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Ripartire dal conflitto, Pomigliano insegna!

Il Cpn di Rifondazione Comunista da un giudizio negativo sul percorso fin qui avviato della Federazione della Sinistra, così come della bozza di documento politico per il congresso e propone ai promotori della FdS, di ridiscutere il progetto rilanciando fin da subito la formazione di uno schieramento politico-elettorale rivolto a tutte le forze collocate alla sinistra del Pd.

 

La nostra ambizione è costruire un polo politico di sinistra, strategicamente alternativo ai due poli dell’alternanza, capace di dare organizzazione e prospettiva ai bisogni sociali e democratici, oggi completamente espunti dal quadro politico bipolare.

Il contesto politico è in forte movimento e per la prima volta dall’inizio della legislatura si aprono delle crepe profonde nella maggioranza di governo, che possono favorire una ripresa del conflitto politico e sociale.

La sinistra può avvantaggiarsene a condizione che sia in grado di immergersi completamente in questo processo innescato dalla resistenza eroica che i lavoratori della Fiat di Pomigliano hanno opposto all’offensiva senza precedenti portata avanti da Marchionne con la collaborazione del governo, di Confindustria, dei sindacati filo-padronali e del Pd.

Come la vicenda della Fiat di Pomigliano ha dimostrato una volta di più, per quanto il Pd si agiti nel combattere il governo su temi come il ddl intercettazioni (la cosiddetta legge bavaglio) quando si tratta di affrontare le tematiche sociali regge il bavero a Marchionne, sostiene il Sì al Referendum e infanga i lavoratori, accusati di assenteismo e false malattie (vedi l’intervista di Veltroni al Corriere della Sera).

Hanno fatto il coro alle vergognose calunnie lanciate dalla Fiat, ma gli operai di Pomigliano, nonostante tutto e in condizioni difficilissime hanno dato al paese e ai tanti scettici a sinistra una meravigliosa dimostrazione di orgoglio e coscienza di classe.

È del tutto evidente che non esistono le condizioni politiche e programmatiche per un accordo con il Pd neanche sotto la forma di un governo di scopo o come si propone nel documento politico di una coalizione democratica (che rappresenta un passo ulteriore nella direzione di un accordo politico con il centrosinistra).

Non esiste alcun dubbio che la FdS ha potenziato quelle tendenze governiste che  già esistevano nel partito e che hanno impantanato le speranze suscitate dalla svolta di Chianciano.


La lotta di Pomigliano rappresenta uno spartiacque decisivo da cui è impossibile prescindere nel misurare ogni progetto strategico per la costruzione di una sinistra di alternativa.

Il tentativo di Marchionne di annichilire la Fiom e ridurre alla condizione di schiavi i lavoratori è sonoramente fallito. Pomigliano non si è piegata.

Il risultato, dai più inatteso, con un 40% di No all’accordo, ha generato un clima esplosivo che si è respirato negli scioperi del 25 giugno e del 2 luglio, dove non si contavano gli slogan e le magliette inneggianti ai lavoratori di Pomigliano e gli applausi a scena aperta nei confronti degli spezzoni della Fiom.

La mobilitazione è così ripresa con slancio, con scioperi significativi che hanno riguardato anche gli altri stabilimenti del gruppo (Mirafiori, Melfi, Cassino, Termini Imerese), con una nuova disponibilità alla lotta che si sta generalizzando.

Lo squallido tentativo della Fiat di organizzare il 19 giugno una manifestazione (con i capi e i loro famigliari) a sostegno dell’accordo è fallito miseramente. Se la marcia dei 40mila di Torino nel 1980 segnava una sconfitta che apriva un lungo ciclo di arretramenti durato 30 anni, la lotta di Pomigliano rappresenta l’inizio di un’inversione di tendenza e crea le premesse per una nuova stagione di lotte e di ripresa del conflitto politico e sociale. È da qui che dobbiamo ripartire per lanciare un progetto e una strategia nella costruzione della sinistra d’alternativa.


Questa strategia deve partire da una interlocuzione sistematica con i movimenti, con quei settori operai e sindacali più combattivi (dalla Fiom, alla “Cgil che  vogliamo”,  ai sindacati di base) oggi privi di seri riferimenti politici, dai comitati per l’acqua pubblica che in poche settimane hanno raccolto un milione di firme per il referendum suscitando entusiasmo e spirito di mobilitazione e da una ricostruzione non solo organizzativa ma anche programmatica e teorica del nostro impianto.

Il criterio madre da cui partire nel misurarci con i nostri interlocutori è il seguente: chi a Pomigliano si è schierato per una chiara linea di opposizione all’accordo e boicottaggio al referendum è dalla nostra parte, gli altri si collocano dalla parte opposta della barricata. Vie di mezzo non ce ne sono.

Non sfugge a nessuno che questa “linea divisoria” attraversa oggi la stessa Cgil. Non è più sostenibile che il partito mantenga una posizione di equidistanza verso le articolazioni nel dibattito interno a quel sindacato.

È inaccettabile che di fronte al più importante scontro che ha riguardato i lavoratori negli ultimi 15-20 anni uno dei soggetti che ha dato vità alla FdS: Lavoro Solidarietà, associazione legata a Lavoro Società, si sia mantenuta su una linea sempre più spinta dalla logica dello scontro interno nella Confederazione come guardia pretoriana della maggioranza di Epifani.

Se questo era già grave nel congresso della Cgil, diventa intollerabile in una situazione in cui la Fiom è accerchiata da ogni parte per la sua opposizione al piano Marchionne e i vertici Cgil nazionali si siedono sulla sponda del fiume ad aspettare che passi il loro cadavere.

È la dimostrazione più evidente che la Federazione ha collegato il partito ai soggetti meno dinamici e burocratici presenti nel panorama sindacale.

Avanziamo la proposta che da Pomigliano si lanci un appello per una manifestazione, da tenersi il prossimo autunno, che chiami alla mobilitazione tutte le opposizioni politiche e sociali contro Marchionne, il piano Fiat e le politiche di rigore decise in Europa dai banchieri e dal grande capitale.

Tra gli obiettivi della mobilitazione c’è quello di costruire un arco di forze politiche e sociali che si collochino a sostegno della Fiom fornendo una sponda a chi in questi anni ha provato a contrastare, in quasi totale isolamento, governo e confindustria e i relativi attacchi al livello e alle condizioni di vita delle classi subalterne.

Quello di cui c’è bisogno a sinistra non è di una Federazione priva di respiro, di idee e di progetto politico ma di un soggetto che si metta in sintonia con ciò che la Fiom rappresenta sul piano sindacale.

Un partito di classe, a cui Rifondazione Comunista deve lavorare, non può che nascere nel pieno del conflitto sociale e rompendo quelle logiche governiste e istituzionali che sono le vere responsabili della crisi della sinistra. La frammentazione ne è una semplice conseguenza. Anche l’Arcobaleno a modo suo era un’offensiva unitaria. Ma non ha prodotto unità ma solo sconfitta e di conseguenza divisioni perché intriso da quella logica di cui non si è certo liberata la FdS per il semplice fatto di avere una falce e martello nel simbolo.

La scelta di costituire la Fds ha gettato Rifondazione in un dibattito estenuante, risucchiando le poche energie disponibili nel partito nel gestire gli equilibrismi del processo “unitario”. Le “discriminanti politiche” sono il risultato dei minimi comuni denominatori. Le classiche formulazioni che permettono di mantenere un simulacro di unità, ma che preparano la strada a nuove e più importanti divisioni.

Nel documento stilato dalla commissione politica, che sarà sottoposto in discussione a partire da questo Cpn la direzione di marcia è abbastanza chiara. Le tesi politiche costituiscono un misto di richiami berlingueriani e persino occhettiani, sogni riformisti fuori tempo massimo (il governo democratico dei processi unitari economici, il mondo multipolare di pace che cerca la soluzione politica dei conflitti), una spruzzatina di “socialismo del secolo XXI”, parola che ha il duplice vantaggio di essere alla moda e di non significare nulla di concreto.

Riguardo le regole, si propone che la Federazione diventi titolare di tutte le scelte elettorali e istituzionali: liste, alleanze, candidature, gruppi unificanti, gestione delle risorse economiche derivanti dal finanziamento pubblico e dai versamenti degli eletti.

Questo che è stato letto da alcuni compagni come un elemento di tutela dell’autonomia di Rifondazione ma apre invece delle dinamiche distruttive, poiché in altre parole significa che la FdS ha in mano le chiavi della cassa!

Le poche risorse disponibili saranno in mano a organismi meno controllabili e le dinamiche di gestione personale, di cordate costituite ad hoc per la conquista di postazioni istituzionali verrà oggettivamente favorito assumendo un carattere ancora più velenoso e spoliticizzato di quanto già non sia oggi.

Il modello “Flm” della Federazione appare sempre più un obiettivo irraggiungibile, com’era peraltro prevedibile. Il Prc, già in difficoltà, si trova in realtà con il peso, oltre che di ricostruire il partito, di costruire la federazione che non solo è priva di appeal ma in realtà non ha attratto nessuna realtà significativa oltre ai quattro soggetti costituenti. Ciò che abbiamo di fronte nella maggioranza dei territori è la sommatoria tra il Prc e il Pdci e lo “slancio unitario” di cui ci si riempe la bocca in realtà non solo non esiste ma la storica divisione tra correnti nel partito è ora potenziato dalle alleanze trasversali che si costituiscono a livello della Federazione. Nonostante l’ipocrisia di una maggioranza che propone lo scioglimento delle aree, la peggior degenerazione correntizia è stata potenziata proprio durante il percorso della Federazione.

Sulla base di queste considerazioni il Cpn decide di interrompere il percorso congressuale della Federazione e convoca per l’autunno il congresso nazionale del Partito. È tempo che si torni a mettere al centro le questioni qualificanti del conflitto sociale e del rilancio della rifondazione comunista.


Alessandro Giardiello,
Enrico Galici,
Sonia Previato,
Jacopo Renda,
Dario Salvetti

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