrario, nonostante momenti di contestazione di massa della linea confederale (1992, 1995), il percorso delle organizzazioni extraconfederali non ha visto l’ascesa sistematica che molti ipotizzavano. È importante ribadire che il terreno sindacale è per definizione un terreno dove decisive sono le grandi masse, i milioni di lavoratori. Il dato di questi anni, confermato dalle recenti elezioni del pubblico impiego, è che queste masse nella loro maggioranza sono rimaste organizzate sotto le sigle confederali.

Al tempo stesso il sindacalismo extraconfederale, pur avendo espresso contenuti politico-sindacali in molti casi più avanzati, ha anche messo in mostra pesanti limiti. Una parte di queste organizzazioni ha sviluppato dei micro-apparati che ripresentano, in scala ridotta, molti dei vizi dell’apparato confederale, come dimostra anche l’incessante lotta reciproca che è la causa della frammentazione estrema dell’area extraconfederale. In molti casi si è dimostrata una incapacità cronica di impostare una battaglia e dei percorsi di mobilitazione che potessero aprire un varco verso la base delle confederazioni, privilegiando un metodo concorrenziale che ha nei fatti isolato mobilitazioni che pure mostravano grandi potenzialità.

Questi limiti di tipo settario dimostrano come vi sia una diffusa incapacità nel movimento extraconfederale di riconoscere, non solo a parole, ma nei fatti, il terreno della lotta sindacale per quello che è: il campo di una contesa di massa, dove l’aver organizzato anche migliaia di attivisti d’avanguardia non garantisce affatto la possibilità di influenzare l’insieme della classe.

Il terreno decisivo sul quale ci troveremo a condurre la nostra battaglia nella prossima epoca, non sarà quindi lungo la linea che divide il sindacalismo extraconfederale dalle confederazioni, ma lungo una linea che attraversa le stesse confederazioni, e in primo luogo la Cgil.

Pur essendo coscienti che l’attuale frammentazione della presenza sindacale dei comunisti non può essere superata "per decreto", dichiariamo che solo una lotta aperta all’interno del sindacato confederale, e in primo luogo alla Cgil, può aprirci la strada per raggiungere le più ampie masse di lavoratori e sfidare così Cofferati e D’Antoni sul terreno decisivo. Una lotta che va condotta fin da subito, uscendo dalla logica d’apparato e di attesa di questo o quel dirigente "più a sinistra" (Cremaschi, Sabattini), ma rivolgendosi direttamente ai lavoratori e ai delegati. Il nostro obiettivo, quindi, è quello di portare tutti i lavoratori comunisti a combattere su questo terreno.

Questa analisi non significa che il Prc possa superare "per decreto" l’attuale situazione nella quale i comunisti militano in diverse organizzazioni sindacali. Nessun "ordine di partito" può sostituire un percorso le cui tappe saranno definite non dalle nostre decisioni, ma dallo sviluppo concreto della lotta sindacale. In questa fase il discrimine decisivo sono le piattaforme, i programmi, le rivendicazioni e la capacità di costruire percorsi unitari di mobilitazione. Su questi punti il Prc si impegna ad un lavoro sistematico per creare ambiti unificanti di dibattito e di coordinamento di tutti i propri militanti sindacali, ovunque collocati.