Il nostro documento conclusivo - Falcemartello

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Comitato Politico Nazionale del 28-29 giugno 2003

I risultati delle elezioni amministrative e del referendum ci impongono un bilancio critico della politica seguita dal partito negli ultimi anni, e in particolare dopo l’ultimo congresso nazionale. Risulta in primo luogo evidente come nonostante due anni di mobilitazione politica e sociale quasi ininterrotta, il nostro partito non abbia compiuto quel salto di qualità in termini di influenza, radicamento, consenso (anche elettorale) che pure era interamente possibile.

La difficoltà dei movimenti di massa in questo momento è sotto gli occhi di tutti. La vittoria americana in Iraq ha avuto un contraccolpo significativo; il governo Berlusconi è sopravvissuto a una contestazione massiccia; il movimento di lotta dei metalmeccanici si scontra con una situazione difficile, aggravata dalla mancanza di una chiara strategia da parte del gruppo dirigente Fiom.

Dobbiamo interrogarci sulle cause di queste difficoltà. È da respingere un’interpretazione che pone in primo piano fattori obiettivi (la precarizzazione, la crisi economica, le trasformazioni sociali, ecc.); le sconfitte parziali che abbiamo subito sono in primo luogo determinate dalla assoluta inadeguatezza dell’indirizzo politico dettato dai gruppi dirigenti dei movimenti, a partire da quello della Cgil. Non sono sconfitte le buone ragioni delle lotte, sono sconfitti metodi di lotta inadeguati, gli scioperi puramente dimostrativi, il rifiuto di mettere in campo metodi di lotta più incisivi sia sul piano sindacale che, ad esempio, nella lotta contro la guerra (si pensi al rifiuto di sostenere i blocchi delle ferrovie e dei porti con azioni di sciopero), la mancanza di una piattaforma offensiva e unificante, il rifiuto (anche da parte del nostro partito) di porre al centro la questione della cacciata del governo come sbocco naturale del movimento di massa.

Nuove mobilitazioni sono inevitabili nel prossimo futuro, nessuna contraddizione è stata risolta, padroni e governo tornano all’offensiva più arroganti di prima. Ma preparare le prossime mobilitazioni significa in primo luogo entrare in sintonia con lo strato più attivo e più cosciente, che oggi si interroga sui limiti delle lotte di questi due anni e su quali possono essere metodi e piattaforme di lotta alternative più efficaci e incisive.

Il risultato delle amministrative, le difficoltà del tesseramento, dimostrano come il partito non abbia saputo dare risposta a queste domande nel vivo delle mobilitazioni di massa. L’ulteriore, preoccupante perdita del nostro radicamento in primo luogo nella classe operaia e nel movimento sindacale, è la diretta conseguenza delle teorie e della pratica sancite nell’ultimo congresso. Il rifiuto della concezione della battaglia egemonica, l’abbraccio alla “disobbedienza”, le teorie sul “nuovo movimento operaio” hanno in realtà sancito e giustificato l’abbandono dell’orientamento alla classe lavoratrice, ai luoghi di lavoro, alle organizzazioni di massa, ad altri importanti luoghi di conflitto come scuole e università. Hanno significato un tentativo, che oggi dobbiamo con chiarezza dire fallito, di aggirare la nostra debolezza.

La logica che ha determinato la scelta della via referendaria come via maestra è stata una logica “sostituzionista”, che tentava di ignorare il problema della battaglia per l’egemonia sostituendola con una politica di testimonianza, di “gesti”, che non può risultare convincente e praticabile per la classe lavoratrice, a prescindere dalla correttezza dei contenuti agitati.

Date queste premesse, era impossibile raccogliere quanto non era stato seminato nella fase precedente.

Il centrosinistra e in particolare i Ds riescono oggi a padroneggiare con maggiore facilità le proprie contraddizioni, sia a causa dello stallo dei movimenti, sia a causa di questi nostri errori. Nei Ds il “correntone” si sta frantumando, nella Cgil la cosiddetta opposizione di “Cambiare rotta” è ormai completamente annullata nella maggioranza e la stessa Cgil firma un patto di competitività con Confindustria senza che questo causi alcun serio contraccolpo interno. Nelle elezioni amministrative sono emerse le contraddizioni del governo, ma è altresì emerso come il voto di opposizione si sia orientato in modo prevalente al centrosinistra e in particolare ai Ds, mentre c’è un netto calo della Margherita.

I fatti parlano chiaro: questa fase di mobilitazioni di massa ci consegna rapporti di forza più sfavorevoli per quanto riguarda il nostro partito. La proposta deve partire dalla consapevolezza di questa realtà, che non può essere superata con una fraseologia pseudo radicale (unita a una sostanziale subalternità ad altre forze) che in questi due anni non è certo mancata, ma che ha dimostrato di non portare nulla al nostro partito.

La valutazione della fase non deve tuttavia fermarsi agli aspetti temporanei e superficiali. Nonostante le difficoltà, nessuna contraddizione è stata risolta, né sul terreno economico, né su quello politico, né su quello internazionale.

All’interno dello stesso centrosinistra le contraddizioni possono essere attenuate, ma non sono certo risolte. Il voto di milioni di lavoratori e di elettori Ds per il referendum dimostra come resista l’aspirazione a una piattaforma politica diversa, ancorata alla difesa degli interessi di classe. È questa la leva fondamentale sulla quale agire nella prossima fase. Ad ogni svolta importante negli avvenimenti emergerà nuovamente la profonda contraddizione fra le aspirazioni e le necessità della base di massa dei Ds e della Cgil e la politica dei loro gruppi dirigenti, la loro subalternità alle necessità del capitale incarnata dall’alleanza con le forze di centro. La parola d’ordine della rottura al centro, agitata ma poi abbandonata dal nostro partito, la proposta dell’unità d’azione sia sul terreno difensivo (pensioni, legge 30) sia su una piattaforma rivendicativa più avanzata rimarranno centrali se vorremo aprire dei canali di comunicazione con quell’elettorato popolare e di sinistra che vota per l’articolo 18 ma non vede oggi nel nostro partito la credibilità, la massa critica e la chiarezza strategica, e che quindi resta agganciato al voto per i Ds.

Anche se oggi il centrosinistra appare più compatto non dobbiamo rinunciare a porre dei cunei che spingano ad allargare le divisioni fra le sue componenti organicamente borghesi (margherita e Udeur)  e quelle socialdemocratiche (Ds, Cgil), che tutt’ora controllano burocraticamente i settori decisivi del movimento operaio.

In ultima analisi le contraddizioni del centrosinistra possono esplodere solo sotto l’urto di una mobilitazione che travalichi gli argini posti dalla burocrazia sindacale. A questo dobbiamo lavorare, con una tattica adeguata, che sfidi costantemente i Ds e la Cgil, supportata da un’iniziativa costante alla base, fra i lavoratori, che rafforzi i nostri legami di massa.

Solo cosi potremo creare le condizioni per una reale autonomia politica del nostro partito, che ci eviti di venire stritolati dal richiamo del “voto utile contro la destra” all’approssimarsi delle prossime elezioni. Saranno le circostanze concrete, a quel punto, a dire se esisteranno le condizioni per “rompere la gabbia” del centrosinistra, o se il Prc dovrà adottare altre tattiche elettorali per rappresentare le ragioni di classe senza cedere alle pressioni dell’Ulivo e senza rinunciare allo stesso tempo a interloquire col desiderio dei lavoratori di cacciare la destra.

Ma la precondizione per questa politica è l’assoluta indipendenza politica del nostro partito. La trattativa avviata col centrosinistra alla ricerca di un accordo programmatico e di governo annulla viceversa questa nostra autonomia, ci riporta sulla strada disastrosa già percorsa con il governo Prodi, fa del Prc un ostaggio. Avviare una trattativa su queste basi significa regalare l’autonomia del partito a un centrosinistra che oggi è tutto tranne che “disarticolato”. Anche se si arrivasse a una rottura dell’ultima ora sarebbe l’ennesima svolta improvvisata che spiazzerebbe il partito e lo renderebbe incomprensibile alle masse.

La nostra iniziativa sul terreno dell’unità d’azione non può essere efficace se non si basa sulla completa indipendenza politica e d’iniziativa del nostro partito. Nessuna trattativa programmatica, nessuna “sospensione della critica”, quindi, neppure quando i nostri alleati più o meno temporanei scendono sul terreno della lotta, ma una azione costante volta a elevare il livello di coscienza, di mobilitazione, di autorganizzazione democratica dei lavoratori e dei soggetti ai quali ci rivolgiamo.

Un approfondimento specifico merita il nostro intervento nel movimento sindacale. Oggi, per unanime riconoscimento viviamo probabilmente il punto più basso della nostra influenza fra i lavoratori organizzati e nelle aziende. Questa situazione drammatica è frutto di molti fattori. In primo luogo, della nostra lunga subordinazione a una sinistra d’apparato interna alla Cgil (Cambiare Rotta) che ha dimostrato in una lunga traiettoria di non essere disposta a rompere le “regole del gioco” della burocrazia sindacale. In secondo luogo, alla completa subordinazione nel corso del 2002, (anno chiave della mobilitazione sindacale) alla gestione impressa da Cofferati al movimento di massa, con l’illusione che il referendum potesse fare da “contrappeso” a questa nostra mancata battaglia politica. Infine, alle teorie sul “nuovo movimento operaio” e sulla disobbedienza, che hanno creato l’illusione che si potesse prescindere da un lavoro sistematico, ostinato e di lunga lena per conquistare il terreno metro dopo metro, rivolgendo sistematicamente le nostre strutture all’intervento nelle aziende, intervenendo in un processo già in corso di organizzazione sindacale dei lavoratori precari, formando una generazione di lavoratori comunisti capaci di conquistarsi sul campo, nelle lotte, quell’autorità e quel rispetto fra i lavoratori che non possono essere guadagnati con iniziative d’immagine. La linea di “dare visibilità ai precari” promuovendo occupazioni simboliche di agenzie interinali, gesti esemplari o manifestazioni una tantum è una linea, ancora una volta, puramente d’immagine. La “visibilità” i precari se la conquistano e se la conquisteranno con le loro lotte, con la loro organizzazione, con la loro volontà di conquistarsi un futuro degno, e non certo per benigno intervento del disobbediente di turno che paternalisticamente decide di sponsorizzare la loro causa.

In sintesi, le nostre difficoltà politiche e organizzative hanno origine innanzitutto nell’affermarsi di una cultura politica sempre più estranea a quella di classe (come dimostra anche il linguaggio sempre più elitario che spesso viene adottato), nel prevalere di concezioni radicaleggianti, in un rifiuto che in alcuni settori del partito è ormai viscerale di qualsiasi riferimento alla tradizione comunista, classista e al patrimonio storico del movimento operaio degli ultimi due secoli. Queste concezioni, e le pratiche che ne derivano sia sul piano interno che nell’iniziativa politica esterna, mettono oggi a serio rischio la capacità del Prc di conquistare il ruolo che pure sarebbe possibile e necessario in una fase tanto turbolenta e tormentata degli avvenimenti mondiali quale è quella nella quale siamo entrati.

La svolta necessaria, quindi, va ben al di là di un necessario e urgente recupero della nostra autonomia dal centrosinistra, oggi messa in gioco dalla trattativa avviata, ma deve necessariamente investire la natura stessa del nostro partito, la sua strutturazione, la sua conformazione politica e teorica, i suoi riferimenti sociali e storici: una svolta che in estrema sintesi possiamo definire una svolta verso la nostra classe e le sue migliori tradizioni rivoluzionarie.