Elezioni regionali 2000 - Falcemartello

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Per una politica indipendente

Le elezioni regionali che si terranno nel marzo del 2000 stanno già creando un forte dibattito nel Prc. Ritornano, infatti, i nodi irrisolti nella discussione dell’ultimo congresso. Oggi Bertinotti e la maggioranza del gruppo dirigente del partito ci dicono che "non dobbiamo avere una logica frontista", ossia che gli accordi elettorali si devono fare solo se "vi sono le condizioni programmatiche". Ma cosa significa questo in concreto?

Il centrosinistra è in molti casi disposto a fare concessioni di facciata al nostro partito.

Sanno che se entriamo in un’alleanza ci troveremo in posizione subalterna, e che anche gli impegni scritti su un programma elettorale non valgono poi molto. Non è forse questa, in fin dei conti, l’esperienza della nostra partecipazione al governo Prodi? Così non deve stupirci se per esempio in Campania personaggi come Bassolino "difendono" il Prc dagli attacchi dei cossuttiani o dell’Udeur: è una difesa che non impegna molto, ma che permette di ingabbiare il nostro partito e di attingere ai nostri voti.

L’esperienza passata dimostra che anche le nostre "discriminanti" non sono poi così difficili da aggirare. Nel 1996 la discriminante era "niente accordi con Dini", e l’accordo si fece. L’anno scorso era "niente accordi con l’Udr", e oggi ci troviamo in trattativa anche con quel partito. La lista potrebbe continuare.

Cosa succede nelle regioni

Troppe volte vediamo il gruppo dirigente nascondersi dietro a un dito sul tema delle alleanze. In Sicilia è caduta una giunta regionale, alla quale ci siamo opposti accusandola non solo di condurre politiche antipopolari, ma anche di essere sottoposta a infiltrazioni criminali. Oggi il partito sta conducendo una trattativa per entrare in maggioranza con quegli stessi partiti. Può bastare il fatto che due consiglieri dell’Udeur sono passati a Forza Italia per farci dire che il carattere di quella coalizione è cambiato radicalmente?

Anche in Lombardia il dibattito sulla candidatura Martinazzoli ha dimostrato che una parte importante del gruppo dirigente non ha tratto alcuna lezione dagli avvenimenti di questi anni. La politica del centrosinistra in questa regione è di una opposizione estremamente morbida alla giunta Formigoni. A livello locale abbiamo visto in passato Polo e centrosinistra accusarsi di copiarsi i programmi a vicenda. Alle ultime regionali (1995) il candidato dell’Ulivo era Diego Masi, che oggi è passato al Polo. Come si può pensare di impegnare per l’ennesima volta il partito in una campagna elettorale per il democristiano di turno (ricordiamo che Martinazzoli fu l’ultimo segretario della Dc), senza che questo causi una seria crisi fra i militanti e l’elettorato?

Le regioni oggi sono un importante centro di potere, dove spesso le politiche più antipopolari vengono applicate prima ancora che a livello nazionale. Basti pensare alle leggi di parità scolastica (Emilia Romagna, Lombardia), alla privatizzazione del servizio sanitario (Lombardia, Sardegna), ecc. A questo si aggiunga che la finanziaria prevede l’anno prossimo 2.200 miliardi di tagli alle regioni, con le conseguenze facilmente immaginabili.

È quindi positivo che la prospettiva di nuovi accordi col centrosinistra sia respinta da moltissimi compagni, i quali capiscono perfettamente che non basterebbe nessuna "condizione programmatica" per impedire che il Prc paghi un prezzo altissimo, elettorale ma anche politico, di fronte a simili accordi. È significativo che la federazione di Caserta, a larghissima maggioranza, abbia respinto la proposta di accordo regionale in Campania, una delle regioni chiave di questo scontro.

D’altra parte, ci permettiamo di osservare che alcuni dirigenti del partito hanno un’idea perlomeno singolare di come condurre l’opposizione a questo governo. Per esempio, ci risulta difficile capire per quale motivo di fronte allo scempio del lavoro nero nei cantieri del Giubileo a Roma, il compagno Niki Vendola abbia scritto una lettera aperta addirittura al Papa, anziché porsi qualche domanda sulla nostra partecipazione alla giunta del sindaco Rutelli…

Quale tatticA nelle elezioni?

Questo non significa che il Prc debba limitarsi ad andare solo contro tutti alle elezioni. Abbiamo ancora tempo diversi mesi per sviluppare un’offensiva a tutto campo, che non solo deve riguardare i punti centrali del nostro programma (privatizzazioni, stato sociale, occupazione, ecc.), ma anche il tema delle alleanze elettorali. Il centrosinistra è in crisi, e in particolare lo sono i Ds. È necessario quindi rivolgersi apertamente verso quel partito, anche con precise proposte ai suoi gruppi dirigenti, chiedendo loro di rompere l’alleanza suicida con i partiti di centro, e di aprire un confronto con il Prc.

Per noi il punto di partenza nell’affrontare una campagna elettorale, compresi i problemi di tattica, gli accordi, ecc. deve essere la lotta per l’egemonia a sinistra, la nostra battaglia per radicare il partito negli strati decisivi della classe lavoratrice. In primo luogo dobbiamo quindi saper vedere quali sono i punti deboli dei nostri avversari. Oggi la divisione fra i Ds e gli altri partiti del centro si sta allargando, così come le differenze interne ai Ds. È necessario fare leva su questa divisione, con un’iniziativa che deve muovere sia "dal basso", cioè con la nostra propaganda per le nostre rivendicazioni, ecc., sia "dall’alto", con una precisa richiesta ai dirigenti Ds di rompere con gli alleati alla loro destra e di fare un fronte a sinistra.

La linea scelta da Bertinotti purtroppo porta al risultato opposto, poiché lascia in mano al centrosinistra la decisione se fare o meno l’alleanza, costringendoci a scegliere fra diventare appendice di questa, o correre da soli, ma dopo esserci privati degli strumenti per condurre la battaglia.

Ci si risponderà che oggi è utopico sperare di convincere i Ds a rompere con i partiti di centro. Questo è senz’altro vero, ma il problema non si esaurisce qui. Se le divisioni fra Ds e il centro non sono ancora mature per produrre oggi una rottura aperta, possono esserle nel prossimo futuro. Il nostro compito deve essere quello di aiutare questo processo, per poterne raccogliere i frutti nella prossima fase.

La discussione sul programma

A questa discussione si lega quella fondamentale sul programma, una discussione che finalmente è cominciata nella direzione nazionale del partito e dalla quale è uscita una prima proposta di piattaforma. Non abbiamo qui lo spazio per un’analisi dettagliata delle proposte avanzate, che ci proponiamo di sviluppare nei prossimi numeri di questa rivista. Va detto però che la piattaforma approvata parte dalla dichiarazione, piuttosto altisonante, di una serie di "diritti", che nella seconda parte vengono concretizzati in obiettivi decisamente modesti.

Basti dire che non si propone neppure di invertire la marcia rispetto agli arretramenti disastrosi degli ultimi anni rivendicando obiettivi quali la rinazionalizzazione dei settori privatizzati, l’abolizione del pacchetto Treu e delle forme di precarizzazione da esso introdotte, l’abolizione di tutti i provvedimenti di privatizzazione strisciante della scuola, dell’università e della sanità pubbliche, a partire dalla legge Bassanini. Temi importanti come le pensioni, o l’opposizione all’esercito professionale, non sono neppure toccati.

La sinistra del Prc ha il compito di sviluppare una seria discussione programmatica, e di dialogare con tutto il partito su questo terreno decisivo, particolarmente in vista della conferenza di programma, più volte nominata da Bertinotti, ma che ancora rimane avvolta nella nebbia per quanto riguarda scadenze e caratteristiche della discussione.

I rischi attuali

La crisi del Prc emerge anche dalle proposte che Bertinotti avanza sul terreno della costruzione del partito. L’idea di costruire un "forum" con vari spezzoni della cosiddetta "sinistra critica" non è certo un modo per risolvere i nostri problemi di radicamento. Al contrario, impegna il partito in una diplomazia sterile con pezzi di apparati politici (di movimenti, associazioni, ecc.) che spesso rappresentano solo se stessi. Il risultato di questo processo sarebbe quello di rendere sempre più indistinti i confini del partito, sia politici che organizzativi, di annacquare ulteriormente la nostra identità di classe, di inseguire "movimenti" pressoché inesistenti allontanandoci sempre di più dal vero lavoro di radicamento e costruzione.

La battaglia sulle regionali è in primo luogo una battaglia per la sopravvivenza del partito. Dobbiamo partire dall’idea che per risalire la china sarà necessario un lungo lavoro di costruzione, di definizione politica, di programmi, di tattica. Ma per fare tutto questo occorre impedire innanzitutto che il Prc venga travolto dalla spirale della crisi del centrosinistra e dei Ds.