Ferrero seppellisce la svolta di Chianciano - Falcemartello

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Il Comitato politico nazionale del 12-13 settembre scorsi ha chiuso una pagina nella storia di Rifondazione comunista. La regressione si misura a occhio nudo.


La “proposta politica”, se così la si può chiamare, avanzata da Ferrero è quella della “legislatura di salvaguardia costituzionale”, ossia un accordo elettorale da farsi col Pd, l’Udc e chiunque ci stia, nel caso Berlusconi cadesse (quando? Come? Perché?) per fare una legislatura “brevissima” che voti una legge elettorale proporzionale e una sul conflitto d’interessi. Non è il caso di spendere troppe parole per criticare una proposta che con ogni evidenza unisce il velleitarismo all’opportunismo, la funzione che svolge non è certo quella dichiarata dal segretario (non prestare il fianco all’accusa di settarismo o di essere indifferenti alla lotta contro Berlusconi), bensì quello di legittimare il ritorno in grande stile delle spinte istituzionaliste e “alleanziste”, il poter dire che in qualche modo se si ricostruirà un nuovo carrozzone in stile Unione, il Prc non si considera estraneo all’impresa. Non a caso su questa posizione di Ferrero sono saltati con entusiasmo diversi esponenti di Rifondazione per la sinistra (ex area Vendola), spiegando che certo, va bene la salvaguardia democratica, ma se si fa un’alleanza tanto vale discutere anche di altri punti politici di programma. E in effetti un governo che faccia solo la legge elettorale e poi si dimetta non si è ancora visto e possiamo dire con tranquillità non si vedrà mai.

Mentre il Cpn si dilungava a discutere una proposta inesistente, un silenzio di tomba (chiesto esplicitamente dal segretario e dalla maggioranza della segreteria), avvolgeva invece il punto delle elezioni regionali previste per marzo. Il dibattito è previsto per i prossimi giorni, ma sui territori i segnali di apertura al Pd si moltiplicano. Si ripete la litania che si faranno accordi solo su “programmi qualificati” e mai “a prescindere”, che l’autonomia strategica rispetto al Pd è garantita e ribadita… fiumi di parole. Azzardiamo una previsione: gli accordi col centrosinistra coinvolgeranno la maggioranza delle 13 regioni  che vanno al voto e anche la discriminante che esclude accordi con l’Udc potrebbe non tenere. Del resto il problema non si chiama Udc, si chiama Partito democratico, il problema sono privatizzazioni, le politiche securitarie, l’aggressione al territorio e all’ambiente,  il malaffare…

Lo stesso silenzio di tomba ha avvolto la questione sindacale e nello specifico il congresso della Cgil, ormai alle porte. Un tema sul quale torneremo nel prossimo futuro, che imbarazza non poco il segretario e la responsabile del dipartimento lavoro e welfare, che hanno uno storico legame con la componente di Lavoro e società, la quale con ogni probabilità si troverà nel dibattito della Cgil collocata a fianco di Guglielmo Epifani.

Si arretra insomma su tutto il fronte e le suggestioni di un nuovo “arcobalenismo” si fanno sempre più forti; nella nuova maggioranza che si è formata al Cpn, di cui dopo diremo meglio, è scattata una corsa a chi prima e meglio saprà riaprire il dialogo con i compagni di Sinistra e Libertà; se fino alle europee questo tema era il marchio di fabbrica dei compagni della ex mozione 2, allora all’opposizione nel partito, ora alla corsa si sono aggiunti anche i massimi dirigenti di maggioranza compreso lo stesso segretario.

Vincitori però della prima tappa di questa gara sono i compagni di Essere comunisti, i quali per bocca di Grassi e Steri (nuovo coordinatore nazionale della corrente) hanno scritto una lettera aperta pubblicata sul Manifesto del 7 ottobre dall’eloquente titolo “caro Nichi, è l’ora della politica”. Sintesi della lettera, “dobbiamo allearci”, “sederci attorno a un tavolo” e “trovare quattro o cinque punti”. Quali, non si dice. Per fare cosa, nemmeno. Unità, unità, unità… evidentemente la memoria è davvero corta. La retorica dell’unità è il peggior nemico dell’autentica unità, militante, nel conflitto, nella lotta!

L’unico vero collante di questa pretesa unità di vertice, che sta alla base della proposta di Federazione della sinistra di alternativa è la paura e la sfiducia: paura di non riuscire mai più a superare gli sbarramenti elettorali; sfiducia nella militanza, nei lavoratori, nel partito. Al riguardo riportiamo un passaggio del documento che abbiamo presentato nel corso del Cpn:

Il Pd riconferma anche nel suo dibattito congressuale la sua strutturale estraneità a qualsiasi istanza di classe e di sinistra. L’abbandono della “vocazione maggioritaria” e il ritorno a una politica di alleanze, in primo luogo con l’Udc, non è altro che la presa d’atto della doppia sconfitta elettorale del 2008 e del 2009. L’impianto programmatico, la radice di classe delle scelte del Pd, rimangono incrollabilmente ancorate alla logica di un’alternanza borghese. Lavoriamo quindi fin da ora a preparare le condizioni programmatiche e l’intervento sociale per la costruzione di coalizioni di sinistra alternative ai due poli in vista delle elezioni regionali di primavera, ribaltando la deteriore tradizione che pone al primo punto del dibattito l’ottenimento della rappresentanza istituzionale, al secondo il suo legame con il mantenimento del nostro apparato e buona ultima l’eventuale coerenza o meno della nostra proposta elettorale con le battaglie sociali delle quali dichiariamo di farci portatori.

Questo percorso serva anche a garantire al partito la piena sovranità sulle proprie scelte, di fatto già violata in alcuni passaggi della costruzione della proposta di Federazione della sinistra. Solo nella trasparenza delle scelte è infatti possibile lavorare a un’unità d’azione, anche sul terreno elettorale, che possa essere base per processi di riaggregazione a sinistra senza che questi cadano nella logica dell’autoconservazione dei gruppi dirigenti e del moderatismo politico.

Nella sua forma attuale e in assenza di una radicale correzione, la Federazione non può che portare a una paralisi derivante dai veti incrociati fra le componenti interne del Prc in una relazione deteriore con le componenti delle altre forze della federazione stessa, generando fatalmente un profilo politico indistinto, una gestione antidemocratica e una conflittualità latente che ad un certo punto ne minerà le stesse basi. Nel medio termine lo stesso obiettivo dell’unità che viene posto alla base della costruzione della federazione ne risulterebbe negato.

L’arretramento politico è stato confermato dall’ingresso in maggioranza della mozione 2 (che ha scontato però al suo interno il dissenso di un gruppo di compagni, Zuccherini ed altri, che ritenevano insufficienti le aperture di Ferrero), con l’entrata in segreteria nazionale di Augusto Rocchi e Rosa Rinaldi. Avevamo fin da giugno annunciato che avremmo considerato tale scelta non come un semplice “allargamento” o “gestione unitaria”, ma come un cambio di linea: il Cpn ha confermato in tutto e per tutto questa nostra ipotesi, e conformemente a quanto avevamo annunciato abbiamo deciso di dimetterci dalla stessa segreteria nazionale, pur mantenendo le responsabilità di lavoro che la Direzione ci aveva affidato. A differenza di tanti che parlano tutti i giorni di unità e di lotta al correntismo, i nostri dissensi, anche i più netti, non ci hanno mai impedito di collaborare lealmente al lavoro di costruzione quotidiana del partito. Viceversa non abbiamo dubbi che la cosiddetta “gestione unitaria” sarà il teatro dei più feroci scontri di corrente fra le sue componenti.

Non basta tuttavia limitarsi a descrivere o a criticare questa controsvolta che seppellisce le speranze accese al congresso di Chianciano. Intendiamo la nostra rottura politica con la nuova maggioranza creatasi nel partito non come una semplice protesta, ma come una misura necessaria per lavorare alla costruzione di un’altra linea politica e di un altro gruppo dirigente, che sappia raccogliere quanto di vivo, di combattivo, di rivoluzionario continua a vivere e a lottare nel Prc. Abbiamo la massima fiducia nella possibilità di incontrare su questa strada migliaia di compagni e compagne che percepiscono sempre più chiaramente come dalla crisi profonda che viviamo non si possa uscire con proposte di piccolo cabotaggio volte a salvaguardare nicchie burocratiche sempre più ridotte, ma si esca solo gettandoci a viso aperto nel conflitto di classe. A quei dirigenti, a partire da Ferrero, che seminano demoralizzazione con la litania secondo la quale il Prc sarebbe “insufficiente”, rispondiamo che insufficienti sono loro: la loro linea politica, i loro metodi, il loro coraggio e la loro determinazione.

 

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