Dirigente operaio, salario operaio - Falcemartello

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Osservazioni “plebee” sulle indennità ai dirigenti comunisti

Come è noto, anche l’ultima tornata elettorale amministrativa ha visto la vittoria del centro sinistra insieme a Rifondazione; nonostante il calo dei voti al nostro partito, in virtù dell’accordo, aumentano in modo sensibile il numero degli eletti nelle istituzioni, e degli eletti con cariche governative (assessori, sindaci, vice-sindaci). Nella sola Milano e provincia parliamo di 2 consiglieri regionali, 3 assessori, 5 consiglieri provinciali, 3 sindaci, 5 vice-sindaci, 48 assessori, 121 consiglieri comunali e circa 40 nelle circoscrizioni: come dice il responsabile enti locali della segreteria di Milano “un bel parco giocatori”.

Poco si discute nel partito dello squilibrio fra la maggiore esposizione istituzionale e il calo dei voti e della militanza.

Ci sono almeno due terreni che varrebbe la pena di indagare, uno riguarda il peso centrale che assume il lavoro nelle istituzioni a scapito del radicamento nel movimento operaio e giovanile, e una dinamica nella quale il partito si allontana sempre di più dalla vita reale delle masse lavoratrici e si trasforma in un’appendice del centrosinistra ad esso subordinato; l’altro aspetto (in parte collegato e sul quale vorremo soffermare la nostra attenzione) riguarda il denaro che dai proventi istituzionali entra nelle casse del partito e costituisce in misura importante il reddito dei suoi dirigenti eletti nelle istituzioni o nominati negli enti ad esse collegati.

Questo dibattito non è nuovo, in tante occasioni nella storia del movimento operaio è stato affrontato. Vale la pena di ricordare la polemica durissima di Gramsci contro il Partito socialista alla vigilia del congresso dell’ottobre del ’21, un partito di 80mila iscritti che amministrava duemila comuni in cui 32mila erano gli eletti nelle istituzioni e altre migliaia di funzionari di leghe, cooperative e mutue, e che Gramsci considerava un partito “putrefatto, un’escrescenza morbosa del proletariato”, oppure in un contesto molto diverso la posizione di Lenin sull’apparato dello Stato alla vigilia della presa del potere nel ’17. Lenin nelle sue Tesi di aprile sosteneva fra le altre cose il salario operaio per i funzionari e la rotazione delle cariche.

La ragione delle rivendicazioni di Lenin era determinata dalla necessità vitale di legare indissolubilmente il partito alla sua classe di riferimento, assicurandosi che gli eletti e i funzionari non godessero di alcun privilegio rispetto alla classe lavoratrice, che non ci fosse alcun interesse per gli eletti nel ricoprire quella carica se non la difesa degli interessi dei lavoratori e del programma del partito bolscevico; certamente questa non è la chiave unica per legare un gruppo dirigente agli interessi della
classe lavoratrice, ma è pur tuttavia uno strumento molto importante.

Nei partiti comunisti questi semplici insegnamenti sono stati patrimonio di intere generazioni, anche se dopo i tempi di Gramsci e Lenin, come sottoprodotto della degenerazione stalinista, la capacità di controllo della base sul vertice è in grande misura venuta meno. Resta il fatto che gli apparati dei partiti operai e dei sindacati negli anni ’50 e ’60 vedevano funzionari con salari molto bassi e contributi non pagati. Come ama ricordare il segretario di Rifondazione, la sua gavetta di funzionario sindacale è stata dura e soprattutto con pochi soldi in tasca. In queste storie c’è il pudore di un gruppo dirigente che nonostante non avesse più l’obiettivo della trasformazione rivoluzionaria della società sentiva di dover rispondere ad una base operaia e popolare che vedeva in esso il proprio rappresentante. Era dunque una sorta di dovere morale mostrare anche attraverso un comportamento consono di non essere vittime delle sirene del bel vivere
borghese.

I tempi sono cambiati, Bertinotti è un noto frequentatore
di ville e salotti aristocratici e D’Alema ha la barca a vela. Il risultato è che i dirigenti della sinistra sono sentiti sempre più lontani dal vivere quotidiano delle masse lavoratrici, le quali, ricordiamolo, vivono con un
reddito medio di 1.284 euro al mese (reddito medio da lavoro dipendente in Italia, secondo i dati Istat).

Attraverso il lavoro nelle istituzioni la borghesia esercita una pressione sui vertici del movimento operaio; il fiume di denaro che viene speso per le indennità ai parlamentari e a livelli diversi in tutti gli ambiti istituzionali non ha altra giustificazione se non quella di comprare i dirigenti della sinistra, sottrarli alle condizioni di vita della maggioranza dei lavoratori per poterli condizionare e attrarre alla sua influenza politica e sociale.

Per capirci meglio, diamo qualche cifra. L’indennità parlamentare al netto di ritenute e contributi corrisponde a 5.941,91 euro per 12 mensilità, a cui si aggiungono 4.003,11 euro al mese per le spese di soggiorno a Roma, più altri 4.190 euro al mese per sostenere le spese “inerenti al rapporto tra eletti e elettori”. Il totale mensile arriva quindi a 14.135,02 euro al mese. A questa cifra si aggiungono i rimborsi spesa di trasporto fra casa e aeroporto e aeroporto e Montecitorio fino a 3.995,10 euro ogni tre mesi (si tenga conto che i parlamentari viaggiano gratis su autostrada, ferrovia e trasporto aereo e marittimo su tutto il territorio nazionale), poi ci sono i viaggi all’estero rimborsati fino a 3.100 euro l’anno e le spese telefonico fino a 3.098,74 euro l’anno.

In fondo alla piramide ci sono i consiglieri di circoscrizione che hanno solo il gettone di presenza di qualche decina di euro, poi a seconda del terreno istituzionale si può arrivare per consiglieri o assessori anche a 2-3mila euro e oltre al mese. Agli eletti si aggiungono i nominati nei consigli di amministrazione delle società pubbliche e i consiglieri regionali, i quali possono percepire indennità vicine a quelle di un parlamentare.

Rifondazione Comunista ha recentemente approvato in direzione nazionale un nuovo regolamento nazionale al quale si conformano i regolamenti di federazione che affrontano fra le varie cose anche il tema delle indennità.

Nel regolamento si dice che gli eletti al parlamento nazionale sono tenuti a versare al partito il 55% dell’indennità, mentre, almeno per quanto riguarda la federazione di Milano gli eletti di competenza della federazione versano il 30%, tranne gli assessori provinciali che versano il 35%, mentre i nominati negli enti versano il 50%. A questa norma si sottraggono coloro i quali prima di essere eletti possedevano un reddito superiore, e che assumendo la carica hanno un danno economico: in questo caso l’eletto/a non è tenuto/a a versare alcunché.

Come si può ben capire siamo molto lontani dall’idea che un dirigente del movimento operaio abbia un salario uguale a quello di un operaio!

Il problema non è solo relativo ai livelli istituzionali alti perché questo meccanismo crea una sostanziale complicità fra tutti i livelli perché in misura diversa a tutti fa comodo percepire una parte dell’indennità, che siano le briciole o le grandi somme.

Scopriamo così nel dibattito milanese sulle indennità che la posizione di chi scrive è “ideologica” perché, imponendo un salario operaio agli eletti, non conferisce il giusto valore al loro lavoro e perché non si possono sottrarre risorse a questi compagni che fanno un servizio per il partito e “hanno il mutuo da pagare”, oppure che ci sono compagni che hanno “problemi specifici” come ad esempio di non poter lasciare il lavoro e dunque cumulano stipendio e indennità.

È imbarazzante il candore di queste affermazioni con le quali si afferma l’esistenza di una militanza di serie A, che ha valore e viene retribuita dalle istituzioni e una di serie B, quella della gran parte dei militanti, che presta attività gratuita per il partito. Quindi chi è nelle istituzioni può permettersi di pagare il mutuo (chi arriva in alto… altro che mutuo), e chi ha un salario da lavoro dipendente e non fa straordinari per avere il tempo libero per fare politica si arrangia come tutti i comuni salariati!

Decisamente non è un bell’esempio di democrazia partecipata.

Per parte nostra abbiamo proposto un tetto alle indennità riservate agli eletti, le quali a nostro avviso non devono superare il salario di un quinto livello metalmeccanico, un tetto di riferimento che anche Democrazia proletaria ha rivendicato nella sua storia. Continueremo a fare questa nostra battaglia come parte di una battaglia più generale sul partito per il quale lottiamo, un partito comunista autentico strumento della trasformazione rivoluzionaria di questa società.