I comunisti e i centri sociali - Falcemartello

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I comunisti e i centri sociali

Il corteo di Amsterdam, il suicidio di Edoardo Massari, il corteo di Torino hanno portato alla ribalta i centri sociali, gli squatters, la violenza di questi nuovi autonomi per i pestaggi contro i giornalisti, gli attentati contro le linee dell’alta velocità, gli slogan "poco dialoganti" del corteo di Torino.

 

 

VIOLENZA

 

Alla stessa stregua dell’attentato contro l’alta velocità viene considerata una manifestazione, la minaccia di uno sciopero, l’organizzazione dei picchetti, il boicottaggio economico organizzato contro una azienda: tutto questo è violenza… e se per violenza si intende questo, cioè qualsiasi azione che desta paura, che incute terrore o che nuoce al nemico, allora tutta la lotta
di classe non sarebbe altro che terrorismo.

Così quando i giovani dei centri sociali sfilano a Torino per ricordare la morte di Edoardo Massari nei titoli e negli articoli dei giornali cresceva l’indignazione verso questi "nuovi barbari". Questo è un esempio tratto dal fondo del Corriere della Sera: "La fuori ci sono milioni di ragazzi come loro che studiano e si fanno in quattro per inventarsi un mestiere. E per favore non ricominciamo con la mistica dell’antagonismo, con le omelie sulla società violenta […]. Pietà, non fateci rivedere questo film".

Gli uomini politici della borghesia e i loro leccapiedi non hanno il diritto di versare il loro fiume d’inchiostro di indignazione morale per questa "violenza" quando il loro apparato statale, le sue leggi, le sue carceri, la sua polizia, ecc. non rappresentano altro che un apparato di violenza organizzato e diretto da un pugno di persone contro la maggioranza della popolazione.

 

COSA RAPPRESENTANO QUESTI ATTENTATI?

 

Compito dei comunisti non è affatto quello di spegnere questo frustrato sentimento di vendetta messo in evidenza con questi ultimi avvenimenti ma al contrario quello di comprenderlo, approfondirlo e dirigerlo contro le vere cause dell’ingiustizia che vediamo ogni giorno.

Qualsiasi attentato o atto isolato di un singolo individuo o gruppo, anche quello più eclatante e impressionante, è purtroppo innocuo per quanto riguarda il sistema sociale.

L’"azione diretta" che molti centri sociali rivendicano, cioè gli assalti alle ambasciate, la "guerriglia metropolitana", gli "attentati" alle sedi della Confindustria, l’occupazione dei treni, le "irruzioni" nelle sedi della Regione, ecc. presi separatamente e considerati per quello che sono non costituiscono un pericolo per questo sistema economico, sociale e politico che per noi è la vera causa della sofferenza umana.

L’elemento spontaneo e anche l’azione disperata di singoli individui non sono che la forma embrionale della coscienza, ma questa se non elevata al livello della lotta politica inevitabilmente arriverà a sminuire il ruolo delle masse.

 

LO SVILUPPO DEI CENTRI SOCIALI

 

Negli anni ‘70 la maggioranza dei centri sociali rappresentavano reali luoghi di iniziativa politica e di organizzazione del proletariato giovanile. Il movimento studentesco del ‘68 e soprattutto le lotte operaie degli anni successivi hanno radicalmente cambiato la fisionomia dei centri che si sono organizzati come vere e proprie sezioni di partito dei gruppi extraparlamentari e non solo.

I centri sociali, ma sarebbe meglio definirli circoli giovanili, nascevano soprattutto vicini all’università e nelle zone popolari a dimostrazione della ricerca di un legame diretto con le mobilitazioni e le lotte di quegli anni e si spostavano verso il centro nel tentativo di offrire anche idealmente una alternativa alle istituzioni del potere economico e politico borghesi. La zona sud di Milano, formata in maggioranza da quartieri popolari, diventerà nei primi anni ‘70 il quartiere d’Europa a più alta intensità di sedi politiche. Non solo centri sociali ma anche le antiche osterie (come quelle storiche dei "lavoratori dei Navigli") diventano aggregazioni politiche, culturali e di comunicazione alternativa importanti altrettanto quanto i centri politici.

 

UNA PRIMA TRASFORMAZIONE

 

Il riflusso degli anni’80, la crisi dei gruppi, la sfiducia nelle capacità di mobilitazione dei lavoratori e di una ripresa della lotta di classe hanno portato molti centri a rivolgere altrove la loro attenzione.

La chiusura dei vecchi circoli politicizzati è stata accompagnata dalla nascita di nuove aggregazioni e punti di riferimento lontani, anche territorialmente oltreché idealmente, dai precedenti. I nuovi centri sociali si rivolgono non più al giovane proletario ma al quartiere in quanto tale, si diffondono ora più che su una base di classe su basi tipicamente territoriali. Tra il ‘75 e il ‘76 a Milano nascono circa 52 centri per la quasi totalità collocati verso i confini comunali della città. La realizzazione dei militanti e dei frequentatori non è più ricercata in una nuova società ma in uno spazio territoriale liberato dove "sperimentare direttamente", una isola felice ma all’interno dell’attuale società. È dunque nella seconda metà degli anni ‘70 che nascono i centri sociali così come li conosciamo noi oggi (il Leoncavallo nasce ad esempio nel 1975). Questi centri, più grandi dei precedenti, continuano per la maggioranza dei casi a mantenere una matrice antagonista e politicizzata perché ricevono al loro interno quello che rimane dei circoli dei gruppi extraparlamentari. I nuovi centri sociali tendono a chiudersi in se stessi a tal punto che nel 1976 per ben dieci volte si è cercato di arrivare ad un coordinamento, ma questi così come nascevano erano destinati a sciogliersi e a fallire.

 

SFIDUCIA NEL MOVIMENTO OPERAIO

 

Molti centri che nel passato giocavano un ruolo nell’organizzare le lotte dei giovani e dei lavoratori del proprio territorio sono passati ad attività più generali limitando spesso la loro iniziativa politica all’appoggio dei più svariati movimenti che via via si sviluppavano. L’adesione e la partecipazione a qualsiasi movimento che apparisse come alternativo, sia questo il no-profit, l’ecologismo. la cultura nuova, ecc., senza l’inserimento di questi temi in una analisi più complessiva dei problemi, senza considerare il loro legame con le prospettive di questo sistema, senza sviluppare questo lavoro (anche quello di tutti i giorni) nel quadro di una prospettiva che possa portare ad una trasformazione della società, ha portato molti centri sociali ad un progressivo svuotamento del significato politico della loro attività. Come centri di aggregazione hanno attirato migliaia di giovani attraverso l’organizzazione di concerti a prezzi politici, incontri, dibattiti e attività commerciali "alternative" (per esempio il commercio equo e solidale, la diffusione di cannabis e dei suoi derivati).

Questa crisi politica non è dovuta alla mancanza di iniziative ma all’opposto alla continua costruzione di iniziative slegate da un contenuto direttamente ricollegabile alla classe. Slegando l’iniziativa dall’intervento verso le fabbriche, nelle aziende, nelle scuole, nell’università e il territorio in generale e spostando l’attenzione su attività culturali fine a se stesse anche i centri sociali che affondano le loro radici nei movimenti e nei gruppi degli anni ‘70 oggi non rappresentano più per la maggioranza dei loro stessi frequentatori un punto di riferimento politico.

Oggi secondo una statistica fatta nei centri sociali più importanti e conosciuti d’Italia tra cui il Leoncavallo di Milano, solo il 12.2% dei frequentatori li considera come centri di iniziativa politica.

Questo spiega la diversificazione che oggi vediamo, con una parte dei centri sociali che si ritira in un voluto isolamento per poi uscire periodicamente con azioni "eclatanti", mentre un’altra, vedi i centri sociali del nord-est, sta approdando a un "federalismo solidale" che li avvicina pericolosamente a elementi come Cacciari.

Partecipare, difendere dagli attacchi della borghesia ma al contempo criticare e non assecondare qualsiasi iniziativa che arriva dell’area dei centri: questo deve essere il primo compito di ogni militante comunista.