La tattica elettorale del Prc - Falcemartello

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Bilancio di un dibattito

Il 3-4 febbraio il Comitato politico nazionale del Prc ha discusso e deciso in merito alla posizione elettorale del partito alle prossime elezioni. Le decisioni assunte, che vogliamo analizzare in questo articolo confermano a nostro avviso la difficoltà del gruppo dirigente del partito ad indicare una via d’uscita credibile dalle nostre difficoltà, e a tracciare una strada che permetta al Prc di fare fronte alla prossima fase.


Le difficoltà prodotte dalla legge elettorale sono note: il sistema uninominale del Senato schiaccia in un angolo qualsiasi partito voglia porsi al di fuori dei due poli maggiori, Ulivo e centrodestra. Anche alla Camera la quota proporzionale garantisce poco più di una "riserva indiana" per un partito come Rifondazione.

Le pressioni sono quindi enormi. Ma proprio perché il partito deve attraversare questa strettoia, sarebbe stato necessario inquadrare la nostra tattica elettorale all’interno di un progetto più ampio, di una strategia che non si ponesse solo il problema di come affrontare una legge elettorale ingiusta e antidemocratica, ma che in primo luogo indicasse per quali vie e con quali strumenti il Prc può condurre una lotta per diventare forza egemonica nella sinistra, fra i lavoratori e le classi subalterne.

Così non è stato, e il risultato è una posizione confusa e contraddittoria, che rischia di ripercuotersi negativamente sulla campagna elettorale e anche oltre.

Uno sguardo agli anni scorsi

Se negli scorsi anni avesse seguito una politica differente, il Prc avrebbe potuto raccogliere i frutti della crisi dell’Ulivo. A volte risulta quasi imbarazzante ascoltare i discorsi di Bertinotti che elencano i crimini dei governi di centrosinistra, la lunga lista dei provvedimenti antipopolari, antidemocratici e così via, tacendo completamente sul ruolo giocato dal nostro partito nel 1996-98, quando eravamo parte della maggioranza di governo.

Eppure quell’errore disastroso nella nostra politica di allora ha condizionato e ancora condiziona la nostra battaglia odierna.

Questo non solo perché il Prc è stato visto come corresponsabile di provvedimenti ingiusti quali le privatizzazioni, l’autonomia scolastica, l’introduzione del lavoro interinale e di altre forme di precariato; un effetto ulteriore di quella politica è stato quello di togliere credibilità al partito anche nel momento in cui, alla fine del 1998, si decise infine di rompere col centrosinistra e di tornare all’opposizione.

A causa degli errori precedenti, quella rottura cadde su un terreno sfavorevole, e il nostro partito prestava oggettivamente il fianco ad accuse di incoerenza ("ma come, rompete oggi quando ieri accettavate anche di peggio"?) e di settarismo.

La fase nella quale siamo stati all’opposizione (dal 1998 ad oggi) ha risentito fortemente di quella crisi, alla quale si aggiunse la scissione di Cossutta; il gruppo dirigente ha condotto l’opposizione in modo confuso, passando bruscamente da fasi di attacchi frontali contro il centrosinistra ad altre fasi nelle quali da un giorno all’altro si ricercavano accordi a tutti i costi (così fu con le elezioni regionali del 2000), una linea dall’andamento erratico che contribuiva a peggiorare l’isolamento che subivamo fra le masse.

È necessario ricordare oggi quanto è avvenuto negli scorsi anni, non solo per un elementare dovere di bilancio critico del passato, ma anche per capire che questa situazione non era affatto scontata. Non era scontato in partenza che il Prc dovesse subire in modo così drammatico la crisi generale del centrosinistra. Al contrario: una diversa politica, che non compromettesse i comunisti con i governi dell’Ulivo ma mantenesse una chiara posizione di opposizione, avrebbe forse in un primo tempo reso più difficile il dialogo con la base elettorale dei Ds, con quei milioni di lavoratori che nel 1996 avevano votato Prodi sperando di farla finita una volta per tutte con la destra e con Berlusconi. Ma via via che i fatti avessero dimostrato la correttezza di una critica da sinistra ai vari governi dell’Ulivo, la nostra autorità sarebbe aumentata a dismisura. Anziché marginalizzarci, la crisi del centrosinistra che era inevitabile e prevedibile fin dal primo giorno dopo che l’Ulivo aveva vinto le elezioni, ci avrebbe messo al centro dell’attenzione, e soprattutto avrebbe fatto del Prc il punto di riferimento naturale di tutti coloro che volevano mobilitarsi contro la politica dell’Ulivo. Quei milioni di astenuti delle ultime elezioni, e persino una parte di coloro che nella disperazione si sono fatti ingannare dalle sirene di Berlusconi e sono passati a votare a destra, avrebbero potuto invece trovare in noi un punto di riferimento credibile, non solo nel voto elettorale, ma anche sul terreno della mobilitazione diretta, delle lotte, degli scioperi, che è poi il terreno a noi più favorevole, quello sul quale più rapidamente cresce la coscienza di classe.

Così non è stato, e oggi ci ritroviamo in una situazione nella quale il gruppo dirigente dichiara tra le righe che la stessa esistenza del partito potrebbe essere a rischio se non si raggiungesse la soglia del 4% dei voti.

Una posizione confusa

Tanto pessimismo, che peraltro non condividiamo, viene ulteriormente alimentato dallo stesso gruppo dirigente. L’atteggiamento di Bertinotti, che nel concludere la riunione del Cpn esordisce dicendo che "nessuno deve per forza essere entusiasta della nostra posizione, ma non ci sono alternative", rasenta l’irresponsabilità.

Il Prc ha due nemici da battere. In primo luogo, l’immagine di debolezza e di velleitarismo che di noi si sono fatti molti dei nostri potenziali sostenitori. In secondo luogo, la barriera a sinistra che grazie ai nostri errori passati, i vertici dei Ds sono riusciti ad erigere attorno a noi, e che tutt’ora ci rende difficile conquistarci l’ascolto da parte di molti elettori delusi del centrosinistra.

Nel documento votato a maggioranza dal Cpn si dichiara, del tutto giustamente, che "la destra non si batte con gli appelli". Aggiun-geremmo che neppure la lotta per l’egemonia a sinistra si fa con i proclami.

È necessario invece lavorare per allargare le divisioni dei nostri avversari, inserirci nelle contraddizioni (già fortissime) che dividono l’Ulivo e particolarmente i Ds.

La posizione assunta purtroppo rende più difficile, per non dire impossibile, assolvere a questo compito. Infatti da un lato la posizione assunta alla Camera (non presentarsi in alcun collegio uninominale) ha un tratto chiaramente opportunistico. Non tanto perché regala qualche decina di seggi al centrosinistra, ma in primo luogo perché fa scomparire il Prc come soggetto politico da quella parte della competizione elettorale. Di fatto è la negazione della politica della "rottura al centro", poiché non inserisce alcun elemento discriminante tra i diversi partiti del centrosinistra, proponendo che il Prc desista allo stesso modo nei confronti dei candidati borghesi (partiti della Margherita e del Girasole) e nei confronti dei candidati dei Ds.

Ma la cosa più paradossale è che anche questo sforzo "unitario", che in realtà porta a un cedimento inaccettabile nei confronti dell’Ulivo, viene completamente vanificato dalla tattica proposta al Senato, cioè di candidarsi in tutti i collegi contrapponendosi a entrambi i Poli.

Il Prc si trova esposto sia alle accuse di settarismo ("presentandovi al Senato contro il centrosinistra aiutate la destra a vincere!") sia a critiche per opportunismo ("non presentandovi alla Camera siete complici dell’Ulivo e della sua politica liberista"). È amaro dover dire che purtroppo entrambe queste critiche trovano alimento in un errore commesso da noi stessi.

Ma qual’è l’origine di questo errore? La risposta di Bertinotti è semplice: la legge elettorale ci costringe ad attuare due tattiche contrapposte, perché stabilisce due metodi differenti per l’elezione di Camera e Senato.

Qui sta il nocciolo dell’errore. Se si vuole parlare a milioni, a decine di milioni di elettori, le questioni riguardanti la legge elettorale devono necessariamente passare in secondo piano rispetto alle considerazioni politiche, di strategia.

Il nostro primo pensiero deve essere: come rendere chiaro a milioni di lavoratori cos’è il Polo delle libertà, cos’è l’Ulivo e come si pone il Prc di fronte ad essi. Il primo pensiero di Bertinotti è stato invece: "come possiamo eleggere il maggior numero di deputati e senatori". Il risultato è che per eleggere tre, forse quattro senatori comunisti si getta il partito nella confusione.

L’alternativa proposta da Ferrando

Come già in passato, la sinistra del Prc ha proposto, per bocca del compagno Ferrando, una propria proposta alternativa a quella di Bertinotti. Ci pare necessario approfondire qui un’analisi critica anche di questa posizione, a

maggior ragione perché chi scrive, a differenza del passato, non si è riconosciuto nel documento proposto da Ferrando e con altri compagni ha presentato nel dibattito una terza proposta (pubblicata da Liberazione del 9 febbraio e qui riprodotta integralmente a pagina 12).

Ferrando propone di presentare ovunque candidati comunisti, in tutti i collegi uninominali della Camera e del Senato, senza preoccuparsi se questo significhi o meno la vittoria del candidato del Polo. Solo in via eccezionale, in collegi a rischio e di fronte a "candidati riconoscibili del movimento operaio, privi di incarichi governativi", si ammette la possibilità di desistenza. Il criterio è ambiguo, perché non si precisa quali sarebbero questi candidati "riconoscibili" del movimento operaio. Da una successiva lettera apparsa su Liberazione, parrebbe che Ferrando si riferisca alla sinistra Ds; se così fosse, la posizione risulterebbe ancora più contraddittoria, come vedremo in seguito.

La proposta di Ferrando presenta però un punto debole evidente, che apre il fianco del partito alla controffensiva dei Ds. È del tutto evidente che questa posizione ci esporrebbe a una facile critica: "Mettete dunque sullo stesso piano le destre con i Ds? Per voi la vittoria di Bossi, Berlusconi e Fini è cosa indifferente?" Si tratterebbe di un argomento in mano ai vertici Ds, con il quale potrebbero tornare ad alzare un "cordone sanitario" attorno al Prc per impedirci di raggiungere coi nostri argomenti la loro base.

Anziché aprire divisioni nell’Ulivo contribuirebbe a ricompattarle, anziché aprirci un varco verso i milioni di lavoratori delusi dal centrosinistra, ci renderebbe più difficile questo compito.

La posizione di Ferrando discende da un’analisi scorretta sia del Polo che dell’Ulivo. Per Ferrando l’Ulivo rappresenta a tutt’oggi la scelta privilegiata del grande capitale. Di più, gli stessi Ds, a dire di Ferrando, rompono "con il ruolo tradizionale di socialdemocrazia" candidandosi a "rappresentanza diretta della grande borghesia". A riprova di questa affermazione viene citato il legame tra D’Alema e alcuni grandi capitalisti come Colaninno e Tronchetti Provera, che figurano tra i finanziatori della sua fondazione "ItalianiEuropei".

Se le cose stanno così, chi rappresenta dunque il Polo? Risposta di Ferrando: la "piccola e media borghesia industriale, le corporazioni delle libere professioni, la Confagricoltura" (le citazioni si riferiscono al documento presentato al Cpn).

Proviamo a mettere un po’ d’ordine in tanta confusione.

Cosa rappresenta il Polo?

In primo luogo, cosa esprime il Polo e in particolare Forza Italia, partito largamente egemone al suo interno? Davvero queste forze non hanno alcun legame diretto con il grande capitale finanziario? Ci pare un’affermazione quantomeno temeraria.

In tutti i paesi capitalisti la grande borghesia rappresenta una ristrettissima minoranza della popolazione. Inoltre in Italia, per motivi storici legati allo sviluppo parzialmente ritardato e distorto del capitalismo nel nostro paese, la grande borghesia non è quasi mai riuscita ad imporre una propria egemonia diretta sull’insieme del sistema politico, vale a dire che in Italia i partiti borghesi liberali "classici" non hanno mai avuto un appoggio di massa, a differenza di quanto è avvenuto in altri paesi a capitalismo avanzato.

Questo significa che da sempre la grande borghesia italiana ha governato servendosi di forze politiche che al loro interno vedevano rappresentati anche interessi parziali, di altri settori della società. La Democrazia Cristiana per esempio vedeva al suo interno rappresentati non solo gli interessi dei "padroni del vapore", ma anche settori della piccola borghesia (in particolare i contadini), gli interessi specifici della Chiesa cattolica, di una borghesia "particolare" quale è quella mafiosa, del sindacalismo cattolico, delle varie clientele politiche, di corporazioni professionali, ecc. Questa formazione composita, che creava numerosi attriti e una gestione particolarmente macchinosa del potere politico, non negava affatto il carattere borghese di quel partito; era tuttavia indispensabile per mantenere un appoggio di massa nella società.

Andando più indietro nella storia, al regime fascista e anche prima, vediamo il ripetersi dello stesso fenomeno, sia pure in forme diverse. Ci pare che Forza Italia, con caratteristiche diverse e in un contesto storico diverso, ripercorra oggi lo stesso percorso. Il grande capitale non è affatto estraneo a questo disegno, ma si prepara a esserne parte integrante.

Per quale motivo? Per il semplice motivo che i poteri forti considerano ormai esaurito il metodo della concertazione: hanno usato i Ds e il sindacato, in particolare la Cgil, e ora pensano che sia ora di gettare via il limone spremuto e di passare ad altri metodi. Ci sono divisioni fra loro? Sicuramente ce ne sono, legate al timore di un nuovo autunno ’94 e legate anche alla preoccupazione che Berlusconi abusi a scapito di altri suoi concorrenti della posizione di Primo ministro.

Non a caso il Corriere della Sera, organo (ci pare) della grande borghesia, ogni due o tre giorni consiglia amichevolmente a Berlusconi di non "esagerare", di risolvere egli stesso con un atto di "responsabilità" il problema del conflitto d’interessi, ecc.

Ma no, ci dice il buon Ferrando: tutto questo è frutto di fantasie, la spinta a destra viene dai settori mediobassi della borghesia, che si sottraggono al controllo dei grandi capitalisti, i quali vivono una "crisi di egemonia su ampi settori della piccola e media borghesia, in particolare nell’industria e nel commercio".

Se prestassimo fede a questa analisi davvero sorprendente, dovremmo desumerne che l’Italia è un paese nel quale, per cause misteriose e tutt’ora da spiegare, la piccola e media borghesia non solo è arrivata a prendere il controllo della Confindustria, ma si appresta addirittura a occupare i palazzi romani, emarginando dal potere politico i rappresentanti del grande capitale.

Da un errore ne discendono altri: "Le principali forze dell’Ulivo lavorano alla parallela ricomposizione della rappresentanza centrale della borghesia italiana, in direzione del cosiddetto partito democratico". Domandiamo: se è così, come si spiega che i portavoce di questo disegno siano oggi tutti in crisi nera? I Democratici dell’Asinello sono un partito fantasma, hanno perso gran parte dei loro voti e sono costretti a uno scioglimento di fatto nella coalizione della Margherita. L’obiettivo di egemonizzare i Ds e di portarli allo scioglimento in un nuovo Partito democratico è più lontano oggi di quanto non fosse uno o due anni fa.

A questo risponde indirettamente il documento di Ferrando, segnalando come, a suo dire, oggi non è più il partito di Prodi e Parisi a farsi promotore di quel progetto, ma "il grosso dell’apparato Ds", che "rompendo così con il ruolo tradizionale di socialdemocrazia, si candida a rappresentanza diretta della grande borghesia, dei suoi interessi materiali, delle sue esigenze politiche".

In primo luogo domandiamo: se i Ds sono ormai un partito democratico borghese, anzi il principale partito della grande borghesia, che senso ha proporre di desistere verso la loro sinistra? Sarebbe come proporre di desistere verso la sinistra dei Popolari, o dei Democratici.

La crisi dei Ds

In cosa consiste questa "rottura con la socialdemocrazia", quando e come si sia prodotta, rimane un problema tutt’ora inspiegato. Se si parla di rottura politica, nei programmi e nell’ideologia dei gruppi dirigenti, allora si deve dire che quesa rottura si è prodotta non certo negli ultimi anni, ma da molti decenni. In passato i partiti socialdemocratici nel mondo si sono resi responsabili di crimini pari se non peggiori da quelli compiuti dai Ds in questi anni. Non solo si sono fatti portavoce e rappresentanti degli interessi del capitale, ma in certi casi sono giunti a costituire il principale puntello del capitalismo di fronte a periodi di crisi rivoluzionaria. Governi diretti da socialdemocratici hanno usato non solo l’inganno, ma anche la repressione diretta, fino all’assassinio di dirigenti comunisti, o di lavoratori in lotta. L’esempio della rivoluzione tedesca con l’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, è solo il più noto.

Ma se si parla di una rottura intendendo che i Ds oggi non influenzerebbero più i lavoratori, che non hanno più relazioni col movimento operio organizzato, allora purtroppo dobbiamo dire che siamo ancora ben lontani da questo.

È innegabile che in questo decennio, e particolarmente con i governi dell’Ulivo, i Ds si siano bruscamente spostati a destra e abbiano moltiplicato le proprie relazioni dirette e indirette con la classe dominante e con l’apparato statale. Ma, anche a causa degli errori del nostro partito, la loro posizione nel movimento operaio organizzato rimane largamente maggioritaria. Che la loro autorità sia fortemente logorata è indubbio, che vi sia un forte scetticismo fra i lavoratori nei confronti di quella che molti considerano una falsa sinistra che li ha abbandonati è altrettanto certo. Ma proprio questi sono motivi per intervenire in modo più incisivo vero la loro base, e per farlo è necessaria anche una tattica adeguata.

Nella prossima fase la crisi dei Ds esploderà in modo aperto. È anche possibile che nel corso della crisi il settore di destra dei Ds si scinda per fondare un partito puramente borghese, o confluisca in uno già esistente. Ma tutto questo è ancora di là da venire. Dare per concluso un processo che è tuttora in corso, e che potrebbe facilmente interrompersi e regredire, significa togliersi i mezzi per intervenire nella crisi dei Ds. Al contrario, intervenire in quella crisi è un compito primario che il Prc deve porsi nella prossima fase.

Oggi il compito non è solo di tornare ad elencare le colpe dei Ds, o a denunciare i loro legami con la classe dominante. È necessario posizionare il Prc per potere cogliere al meglio le occasioni che indubbiamente si apriranno nella prossima fase. E nel dibattito interno del Prc è un compito della sinistra tentare di dare risposte alle numerose domande e alle forti critiche suscitate dalla posizione di Bertinotti e della maggioranza del gruppo dirigente.

Per questi motivi abbiamo ritenuto utile, nonostante l’esiguità dell’appoggio che ha raccolto nel Cpn, presentare una terza proposta, alternativa a entrambe le due che qui abbiamo criticato, seppure per motivi differenti.

Siamo convinti che gli avvenimenti della prossima fase e i riflessi che avranno nel dibattito interno al Prc e a tutto il movimento operaio contribuiranno a chiarire ulteriormente i temi in discussione, e confermeranno la prospettiva tracciata in questo documento.

 

Le tre posizioni proposte al CPN

Tutte e tre le posizioni prevedono la presentazione nel proporzionale alla Camera


Camera Senato

Bertinotti Nessun candidato Candidarsi in tutti i collegi
nell’uninominale. uninominali.

Ferrando Candidarsi in tutti i collegi. Candidarsi in tutti i collegi.
Possibile desistenza Possibile desistenza
in collegi a rischio solo verso in collegi a rischio solo verso
candidati della sinistra DS. candidati della sinistra DS.

La nostra Candidarsi in tutti i collegi. Candidarsi in tutti i collegi.
proposta Desistere verso i candidati Ds, Desistere verso i candidati Ds,
esclusa la loro ala liberal. esclusa la loro ala liberal.