Internazionalismo o europeismo? - Falcemartello

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Ancora qualche nota sul Prc e la Sinistra europea

L’8-9 maggio con il congresso tenuto a Roma sono stati formalizzati gli esiti della “svolta” di Bertinotti con l’adesione del Partito della rifondazione comunista alla neonata Sinistra europea (Se). Non torniamo qui sul dibattito generale che ha preparato questa svolta, limitandoci a rimandare i lettori a numerosi articoli pubblicati negli scorsi mesi e disponibili sul nostro sito.

 

Ci limiteremo a sottolineare un aspetto specifico, emerso con grande chiarezza nel congresso di Roma, e cioè la questione del rapporto che nelle intenzioni di Bertinotti (eletto presidente della nuova formazione politica) si dovrebbe stabilire fra la Se e il processo di costruzione dell’Unione europea.

Va ricordato che la Se non ha nei suoi documenti fondativi alcun riferimento alla prospettiva socialista. In generale la Se non si considera un partito dei lavoratori, della classe operaia, bensì un partito delle “culture critiche”. Si potrà obiettare che più volte nei testi e nei discorsi si fa riferimento al “superamento” o alla “trasformazione” della società capitalista. Ma questo anticapitalismo generico (peraltro assai vago) non si definisce affatto in rapporto a una prospettiva socialista. L’unico vero orizzonte proposto è quello della costruzione dell’Europa.

“Noi scegliamo l’Europa come spazio eletto per la riapertura del tema della trasformazione della società capitalista”, dichiara Bertinotti nella sua relazione al congresso. “Spazio eletto”… da chi? E perché l’Europa e non l’America Latina, o l’India, o gli Stati uniti, o qualsiasi altra area del mondo?

Ancora: “Dobbiamo aver chiaro che la costruzione di questa soggettività politica [la Sinistra europea] non è il nostro fine: è il mezzo per costruire un’altra e più grande soggettività politica di cui ha bisogno il mondo: l’Europa”. In un fumoso articolo di Etienne Balibar, pubblicato da Liberazione fra i resoconti del congresso, si dichiara in modo sicuramente pretenzioso, ma non per questo meno chiaro, che la “cultura europea della traduzione… farebbe dell’Europa, per un certo periodo almeno, il traduttore del mondo, il suo ‘interprete’”.

“Per noi l’Europa è uno spazio per la rinascita della lotta per un’altra società” (Manifesto della Sinistra europea).

Così Bertinotti conclude la sua relazione al congresso: “…dobbiamo intraprendere il cammino per costruire almeno una lingua condivisa: la lingua della politica, di una nuova critica al capitalismo e di una nuova società. E dobbiamo riuscire a chiamare questa nuova società l’Europa del futuro”.

Da queste citazioni (che si possono moltiplicare a piacere) emerge con grande chiarezza la subalternità dell’impostazione di Bertinotti rispetto all’ideologia borghese dell’europeismo. Certo, tutto il discorso è avvolto in una rosea nuvola di splendide intenzioni: l’Europa dipinta dal segretario/presidente è pacifica, democratica, solidale, antirazzista, e chi più ne ha più ne metta. C’è bisogno di ricordare qual è la strada lastricata di simili buone intenzioni?