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Il mondo politico istituzionale non manca di deliziarci abitualmente con ogni genere di scandalo: evasione fiscale, tangenti, infiltrazioni mafiose, prostituzione… Logica vuole che una forza come il Prc, che si definisce “alternativa”, rompendo con tutto il sistema, dovrebbe trovarsi sulla cresta dell’onda.

Purtroppo i dirigenti lombardi non hanno imparato la lezione.
Per anni ci è stato detto che il problema era Berlusconi, ma caduto il suo governo l’effetto domino ha coinvolto tessere di colori diversi, di centrodestra e centrosinistra. La ragione di questo contagio è tutt’altro che inintelligibile. Lungi dall’esprimersi esclusivamente sul terreno economico, la crisi del capitalismo è crisi della rappresentanza politica, delle istituzioni, di ciò che comunemente chiamiamo “democrazia”.

Gli scandali Polverini, Penati, Formigoni – solo per citarne qualcuno – dimostrano che la connivenza tra politica e lobby di potere riguarda un sistema istituzionale che fonda le proprie radici sugli interessi della classe dominante. Gli aspetti che quest’ultima assume di volta in volta sono i più diversi. Dalla criminalità organizzata a Cl, passando per cooperative, faccendieri e soubrettes, i beneficiari sono sempre gli stessi e i debitori noi lavoratori.

La Lombardia è la regione più ricca d’Italia, ma in tempi di crisi questo dato ne fa il primo generatore di disoccupati, aumentati di 85mila unità in un solo anno. La produzione lombarda è calata di un ulteriore 5% nello scorso trimestre, raggiungendo il picco negativo del 2009. Contemporaneamente la cassa integrazione è cresciuta del 6%, accompagnata da una contrazione dei consumi di pari entità.
In astratto si potrebbe pensare che la crisi del capitalismo crei un terreno più fertile per la diffusione delle idee comuniste, ma la realtà è ben più articolata della teoria e talvolta somiglia ad una farsa, soprattutto se i protagonisti si ostinano a recitare la medesima parte fallimentare.

Il Comitato politico regionale del Prc ha deciso a maggioranza di sostenere il candidato Andrea Di Stefano alle primarie del centrosinistra lombardo. Abbiamo sempre criticato questo strumento perché ci rende prigionieri dell’alleanza con il centrosinistra. Ora il Prc se ne fa promotore, rinunciando ancora una volta ad esprimere una posizione indipendente. Tale scelta viene giustificata come unica via per evitare la marginalizzazione del partito, nonostante proprio gli errori in termini di alleanze ci abbiano condotto all’isolamento e al conseguente ridimensionamento istituzionale. E la cosa più imbarazzante per la direzione del Prc è che dopo tutti questi sforzi, il Pd potrebbe pure chiuderci la porta in faccia.

È un film già visto con l’elezione di Pisapia: il voto contrario che abbiamo espresso rispetto alla privatizzazione della Sea è l’ennesima dimostrazione dell’impossibilità di condizionare il centrosinistra. A livello regionale lo scenario è anche peggiore: facendoci paladini delle primarie, ne accettiamo la logica. E quindi accettiamo anche Ambrosoli e il suo progetto, che prevede un allargamento della coalizione verso il centro, dove lo spazio pressoché inesistente per una politica di sinistra si trasformerebbe nel nulla assoluto.

E se poi Ambrosoli le primarie non le vorrà? Usciremo vincitori, si dice, come coloro che al centrosinistra ci credono veramente!

Il fatto che questa discussione avvenga dopo la rottura della Fds proprio sul tema delle alleanze è paradossale. Si giunge addirittura a teorizzare che la partecipazione al centrosinistra regionale non sia in contraddizione con l’opposizione sul piano nazionale. La ricaduta pratica di questa schizofrenia è già visibile e sta obbligando i compagni a raccogliere le firme per le primarie agli stessi banchetti per i referendum sul lavoro, boicottati da gran parte dei futuri alleati lombardi.

Alle riunioni continue su candidati ed elezioni contrapponiamo l’attività militante e la chiarezza politica. La raccolta firme per i referendum andrebbe trasformata in uno strumento di nuovo radicamento, dovremmo utilizzare la campagna per la difesa dei servizi pubblici come elemento di rottura con le privatizzazioni e le giunte che le sostengono.

Una candidatura autonoma e alternativa al centrosinistra e al populismo di Grillo è la sola via per combattere la guerra che la classe dominante sta conducendo nei nostri confronti. Evitare di essere nuovamente feriti da quello che ci ostiniamo a considerare “fuoco amico” sarebbe già un primo passo.

 

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