Dopo l’assemblea del 18 luglio - Federare la sinistra o le paure dei gruppi dirigenti? - Falcemartello

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Una forte partecipazione, vicina al migliaio di persone, all’assemblea promossa dalle forze già componenti la lista comunista e anticapitalista (Prc, Pdci, Socialismo 2000): è questo il primo dato positivo della giornata del 18 luglio, ma è purtroppo quasi anche l’unico.

Il dibattito e soprattutto le conclusioni dello stesso, in particolare da parte del segretario del Prc Ferrero, confermano tutte le nostre critiche delle scorse settimane e aggiungono ulteriori motivi di contrarietà.

Una volta di più, l’unità proposta si costruisce sulla base di una cosciente rimozione di tutti i nodi più scabrosi sul piano politico. La triste realtà è che la tenuta di questa aggregazione si fonda non sulla chiarezza, ma sulla paura.

L’assemblea si è conclusa con la proposta di Ferrero di avviare una serie di assemblee analoghe sui territori; di costituire gruppi di lavoro che studino le regole della futura Federazione della sinistra d’alternativa (questo il nome proposto): tesseramenti, equilibri interni, gruppi dirigenti, ecc.; altri gruppi per proporre “quattro o cinque punti” per l’iniziativa politica comune nel prossimo autunno; lavorare a un manifesto della Federazione; una nuova assemblea nazionale a fine ottobre per sancire la nascita della Federazione.

Una prima osservazione per quanto riguarda il Prc: nel documento proposto da Ferrero al Comitato politico nazionale del 13 giugno la parola “federazione” neppure compariva, oggi è già un fatto compiuto: in un mese Ferrero è riuscito a fare quello che Bertinotti e Giordano non erano riusciti a compiere in otto anni, con tanti saluti alla democrazia, alla partecipazione e alle solenni promesse di rompere con i metodi leaderistici di direzione.

È facile prevedere che questa discussione sulla costruzione della federazione tenderà a fagocitare la vita degli organismi del Prc, limitandone la capacità di iniziativa politica senza peraltro che ne derivi un particolare allargamento della capacità d’intervento.

Il dibattito del 18 luglio ha manifestato in generale una forte ostilità verso il Pd. Tuttavia le prese di posizione dei dirigenti intervenuti sono state a dir poco reticenti. Sostanzialmente assente il tema negli interventi degli esponenti del Pdci, se non per qualche invettiva generica, è stato Ferrero a dire che la Federazione “non è l’estrema sinistra del Pd”, aggiungendo però immediatamente che “a partire dall’autonomia del nostro progetto” si decide poi “se fare l’accordo o no”. È il definitivo seppellimento dell’autonomia strategica dal Pd, sancita nel documento conclusivo del congresso di Chianciano. Un vero e proprio tuffo nel passato…

Claudio Grassi, per parte sua, pur ricordando in termini assai aspri l’esperienza del governo Prodi, ha aggiunto che “mai più parteciperemo a un governo con Mastella e la Binetti”. Tutte qui le discriminanti politiche della costituenda federazione? E con i super liberalizzatori alla Bersani? Con gli ossessionati dall’articolo 18 alla Ichino? Con gli entusiasti della Tav come Mercedes Bresso (con la quale già ora il segretario del Prc piemontese propone di costruire un nuovo accordo le per le regionali)? Potremmo continuare molto a lungo.

Paradossale poi la posizione di Ferrero sull’ipotesi di una “legislatura costituente” da proporre al Pd se Berlusconi cadesse, con l’obiettivo di fare una legge elettorale proporzionale e una sul conflitto d’interessi. A parte che non si capisce in base a cosa Ferrero pensi che Berlusconi possa cadere a breve termine, a meno di non pensare che le rivelazioni di qualche “escort” possano rovesciare il governo, è mai possibile che Ferrero non sappia (o faccia finta di non sapere) che i governi “tecnici”, i governi “di emergenza”, i governi “costituenti” sono sempre stati fra i peggiori sul piano sociale e anche sul piano democratico? Siamo nel regno della più pura fantasia, sembra di risentire l’allora segretario Giordano quando al principio del 2008, nell’agonia del governo Prodi, propose il “governo di scopo” come estremo tentativo di salvare la presenza istituzionale del Prc… La storia è abbastanza recente per ricordarci come è andata a finire.

L’altro convitato di pietra nel dibattito è stata la Cgil, che come è noto si avvia a un congresso si posizioni contrapposte. Tra le righe prende forma l’ipotesi di una posizione, nel Prc e anche nella federazione, del tutto subalterna all’area Lavoro e Società che, ricordiamolo, fu protagonista allo scorso congresso della Cgil di un incredibile patto burocratico con Epifani in base al quale prima del congresso stesso, veniva assegnata una determinata quota degli organismi dirigenti a questa componente in cambio di una collocazione non conflittuale nel congresso stesso, in chiaro antagonismo sia con la Rete 28 aprile che con la Fiom. Dietro una consegna del silenzio intollerabile, secondo la quale nel Prc del congresso della Cgil non si dovrebbe neppure parlare, si prospetta quindi una sorta di “cinghia di trasmissione” al contrario, in versione caricaturale: dal partito che comanda il sindacato (cosa peraltro scomparsa ormai da molti anni), si passa al sindacato, anzi a una componente sindacale, che telecomanda il partito!

Dato che di queste cose pare non stia bene parlare in pubblico (e proprio per questo ne parleremo nei prossimi mesi), nell’assemblea del 18 luglio questo meccanismo è stato espresso in forma allegorica per bocca di Giampaolo Patta, che di Lavoro e società è stato leader storico, che ha proposto di costruire cento circoli in luoghi di lavoro importanti del paese, che facciano tessere non ai partiti attuali, ma direttamente alla federazione. Proposta immediatamente rilanciata da Ferrero nelle sue conclusioni.

Certo, l’assemblea del 18 non è stata solo questo, sarebbe ingeneroso disconoscere la speranza e la volontà di resistere che ha portato tanti compagni e compagne a parteciparvi. Ma proprio per rispetto nei loro confronti la verità va detta tutta, senza ipocrisie: questa proposta è un pantano burocratico, che in una logica di pesi e contrappesi ai limiti dell’impolitico ci porta una volta di più in un vicolo cieco. Lo sbocco naturale di questo percorso sarà una volta di più l’istituzionalismo, l’autonomizzazione dei gruppi dirigenti e istituzionali che al riparo delle forme “federative” si sottrarranno al controllo e alla verifica democratica della militanza, la permeabilità a tutte le spinte moderate e, in ultima analisi, il codismo nei confronti del Pd, soprattutto se Bersani dovesse vincere il congresso.

Non ci porremo pertanto nei confronti di questo percorso con la logica della “limitazione del danno”, o facendo battaglie procedurali di retroguardia. Le nostre non sono “riserve” o “paure” nei confronti di una proposta, la nostra è semplicemente un’altra proposta.

Lavoreremo quindi a viso aperto contro chi tenta di mettere in mora il nostro partito, di ridurlo a pura e semplice massa di manovra. Siamo certi che su questa strada incontreremo non solo tanti compagni e compagne del Prc che si renderanno conto ben presto di cosa sta accadendo, ma anche tanti compagni del Pdci, tanti compagni che dentro o fuori la Cgil si battono per un sindacalismo autenticamente democratico e di classe, tutti coloro per i quali l’unità è cosa seria, che si costruisce sul campo del conflitto, dell’azione comune e dell’autentico confronto politico e programmatico, e non il paravento dietro il quale i gruppi dirigenti si sottraggono a qualsiasi controllo della base.

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