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La straordinaria riuscita della manifestazione del 16 ottobre segna una netta inversione di tendenza. Dopo due anni di crisi economica, a partire da Pomigliano la classe operaia ricomincia a serrare le fila e a mettere in campo una resistenza alla quale la Fiom ha avuto il merito di offrire un riferimento capace di rompere l’isolamento delle lotte tracciando una linea di battaglia comune. 

Il quadro europeo, con la riuscita dello sciopero generale in Spagna, la lotta dei lavoratori greci e la crescita in Francia di un movimento che si spinge verso forme di lotta ad oltranza, incoraggia anche il rilancio delle mobilitazioni nel nostro paese.

Il quadro politico e sindacale ne esce profondamente modificato, innanzitutto nel campo della sinistra. Per la prima volta dopo il 2008 riemerge un movimento di aggregazione del “popolo della sinistra”, che a differenza da tutte le fallimentari combinazioni sperimentate dai gruppi dirigenti artefici di quella sconfitta, trova le proprie ragioni fondanti nel conflitto di classe, nel conflitto reale tra capitale e lavoro nella sua forma più limpida e – dato il contesto socioeconomico dettato dalla crisi – irriducibile.

La manifestazione del 16 è stata ricca e composita nelle sue articolazioni, ma ha avuto un chiaro segno di classe; la classe operaia organizzata emerge quindi non come l’unico soggetto del conflitto, ma come la forza egemone, capace con la sua azione di aprire una nuova strada all’insieme dei movimenti sociali del nostro paese e ai militanti della sinistra. È questo il punto di partenza da cui tracciare la nostra strategia.

Il 16 ottobre esprime innanzitutto la necessità di un forte conflitto sindacale: contro la linea di Marchionne-Marcegaglia-Sacconi-Bonanni, per la difesa del contratto nazionale, dei diritti nei luoghi di lavoro, per la democrazia sindacale e per un sindacalismo che tragga dai lavoratori e non dal rapporto concertativo con governo e padroni la sua legittimazione. Questo conflitto taglia in due la Cgil il cui gruppo dirigente di maggioranza è oggi più che mai impegnato a lasciarsi alle spalle la fase dell’accordo separato e a rilanciare anche a livello di accordi generali quanto già avvenuto con la firma unitaria di decine di contratti di categoria che recepivano in larga misura le premesse dell’accordo del 22 gennaio.

L’esito dello scontro non è tuttavia scontato. Se sulla carta i numeri emersi dal congresso della Cgil, e quindi nei gruppi dirigenti, assegnano una vasta maggioranza alla posizione di Epifani-Camusso, la situazione sul campo è assai diversa. Una linea neoconcertativa non ha nulla da offrire non solo ai lavoratori Fiat o ai metalmeccanici, ma in generale a tutte le categorie sotto attacco, a partire dalla scuola e dal pubblico impiego, privato per legge del diritto a contrattare. Essa può quindi essere sconfitta con la mobilitazione, a patto che questa non si contenga nei limiti stabiliti delle “regole del gioco” burocratiche che in passato hanno guidato il confronto interno alla Cgil; tanto più in tempi in cui non solo la democrazia nei luoghi di lavoro, ma anche all’interno della stessa confederazione, viene messa sotto scacco.

Assumiamo pertanto come terreno prioritario per l’intervento dei militanti del Prc nei luoghi di lavoro e nel movimento sindacale lo sviluppo di questo conflitto, la necessità di contribuire a un più netto orientamento dell’opposizione nella Cgil sul piano programmatico e della mobilitazione, la sua rottura con ogni logica burocratica, il raccordo con quei settori del sindacalismo di base che hanno correttamente assunto, in forme diverse, la necessità trovare momenti di battaglia comune con la Fiom.

La parola d’ordine di uno sciopero generale che blocchi l’intero paese è centrale e deve essere inserita all’interno di una più vasta strategia di mobilitazione che colleghi momenti generali e articolazione delle lotte, battaglia sociale e lotta per l’egemonia nelle organizzazioni sindacali di classe, raccordo con la prospettiva politica più generale.

La piazza del 16 ha anche messo a nudo nel modo più clamoroso la stridente sproporzione fra le potenzialità del movimento e la mancanza di una forza politica capace, per profilo programmatico e radicamento di massa, di assumere fino in fondo i bisogni e le aspirazioni dei lavoratori come guida della propria azione. È questo il problema dei problemi, che dobbiamo porre al centro della nostra riflessione. Proprio per la sua radice di classe, la “piazza” del 16 non può essere assimilata ad altre mobilitazioni, pure imponenti, che in passato hanno dato voce a movimenti di opinione ispirati innanzitutto dall’ostilità a Berlusconi e da una sacrosanta insofferenza per il moderatismo e le ambiguità del Pd e in generale del centrosinistra (dai girotondi al “popolo viola”).

Partono quindi le grandi manovre per depotenziare la mobilitazione, per “compatibilizzarla” al quadro politico e alla prospettiva del “nuovo Ulivo”, per nulla interessato a sostenere il conflitto reale contro Marchionne (tutto il contrario, come ha dimostrato Pomigliano, vera e propria cartina al tornasole per tutte le forze politiche), ma molto interessato a raccoglierne il voto e soprattutto a non subire una seria opposizione dalla propria sinistra.

In questo senso nonostante il passaggio da Veltroni a Bersani abbia mutato molto nelle tattiche del Pd, nulla è cambiato nell’ispirazione di fondo: non deve esistere, nella loro logica, alcuno spazio per un conflitto operaio autonomo, che muova dalla “semplice” affermazione dei propri diritti, dalla contrattazione indipendente della prestazione lavorativa e salariale, dall’esercizio del rapporto di forza al di fuori di scadenze prevalentemente dimostrative, da una autentica democrazia.

Se oggi il Pd non è nelle condizioni di proporsi come forza di riferimento per il “popolo del 16 ottobre”, certo ha però a sua disposizione molte leve per influire sullo sviluppo ulteriore di questa mobilitazione. Il suo strumento principale è Sinistra e Libertà, che grazie ai clamorosi errori compiuti dal nostro partito negli ultimi 18 mesi, ha potuto proporsi come forza aggregante della sinistra. Il meccanismo delle primarie, la prospettiva della “coalizione a cerchi concentrici”, sono gli strumenti con i quali il Pd tenterà non solo di raccogliere voti, ma soprattutto di intervenire nel campo di forze scese in piazza il 16.

Alla luce di questo quadro, va completamente abbandonata e rovesciata la linea seguita dal partito a partire dalla sconfitta delle Europee. Si è dimostrata fallimentare la proposta della Fds, che contro tutte le promesse prepara congresso fittizio da cima a fondo, incapace di aggregare alcunché, neppure funzionale agli obiettivi elettorali. Ancora più fallimentare l’idea di poter contrastare il protagonismo di Vendola facendo un gioco di sponda con Bersani e in generale l’illusione di poter aprire spazi al partito inserendosi in modo subalterno nello scontro di correnti interno al Pd. Emerge, infine, nel modo più drammatico l’errore commesso nel congresso della Cgil. L’insieme di queste scelte ha paralizzato il partito, lo ha allontanato da quanto di più dinamico si muove nel conflitto sociale, ha steso sul partito una soffocante cappa di conformismo generata dagli equilibrismi della “gestione unitaria”.

Il tempo per rompere con questa paralisi e tracciare una nuova linea è quasi scaduto, se il Prc non si dimostra in grado di interpretare correttamente la nuova situazione rischia di non esserci un’altra chiamata.

È necessario aprire una rottura nella Fds sui due punti decisivi, ossia la posizione riguardo il sindacato e rispetto al Pd e al “nuovo Ulivo”. Il finto congresso della Fds convocato per dicembre deve essere trasformato in una assemblea che discuta impegni precisi su questo terreno. Il gruppo dirigente del partito deve fare un passo indietro e aprire una discussione vera, non fittizia, che riconsegni il protagonismo ai militanti e in primo luogo ai militanti operai di questo partito, a tutti coloro che hanno capito, senza e nonostante i dirigenti, il valore strategico della battaglia dei metalmeccanici.

La sfida non può essere quella di trovare il carro giusto al quale aggrapparsi per tornare ad eleggere parlamentari, peraltro rischiando di restare poi scaricati all’ultimo. La sfida è una battaglia egemonica nel campo del 16 ottobre, per allargarlo, per dargli una consistenza, per garantirne il carattere di classe e per sconfiggere le forze potenti che lavorano e sempre più lavoreranno in futuro a ricondurlo nell’alveo della collaborazione di classe e delle politiche concertative. È qui che vogliamo investire il patrimonio di militanza che nonostante tutte le sconfitte e gli errori il nostro partito ancora conserva e al quale dobbiamo dare una prospettiva.


Claudio Bellotti,
Alessandro Giardiello,
Patrizia Granchelli,
Andrea Davolo,
Mario Iavazzi,
Jacopo Renda,
Dario Salvetti (Cpn)


Luigi Minghetti,
Alessio Vittori (Cng)

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