La presenza del partito nei luoghi di lavoro - Falcemartello

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Pubblichiamo la relazione svolta da Alessandro Giardiello*, sulla presenza del partito nei luoghi di lavoro, al seminario nazionale “ Su la testa, si riparte!” sul partito organizzato dal Prc il 7-8 Novembre scorsi a Caserta.

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Care compagne e compagni,

Voglio partire col dire, riferendomi all’introduzione, che tra quei compagni che sostengono che si sarebbe prodotta nell’ultimo Cpn una rottura con lo “spirito di Chianciano” si iscrive anche il sottoscritto. Mi dichiaro “colpevole” e senza attenuanti.

Ma detto questo sono altrettanto convinto che le ipotesi presenti nel partito non si misurino solo nel dibattito interno ma soprattutto nel lavoro comune e nella necessaria verifica sui risultati ottenuti.

Essendo questa una assemblea di organizzazione ometterò valutazioni di linea politica, non perché queste non incidano sulle sorti del nostro radicamento sociale (altro che se incidono) ma essendo posizioni ampiamente conosciute nel partito preferisco concentrarmi sui punti organizzativi e sugli aspetti concernenti l’incarico che nazionalmente rivesto.

Il tema delle crisi aziendali e della crisi occupazionale è il tema decisivo e prioritario sul quale il partito dovrà investire il suo rilancio.

Il primo obiettivo è monitorare la situazione sul territorio fornendo conoscenze e supporto operativo ai circoli in modo che il partito possa sviluppare un intervento sistematico e non estemporaneo.

La linea ragionevole non è quella di correre da un presidio all’altro, ma dopo un’attenta analisi delle forze a disposizione selezionare attentamente i punti nevralgici, le aziende più rilevanti per il loro impatto sociale o perché significative per i livelli di mobilitazione che producono e organizzare delle campagne sistematiche.

Non possiamo ragionare come se fossimo un partito di massa. La questione delle priorità è ineludibile se non vogliamo relegarci all’impotenza e al velleitarismo, a un’azione che non è in grado di incidere sul conflitto e sui rapporti di forza reali.

Definire una prima mappatura delle aziende in crisi. Questo presuppone che esista un responsabile e un dipartimento lavoro (cosa che ancora in molte federazioni manca) e che questo dipartimento stabilisca un’interlocuzione costante con i circoli, a partire da quelli aziendali.

So bene che la nostra struttura non è priva di debolezze, che l’attenzione dei nostri gruppi dirigenti è spesso rivolta in altre direzioni (basti pensare alla scarsa centralità che le questioni del lavoro assumono nei dibattiti dei Cpf) e che i compagni che lavorano su questi temi sono ancora troppo pochi.

Il partito è uscito devastato dall’esperienza del governo Prodi, nella sua credibilità, nella sua capacità di intervento, risalire la china non è semplice ed è un obiettivo su cui lavorare nel medio e lungo periodo.

Quando dopo Chianciano ci siamo messi a fare una mappatura del nostro insediamento sociale la situazione era desolante: i circoli aziendali erano pochi e più della metà in crisi (circa 60 a livello nazionale). Il partito nella sua punta più alta era arrivato ad averne oltre 150. Circoli importanti si erano persi: alla Fiat (a Mirafiori restavano 3 iscritti), al porto di Genova, alla Sevel, all’Iveco di Torino e di Brescia, alla Fincantieri solo per citarne alcuni. A Torino la situazione era e resta particolarmente drammatica, come ha manifestato una importante dirigente della federazione con un vero e proprio grido di dolore all’ultimo Cpn, nel quale ha richiesto, a piena ragione, maggiore sostegno ed aiuto dal partito a livello nazionale.

Tutte le strutture per l’intervento nei luoghi di lavoro erano debilitate e un conflitto permanente al nostro interno paralizzava gran parte dell’iniziativa sociale. In alcune federazioni il congresso è rimasto aperto fino alla settimana scorsa e questo ha impedito di avere dei punti di riferimento stabili e precisi. Le riunioni organizzate nazionalmente dal dipartimento lavoro non ottenevano grandi risultati in termini di presenza.

Per dissensi politici anche dopo Chianciano abbiamo perso i circoli aziendali delle Telecomunicazioni e della Fini Compressori di Bologna. Per quanto riguarda la scissione i circoli aziendali persi sono stati solamente due e in realtà su uno di questi, quello della Bosch di Bari, c’erano forti dubbi che avesse una reale consistenza e non si trattasse di una cordata (dai contorni poco limpidi) formata a fini puramente congressuali, come ho potuto verificare personalmente in un incontro tenuto con i compagni che in quella federazione hanno sempre organizzato (e in maniera pregevole) l’intervento nei luoghi di lavoro e che rappresentano uno degli assi portanti della federazione dopo l’uscita di Vendola.

Questa situazione di estrema debolezza del partito e del suo radicamento si produceva precisamente nel mezzo della più grave crisi economica dal ’29, quando c’era maggiore necessità di mettere in campo una efficace campagna di massa rivolta al mondo del lavoro.

Siamo partiti da ciò che c’era e da allora è stato fatto un lavoro in varie direzioni.

L’unico coordinamento nazionale che restava in piedi dopo il congresso e manteneva una sua continuità di intervento era quello dei compagni delle Poste, organizzato a partire dai circoli di Roma, Milano e Firenze. Si è poi ricostituito un ufficio credito e ci sono stati vari tentativi di riunire nazionalmente i compagni dei trasporti e del gruppo Fiat. I tre circoli delle Telecomunicazioni (Roma, Firenze e Bologna) hanno mantenuto contatti stabili tra di loro organizzando un intervento (con volantini e materiali comuni) nella crisi del gruppo Telecom.

Oltre che nelle grandi manifestazioni e scioperi che hanno attraversato il paese (stimo che il volantino nazionale prodotto per lo sciopero generale del 12 dicembre sia stato diffuso davanti a 500 posti di lavoro) c’è stato un intervento a fondo nella crisi del gruppo Fiat e nelle acciaierie.

Due realtà modello, alle quali dobbiamo ispirarci per la costruzione della nostra presenza nei luoghi di lavoro sono il ricostituito circolo della Fiat-Avio di Pomigliano d’Arco, che è intervenuto ad ampio raggio in tutte le grandi manifestazioni che hanno riguardato il gruppo e in un lavoro sistematico nella mobilitazione di massa che si è sviluppata in quella città in difesa dello stabilimento (che occupa 5.000 lavoratori e circa 20.000 nell’indotto) e il nucleo aziendale dell’Ilva di Taranto, che ha prodotto un giornalino di fabbrica distribuito con regolarità in almeno 2.000 copie, in quella che è la più grande acciaieria d’Europa.

A Piombino è stato inaugurato ad aprile il circolo della Lucchini-Severstal e delle fabbriche del comprensorio. Una decina di nuovi circoli aziendali si sono formati nell’ultimo anno a livello nazionale e altri sono in via di formazione.

L’intervento si è sviluppato anche in altri settori (energia, sanità, impiego pubblico, alimentaristi, credito, scuola, trasporti). Il dipartimento lavoro nazionale è intervenuto con il circolo degli aereoportuali nella crisi Alitalia e all’Atitech. Nel settore trasporti, gli interventi più importanti sono stati alla Tirrenia, tra i lavoratori della Ferport, nel merci e nelle municipalizzate e per quanto riguarda la cantieristica a Fincantieri. C’è poi stato l’intervento nelle lotte dei precari della scuola organizzato dal dipartimento scuola che è stato piuttosto attivo nell’ultimo anno.

Uno sforzo è stato fatto anche per riorganizzare il partito tra i meccanici. La situazione della nostra presenza organizzata è oggi più positiva a Melfi, Termoli e a Cassino. La situazione a Mirafiori è ancora largamente insoddisfacente (avendo pagato severamente in questa fabbrica la scissione di Sinistra Critica), sempre nel gruppo ci sono stati tentativi di riorganizzazione alla Sevel (dove alcuni militanti sono andati via con Ferrando) e abbiamo una presenza all’Iveco di Torino e di Suzzara, alla Ferrari, alla Maserati e alla Lasme 2 con compagne e compagni estremamente brave/i e combattive/i. Abbiamo anche dei circoli molto attivi alla Terim di Modena, alla Bonfiglioli di Bologna e alla Unilever di Lodi.

C’è poi il lavoro sui Porti, la chimica e la cantieristica che il responsabile del Progetto Nord ha messo in campo con l’impegno di diverse federazioni.

Ometto per ragioni di sintesi (di cui mi scuso fin da ora) l’intervento in altre importanti situazioni, rimandando i compagni alla mappa dei conflitti, il sito del dipartimento partito nei luoghi di lavoro.

Un progresso c’è dunque  stato, anche se devo rilevare che questo è stato più il risultato delle iniziative dei singoli, che per l’instaurazione di un vero e proprio lavoro collettivo, che individuo essere uno dei limiti fondamentali del nostro partito.

In ogni caso grazie all’intervento del nazionale, delle federazioni e dei circoli abbiamo smesso di essere “una macchina appoggiata su 4 mattoni” e delle cose si è cominciato a farle.

Pur valorizzando il buon lavoro svolto devo comunque segnalare uno scarto enorme tra la profondità della crisi e gli strumenti che il partito è in grado a tutt’oggi di mettere in campo.

Cercherò di segnalare quelli che a mio modo di vedere sono i limiti principali a cui mettere mano.

1) Oggi il partito è presente in varie forme in moltissime lotte che si sviluppano nel paese, in prima linea spesso e volentieri ci sono nostre/i compagne/i o simpatizzanti.  Il segretario nazionale, i nostri responsabili nazionali e locali vanno ai cancelli, agli scioperi, alle manifestazioni.

Il punto però è che questo intervento ha spesso un carattere formale, superficiale, si riduce a qualche pacca sulle spalle, ai comunicati stampa o a una convegnistica sterile. Quello che manca in larga parte è lo studio, l’analisi approfondita dei problemi che il conflitto pone.

La nostra partecipazione alla discussione sulle scelte da operare, sulle rivendicazioni e le forme di lotta più efficaci che possono emergere in un costante confronto con i lavoratori nel vivo della lotta.

Saldarci alle mobilitazioni, diventare un tutt’uno con esse è l’unico modo per preparare un’uscita a sinistra dalla crisi, di cui parliamo, ma per la quale non abbiamo né proposte precise, né una pratica sociale adeguata. L’annunciata Conferenza delle lavoratrici e lavoratori comunisti deve affrontare questi nodi.

Non possiamo andare dai lavoratori e limitarci a dire loro quello che sanno già sullo sfruttamento, la precarietà, le nefandezze del governo…; dobbiamo dimostrare la nostra utilità e costruire la nostra credibilità (fortemente compromessa dagli errori del passato) sul terreno della mobilitazione reale. Per fare questo è necessario dare centralità nelle nostre discussioni, alle problematiche concrete del conflitto di classe.

Questo è l’unico modo per formare quadri politici e sindacali di cui abbiamo assoluta carenza (anche un po’ di teoria non guasterebbe) ed evitare che proposte, pur meritorie, sul terreno della mutualità, di cui vi parlerà Piobbichi, si trasformino in azioni di mera assistenza dal carattere volontaristico.

2) L’elemento da mettere al centro della nostra discussione è il riemergere di un conflitto operaio radicale, sia pure nella sua fase iniziale e su basi tutt’ora non di massa, di cui la lotta della Innse e soprattutto il suo esito vittorioso costituisce l’esempio ad oggi più significativo. Dobbiamo analizzare in modo non propagandistico questo conflitto. Gli elementi decisivi nel permettere un esito positivo, che non a caso è immediatamente rimbalzato in tutti gli altri punti di conflitto, sono stati: a) La forte autorganizzazione della lotta, che dal primo all’ultimo momento ha visto il ruolo decisionale incontestato e centrale dei lavoratori direttamente impegnati nella mobilitazione; b) L’idea della lotta come difesa della fabbrica, del lavoro come elemento unificante della compagine operaia, che ha potuto così raggiungere la determinazione e l’unità necessarie per reggere una vertenza di oltre 15 mesi e a coagulare attorno a sé una vasta solidarietà. c) La presenza, anche grazie alla lunga tradizione di lotta, di quadri di fabbrica capaci di interpretare al meglio queste esigenze e questo spirito. Solo se si capisce questo si può dare una valutazione equilibrata dell’effetto di azioni eclatanti (la “salita” su un carroponte) e del loro impatto mediatico, che pure importanti non sono state altro che uno dei passaggi di questa lunga vicenda.

“Fare come alla Innse”, parola d’ordine sempre più popolare e diffusa, significa quindi non semplicemente cercare il gesto eclatante, ma lavorare sistematicamente a fare emergere quegli stessi elementi di radicalità e di autorganizzazione che sono stati decisivi.

Suggerisco da questo punto di vista di diffondere il video di Silvia Tagliabue sulla lotta alla Innse e di organizzare delle discussioni approfondite a tutti i livelli del partito.

3) C’è un distacco, tra i lavoratori che spesso lottano in condizioni di isolamento e le loro rappresentanze sindacali fino ad arrivare in certi casi agli stessi delegati di fabbrica, in alcuni casi questo distacco si manifesta in forme plateali (Manuli, Esab, Adelchi, Merloni, ecc.). Qui si pone il problema della relazione che il partito stabilisce con i propri militanti che a vario titolo occupano posizioni di responsabilità sindacale. Spesso viene chiesta a gran voce l’autonomia sindacale, a me pare invece che il punto sia oggi assicurare l’autonomia del partito dalle sue propaggini sindacali. Questo punto diventa particolarmente importante in un contesto in cui si va a celebrare un congresso in Cgil, la quale attraversa una evidente crisi di strategia sindacale, che si manifesta con un vuoto enorme tra la scelta di non firmare l’accordo del 22 gennaio sul modello contrattuale e l’assenza completa di un percorso di lotta capace di reggere quella scelta e di trasferirla in coerente azione sindacale nelle aziende e nelle categorie. Il progetto di unificare le sinistre sindacali rischia di andare in frantumi e la contraddizione si riversa tutta nel nostro campo, generando forti ombre rispetto al sostegno che il partito deve dare alla difficile lotta che in questo momento vede impegnati i metalmeccanici e la Fiom. Una lotta che non solo è giusta e necessaria, ma rappresenta uno snodo decisivo per le sorti del sindacalismo di classe nel nostro paese. Allo stesso tempo dobbiamo prestare più attenzione e cura al processo di unificazione in corso nel sindacalismo di base, il patto di base, che non è privo anch’esso di increspature e difficoltà.

4) Il rapporto con le istituzioni va proposto correttamente. Deve finire quell’approccio paternalistico che molte volte ha caratterizzato il rapporto tra i nostri assessori e i lavoratori impegnati nella lotta. Dobbiamo aiutare i lavoratori, anche quelli meno attrezzati sul piano politico a basarsi solo ed esclusivamente sulle loro forze e sulle relazioni sociali che attraverso la mobilitazione possono costruire. I nostri rappresentanti istituzionali devono ovviamente essere a disposizione della mobilitazione ma non trasformarla in una vetrina per costruire il proprio consenso personale, magari in una relazione che bypassa totalmente il partito.

5) L’egemonia a sinistra e la critica al dipietrismo. Non siamo l’unica forza politica ad andare ai cancelli, né quella che ha maggiore visibilità mediatica. L’Italia dei Valori sta sviluppando un intervento cosciente davanti ai luoghi di lavoro, e con una presenza significativa alle manifestazioni della Cgil e della Fiom, trovando anche delle sponde in certi settori del sindacalismo confederale e di base. Si tratta di un tentativo di sfondamento nelle nostre classi di riferimento da parte di una forza politica che pur avendo dei tratti sostanzialmente liberisti e anti-operai lavora coscientemente nella crisi della sinistra per costruire un proprio radicamento e una presenza organizzata nel movimento operaio. Si tratta di uno scenario nuovo per il nostro paese, una sorta di moderno peronismo che può essere contrastato solo con un’azione cosciente che sostituisce ai gesti eclatanti una capacità, attraverso un lavoro certosino, di dare le leve politiche a quelle lavoratrici e lavoratori che devono orientarsi e imparare a distinguere tra i diversi soggetti che si presentano ai loro presidi e alle mobilitazioni.

6) I comitati contro la crisi. Cito quattro esperienze riuscite: Taranto, Pomigliano d’Arco, Parma e Trento che si sono formati attorno alla lotta di grandi e medie concentrazioni industriali. Queste esperienze spesso sono state il frutto dell’iniziativa dei nostri militanti operai che hanno costruito relazioni con il territorio (associazioni, collettivi, comitati, ecc.) e che vanno valorizzate. Dobbiamo apprendere da queste esperienze, diffonderle, facendole conoscere il più possibile attraverso dei resoconti scritti. Quello che non si può fare è lanciare delle proposte o delle campagne e dimenticarsene la settimana successiva senza mai fare un bilancio serio delle risposte che abbiamo incontrato, per correggere il tiro quando è necessario.

In generale, utilizzando anche lo strumento dell’inchiesta, dobbiamo avere la capacità di ascoltare i lavoratori, di tastare il polso della mobilitazione, di leggerne i passaggi chiave per definire le parole d’ordine, le proposte che più si adattano in ogni contesto. Conquistare la fiducia non è qualcosa che si fa con interventi sporadici o trovate “geniali” dell’ultimo minuto (lo slogan ad effetto), ma solo con un lavoro paziente e strettamente vincolato all’esperienza, sapendo che è proprio nei contesti di lotta che la coscienza può mutare rapidamente. In questi mesi abbiamo visto lavoratori apolitici o persino con simpatie di destra salire sui tetti, occupare gli stabilimenti e mettersi alla testa di lotte, che avevano un carattere difensivo ma anche molto radicale.

Il rapporto con la classe non è più quello degli anni ’70. Non siamo più un riferimento immediato e naturale. Quello che in passato era acquisito, oggi va conquistato con la coerenza delle scelte e dei comportamenti, con il supporto alle lotte, con la nostra capacità di orientarle, di offrirgli uno sbocco politico per condurle alla vittoria. Oggi non siamo in larga parte adeguati a fare questo. Ma capire a fondo la natura degli ostacoli che abbiamo di fronte è un primo passo nella giusta direzione per affrontarli e lavorare alla loro soluzione.


* Responsabile Dipartimento Partito sui luoghi di lavoro